di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 13 ottobre 2009

Behnoud Shojai aveva 17 anni il giorno in cui l’hanno arrestato per l’omicidio di un coetaneo, in un parco di Teheran.

Si è sempre detto innocente. L’altra notte, la sentenza è stata eseguita. A tirare il cappio della impiccagione sono stati i genitori del ragazzo ucciso, secondo una atroce declinazione della sharia praticata dal totalitarismo iraniano. Ad aspettare quel padre e quella madre, c’erano duecento persone davanti ai cancelli del carcere di Evin. Gridavano: «Perdonatelo». Ma i due non hanno ascoltato. Forse, presi dentro la macchina mostruosa della giustizia dimostrativa del regime, non avrebbero nemmeno più potuto.

Sono entrati dunque. Il condannato aspettava. C’è, in questa livida alba a Teheran, più della violazione di ogni diritto umano. Non è la prima esecuzione di un ragazzo, in un Paese che esegue quasi quotidianamente impiccagioni per ‘educare’ il popolo e gli oppositori politici. Nel tendersi di questa ultima corda, la 232esima dall’inizio dell’anno, c’è però un oltre di bestialità. Il padre e la madre di un diciassettenne portati a farsi boia del suo presunto assassino. Già orfani del figlio, accompagnati, sospinti sul patibolo: giustizieri di uno che del figlio perduto aveva la sua stessa età.

Innocente, colpevole? Se anche Behnoud davvero fosse stato l’assassino, non cambierebbe molto, in quell’alba di Teheran, dove si è portato alla luce il peggio degli uomini. Di tutti gli uomini, non solo dei seguaci della più integralista sharia. Perché anche fra noi in quanti, di fronte all’assassinio di un bambino o di un ragazzo, non abbiamo detto o pensato almeno una volta: fosse mio figlio, quello là lo ucciderei con le mie mani? Le più tenere madri, al pensiero che qualcuno tocchi il loro bambino, sono capaci di dire: ucciderei. È un istinto profondo, ferino, che emerge solo all’idea di una minaccia al figlio. Poi, di fatto, nessuno o quasi di tanti genitori orbati arriva mai a realizzare questo rigurgito viscerale dell’anima. Soffrono atrocemente, sopravvivono, invecchiano; qualcuno riesce, per una grazia, a perdonare. Ma, mai accade da noi che ti sia data questa possibilità: ecco il patibolo, ecco la corda, vieni. Mai quella radice ferina che pure abbiamo nascosta dentro viene  ammessa alla realtà e riconosciuta legittima, e benedetta dalla legge.

Presentata come giustizia, anzi: Giustizia, da torvi giudici intenti ad ammaestrare un popolo nel terrore. E quasi non sappiamo, in quell’alba fra le mura di un carcere, se la pietà più grande spetti a un ragazzo tremante, inchiodato al suo primo e neanche provato errore come a una croce; o invece a quei due, con la corda in mano. Già con la morte addosso, già segnati dalle unghie della morte nel lutto del figlio; e ora corteggiati e quasi costretti, dentro a un congegno inarrestabile, a farsi boia di uno che aveva, di quel figlio, gli stessi anni. Come sobillati da demoni incitanti alla vendetta, come affannosamente convinti che in quella vendetta ci sarà la pace. La corda tesa, un grido. E la coscienza immediata che non c’è, in quella morte, alcuna consolazione. Nello sbalordimento, la intuizione dell’inganno orrendo. Morto, adesso, oltre al figlio anche il presunto casuale compagno di una rissa; quello sconosciuto ragazzo, che del figlio avrebbe potuto essere amico. Forse, nella lucidità ubriaca di un istante, la dolorosa idea che ora i figli perduti sono due. E la scoperta che la vendetta stringe altri cappi: ossessivi, tenaci. (Nei pensieri, il sobillatore ora tace, esaudito e soddisfatto). Ma quanto soli quei due appena oltre la soglia del carcere, mentre i manifestanti arrotolano i loro inutili striscioni e vanno. Morti, quei due, due volte. Inceneriti da una giustizia che trasforma l’istinto atavico della vendetta in legge. Non un sogno: un incubo. Solo la morte vince, se si toglie ogni fiato alla speranza e al perdono.