Non si può certo chiamare «inchiesta» la riduzione del mondo a un circo a tre piste • Che controparte del potere è mai una stampa che si regge sulle confidenze delle procure?
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 27 maggio 2010

Va bene difendere la libertà di stampa dalle «leggi bavaglio» approntate da un governo illiberale e pasticcione (che s’appresta a rimangiarsele, come sempre). Finire in galera, o almeno sotto processo, e anche un po’ alla gogna, per avere pubblicato l’intercettazione lasciata filtrare da qualche procura non è bello né sportivo. Così come non è sportivo né bello che siano proprio i magistrati e i passacarte dei magistrati, cioè chi rifischia notizie riservate ai giornalisti, a processare e giudicare i medesimi per diffusione di documenti riservati e violazione della privacy. Senza offesa, ma soltanto un governo di dilettanti, più inetti e timorosi che indignati, poteva trasformare il sacrosanto proposito di porre un freno alle intercettazioni indebite e alla loro diffusione indiscriminata in un disegno di legge a dir poco grottesco.

Detto ciò, era e rimane semplicemente assurdo che la corporazione dei gazzettieri, a sua volta più inetta che indignata, abbia stabilito di fondare i propri diritti (e quelli dell’opinione pubblica) sulla ridicola pretesa che le sia data licenza, su mandato d’una magistratura che lancia il sasso e nasconde la mano, di violare la privacy di chiunque, per una ragione o per l’altra, le capiti a tiro. Che controparte del potere è mai una stampa che si regge sulle confidenze delle procure e sull’idea da incubo fantascientifico che la vita privata dei cittadini (politici in testa) non sia sacra ma alla mercé di tribunali mediatici dove i testimoni che inchiodano chiunque a ogni genere di colpa (talvolta colpe vere, più spesso immaginarie) sono paparazzi, mafiosi, puttane conclamate, marchitravagli e transessuali?

Sbaglierò, ma non ha l’aria d’essere un gran quadro storico dei progressi dello spirito umano. È senz’altro vero, intendiamoci, che il diritto alla privacy dei politici e degli amministratori pubblici, capi della protezione civile compresi, finisce dove comincia il diritto degli elettori e dei contribuenti a essere informati sul loro conto. Se tiene alla privacy più di quanto tenga ai benefit del potere, magari perché vuole tenere nascoste (nel migliore dei casi) le sue squallide relazioni extraconiugali, oppure perché (nel caso peggiore) preferisce che in giro non si faccia parola del suo vizio d’intascare mazzette e di farsi pagare la casa dagli amici degli amici, il politico non ha che da adattarsi a lavorare per vivere, come fanno tutti.

Anche il giornalista, però, dovrebbe guadagnarsi onestamente il pane. Dovrebbe essere suo compito (e suo privilegio) evitare che l’informazione si trasformi in propaganda e in diffamazione. Dovrebbe stare alla larga dalle guerre di palazzo che si combattono (come ha detto Marco Taradash al Secolo d’Italia) sul campo di battaglia delle intercettazioni. Ma il guaio è che anche i giornalisti, come i magistrati, sono diventati pigri, e così come ci sono le intercettazioni «a strascico», disposte da giudici impazienti e incapaci, nella speranza che origliando a caso migliaia di conversazioni, salti fuori, prima o poi, un reato da perseguire, e in mancanza di reati, almeno qualche reputazione da mettere in graticola, allo stesso modo c’è anche un’informazione «a strascico», che finge di non saper distinguere tra le notizie e le notizie di reato.

Be’, non se ne può più. È indecoroso ridurre l’informazione a una farfugliante infilata di pettegolezzi, riprese di videotelefonino, intercettazioni, interviste alle escort, boatos, balengaggini. Non si può chiamare, questa riduzione del mondo a circo a tre piste dei vip (ministri, bellone, calciatori) «informazione» o «inchiesta». Eppure è proprio quel che sta capitando in questi giorni (e i giornalisti, invece di pentirsi e promettere di cambiar vita, chiedono a gran voce che lo spettacolo continui). Esattamente come una parte della magistratura, quella più sonnolenta, ha fatto dell’intercettazione il suo principale, se non unico, strumento d’indagine, il giornalismo strillato non sa fare altro che sbattere mostri in prima pagina. È diventato il suo gesto caratteristico. Gesto caratteristico del governo di centrodestra è invece battere in ritirata con la coda tra le gambe.