Viene presentato il 24 marzo a Roma il libro Perché sacerdote? Risposte attuali con Benedetto XVI (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2010, pagine 256, euro 14) del presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, di cui pubblichiamo quasi per intero l’intervento. Con l’autore, alla presentazione partecipa il senatore italiano Marcello Pera.

di Paul Josef Cordes
Già dopo il concilio Vaticano ii era sorta la battuta: “Il concilio ha schiacciato i sacerdoti fra episcopato e laicato”. E tra gli interessati c’è chi da ormai quasi cinquant’anni è tormentato dalla domanda se nella Chiesa effettivamente servono ancora. Hans Küng nel 1971 scrisse il libro Wozu Priester? Eine Hilfe (“Preti perché? Un aiuto”). Il professore di Tubinga già all’epoca era un autore estremamente attento per quanto riguarda i problemi della Chiesa, e di grande talento nel campo del marketing strategico. Egli era molto abile nel mettere il dito nelle piaghe della Chiesa, certo spesso e volentieri senza curarle. Le sue osservazioni sul presbiterato sono guidate esclusivamente dalla domanda sul suo scopo e ruotano intorno alle attività cui il sacerdote deve dedicarsi. Sin dall’approccio neotestamentario delle sue considerazioni l’autore mira alla definizione di attività quali “apostoli, profeti, insegnanti e vari servizi ausiliari”. Egli infine le riassume nel ruolo della guida della comunità, che a sua volta si articola sotto forma di molteplici “funzioni”. La pubblicazione fu in grado di offrire un orientamento alla ricerca di identità dei sacerdoti? Seppe essere loro un “aiuto”, come promesso dal titolo?
Certo, da una singola pubblicazione teologica non possiamo aspettarci la soluzione di un gravoso problema teologico-pastorale, né tantomeno possiamo imputare all’autore il disorientamento che persiste all’interno della Chiesa. Nonostante questa attenuante dobbiamo tuttavia rimproverare al tentativo di orientamento del professor Küng un errore fondamentale, che all’epoca forse poteva apparire supportato da un consenso diffuso, e che continua a insinuarsi nella definizione dell’identità sacerdotale sino ai nostri giorni: l’autore formula le proprie risposte all’interno di un sistema di coordinate utilitaristiche. Si indicano impiego e scopo del sacerdote nonché i suoi ambiti operativi. Se ne vuole fissare la missione nella e per la Chiesa, precisamente secondo il sistema della funzionalizzazione. La funzionalizzazione corrisponde indiscutibilmente a una sensibilità moderna. I suoi argomenti sono popolari, perché facilmente convincenti. Essa però nell’ambito della ricerca di verità teologico-spirituali conduce in un vicolo cieco. In quanto pone la domanda sbagliata.
Robert Spaemann, uno dei maggiori filosofi tedeschi viventi, ha ben delineato il sistema della funzionalizzazione. Dal suo importante saggio Die Frage nach der Bedeutung des Wortes ‘Gott’ (“La questione del significato della Parola “Dio””, in Einsprüche. Christliche Reden, Einsiedeln 1977, pp. 13-35) ho tratto alcuni spunti e li ho applicati alle riflessioni sull’identità sacerdotale.
La teologia del ministero ordinato viene funzionalizzata non appena l’identità del sacerdote è derivata dallo svolgimento del proprio ufficio ecclesiastico. Naturalmente è innegabile che egli abbia un suo posto nella Chiesa in virtù delle sue mansioni. Dopo tutto, già il titolo dello straordinario decreto vaticano dedicato ai ministri ordinati recita: “Ministero e vita dei presbiteri”. L’impegno del sacerdote è empiricamente verificabile e – per esempio guardando al ruolo della “guida comunitaria” – può essere giustificato e spiegato sociologicamente. La comunità ne ha bisogno per via dei suoi servizi.
Certo, in una prospettiva strettamente funzionale le mansioni del sacerdote sono sempre anche intercambiabili. Di conseguenza fu solo logico che alcune diocesi procedettero alla sostituzione del sacerdote come guida della comunità. Un uomo o una donna non ordinati si assumono la responsabilità per una parrocchia, prendendo eventualmente a servizio un sacerdote ordinato per le mansioni presbiterali. Una simile prassi non è speculazione, essa si consuma per esempio, con il consenso dei vescovi locali, in alcune diocesi svizzere e italiane; anche in Germania almeno una diocesi opera in questo modo. Nei suoi statuti addirittura accorda al consiglio parrocchiale la compartecipazione nella guida della comunità (simili “concessioni”, tra l’altro, sono in contrasto con il Codice di diritto canonico); la guida della comunità, secondo questa nuova concezione, è intesa “sotto responsabilità comunitaria”.
Inevitabilmente, in presenza di una simile lettura del ministero pastorale, criterio determinante l’intera missione della Chiesa non sarà l’evangelizzazione, quanto pianificazione e ripartizione settoriale. Non i pastori d’anime, ma consulenti aziendali professionisti sono le figure determinanti per il servizio di salvezza. E quel che è peggio: è messa in ombra l’identità dei sacerdoti. Giacché le funzioni risultano intercambiabili, si va oscurando la vera natura del presbiterato. Perfino per attività sinora in genere riservate a uomini ordinati – quali presiedere l’Eucaristia, impartire l’assoluzione sacramentale – alcuni rinomati docenti di teologia ultimamente nelle proprie speculazioni propongono figure equivalenti.
Vediamo dunque che, volendo far luce sull’identità sacerdotale, la domanda sugli scopi è fuorviante. Solo chi saprà dare un nuovo orientamento al proprio pensiero troverà una soluzione al problema. Non dobbiamo porre questioni incentrate sulle mansioni, quanto quella sulle origini. Vanno esplorate le radici del ministero sacerdotale nella Rivelazione e nella Chiesa delle origini. Solo conoscendo cosa la rese possibile si potrà dare stabile fondamento all’identità del presbitero. Cosa ha dato origine al sacerdozio? “Perché sacerdote”? Il mio libro intende indagare a fondo l’oggetto “sacerdote”, nella convinzione che la sua identità è in ogni caso anteposta allo scopo.
L’indagine di Robert Spaemann ci offre un’ulteriore traccia per la prosecuzione delle nostre riflessioni. Il filosofo pone in rilievo che “un’interpretazione funzionalistica dell’idea di Dio (…), che attribuisce a Dio una funzione, di fatto annulla l’idea di Dio” (p. 19). Quest’affermazione, che qui non possiamo approfondire, vista nel contesto della teologia del ministero, deve destare la nostra attenzione. L’oggetto centrale della questione riguardante l’ufficio ecclesiastico non è certo la realtà di Dio stesso. Tuttavia, la funzionalizzazione dell’ufficio ecclesiastico potrebbe non soltanto arrecare danno all’identità sacerdotale, ma andare a inficiare anche la fede in Dio e nella sua grazia salvifica. Alcuni rimandi – estremamente sintetizzati e isolati – a uno dei “padri” della sociologia moderna possono contribuire a riconoscere con maggiore chiarezza tale pericolo. Prendo quindi a prestito alcuni concetti da Emile Durkheim.
Il sociologo francese studiò l’evoluzione e la struttura dei sistemi di valore umani nonché dell’ordine sociale. Alla filosofia sociale dell’individuo egli contrappose il cosiddetto “anti-individualismo”. Egli guardò alla società come a una realtà chiusa, dotata inoltre di una dinamica vitale che si articola indipendentemente da quella degli individui. Attraverso l’esperienza essa giunge alla scoperta della verità e delle norme necessarie. Verità e norme predominano sull’individuo; esse sono i presupposti per la riuscita della vita comunitaria e strutturano la collettività. La società accetta le responsabilità che ne conseguono per “solidarietà sociale”. I singoli individui interiorizzano la “coscienza collettiva” come un impegno. Il sociologo Durkheim dunque non ha bisogno di un’autorità attribuita alla collettività dall’esterno né per la conoscenza della verità né per l’ordine sociale.
Si evidenzia nella lettura della realtà di Durkheim una possibile lezione per la Chiesa e i suoi ministri. Ne conseguirebbe senz’altro la possibilità di intendere le funzioni e i ministeri della Chiesa quali effetti, emanazioni, per così dire “prodotti” della Chiesa. Quando venne a costituirsi la comunità dei credenti, essa naturalmente dovette istituire anche i propri ministri. Applicando la chiave interpretativa di Durkheim, questi potrebbero essere sorti dalla coscienza della collettività. Ciò non necessariamente è da intendersi in chiave ateistica. Ma Dio e il suo piano di salvezza in Gesù Cristo risulterebbero perlomeno tralasciati, se non addirittura irrilevanti per quanto riguarda i ministeri ecclesiastici. Poco dopo il Vaticano II il grande teologo Henri de Lubac già evidenziò il rischio che la concezione cristocentrica della Chiesa venisse sacrificata in nome di una visione antropocentrica, e che una conseguente autoreferenzialità dei cristiani possa quindi andare a oscurare il radicamento della Chiesa in Gesù Cristo. Tale ecclesiocentricità non è per nulla diminuita verso la fine del Novecento. In un’ottica funzionale una struttura di servizi e ministeri ecclesiastici rimane certo plausibile. Il funzionalismo tuttavia la interpreterà come “sistema autoreferenziale”. E la trasparenza del ministero per Dio e la sua grazia è purtroppo dimenticata.
Si tratta dunque di portare nuovamente nelle coscienze il “perché” dei ministeri ordinati. Ne vanno esplorate le radici neotestamentarie, mentre nel mandato apostolico assegnatoci dal Signore e nelle lettere dell’Apostolo delle Genti andranno individuati indizi per l’istituzione del ministero fin dai tempi della Chiesa delle origini. Procedendo in questo modo, il riferimento ontologico del sacerdote a Cristo si rivelerà quale segno distintivo preminente. Inoltre, nella stessa liturgia di consacrazione possiamo riconoscere il significato che la Chiesa attribuisce all’ordinazione: essa è un sacramento attraverso il quale lo speciale dono dello Spirito Santo si rivela essere il criterio decisivo. Tutte queste forme ed elementi conferiscono al sacerdote una propria posizione all’interno della Chiesa, con qualifiche specifiche e caratteristici impegni, e ne determinano l’identità.
Sostanziale è tuttavia il fatto che il suo segno distintivo non deriva al presbitero dalla comunità. Il ministero sacerdotale ha carattere strettamente teocentrico. In esso continua a vivere l’Eterno Sommo Sacerdote come vero portatore di Salvezza, e soltanto una simile concezione saprà contrastare l’auto-secolarizzazione che si va diffondendo all’interno della Chiesa.

(©L’Osservatore Romano – 25 marzo 2010)