Bisogna ammetterlo. Nella battaglia per l’abolizione della pena di morte, i radicali hanno sempre combattuto con tenace convinzione. Ottenendo anche qualche risultato.

Ricordiamo tutti, ad esempio, il loro merito, assieme a quello del Governo italiano, nel far approvare dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 18 dicembre 2007, la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali.

Questo è uno dei motivi per cui i radicali obiettano la stessa definizione di “pro-life”, ritenendo che non esista nessuno che possa ragionevolmente definirsi “pro-death”.

Nonostante ciò, continuano ad essere fautori pervicaci e risoluti, oltre che dell’aborto, anche dell’eutanasia e del suicidio assistito. Come riescono a superare questa apparente contraddizione? Semplicemente sbandierando il vessillo del cosiddetto «diritto all’autodeterminazione». Per i radicali, infatti, è l’individuo, attraverso la propria libera coscienza, l’unico soggetto titolato a decidere quando, come e dove morire.

Mi sono chiesto come loro risolverebbero il dilemma di un’interessante vicenda recentemente accaduta negli Stati Uniti.

Si tratta del caso di Gary Haugen, un detenuto che da più di trent’anni è segregato nell’Oregon State Penitentiary, e che avrebbe dovuto essere giustiziato lo scorso 6 dicembre. La pena capitale nei suoi confronti, però, non è stata eseguita, e non lo sarà più, poiché lo scorso 22 novembre il governatore dell’Oregon, John Kitzhaber, ha sospeso tutte le esecuzioni fino alla fine del suo mandato, ossia fino a gennaio 2015. La decisione è stata presa dopo che lo stesso Governatore aveva pubblicamente denunciato l’«iniquità e la perversione» del sistema penale del suo Stato, il quale prevede che il ricorso al supplizio supremo sia riservato solo a coloro che ne facciano apposita richiesta. Una sorta di “volontariato della morte”, che negli anni non ha fatto mancare candidati al “suicidio giudiziario”.

Il fatto è che Gary Haugen è uno di questi volontari, e oggi pretende che lo Stato applichi la legge in nome del popolo, visto che, tra l’altro, la pena di morte è stata reintrodotta nell’Oregon a seguito di un referendum svoltosi nel 1984.

Haugen ha aspramente criticato la scelta di ricorrere alla moratoria fatta dal Governatore, che ha definito un codardo («coward»), un «cowboy di carta che non ha avuto il coraggio di premere il grilletto». Sul piano legale, poi, Gary Haugen sta addirittura valutando, insieme ai suoi avvocati, l’ipotesi di ricorrere contro la moratoria, sull’assunto che le convinzioni personali del Governatore John Kitzhaber avrebbero prevaricato la legge vigente.

Ora, nel caso in cui si arrivasse a questo scontro giudiziale, coloro che sono a favore dell’eutanasia ma contro la pena di morte, con chi si schiererebbero? Dalla parte del diritto all’autodeterminazione di Gary Haugen, o dalla parte della moratoria di John Kitzhaber?

Se l’obiezione fosse che solo chi è affetto da grave malattia terminale può ricorrere all’eutanasia o al suicidio assistito, ci troveremmo di fronte ad un’incomprensibile riduzione del principio dell’autodeterminazione. Perché solo le persone malate, infatti, potrebbero “autodeterminarsi” e quelle sane no? Se vale un diritto deve valere fino in fondo e per tutti. E, allora, come si potrebbe negarlo, ad esempio, a chi ritiene che la propria esistenza sia un inferno perché destinata ad essere segregata per sempre in un angusta cella di prigione? La risposta, in questo caso, sarebbe una sola: «perché la vita umana è bella e va vissuta pienamente anche quando è avvolta dal mistero della sofferenza». Queste parole, però, le ha pronunciate Benedetto XVI. Difficilmente i radicali le ripeterebbero. E, allora, quale sarebbe la loro risposta?

di Avv. Gianfranco Amato

Tratto dal sito Cultura Cattolica.it