di Leone Grotti da www.tempi.it

Dopo Cina, Arabia Saudita, Iran e Pakistan gli Stati Uniti criticano esplicitamente Hollande sul divieto per i cristiani di indossare simboli religiosi al lavoro 

Hollande in corsa per le elezioni francesiNon era mai successo che nel consueto rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo redatto dal Dipartimento di Stato americano venisse inserita l’Europa. Nel rapporto 2013, invece, insieme a Cina, Arabia Saudita, Iran, Pakistan e altri paesi noti per il mancato rispetto della libertà religiosa è spuntata la voce “Europa occidentale”, con sei pagine dedicate.

FRANCIA SOTTO ACCUSA. Il rapporto sottolinea soprattutto «la laicità troppo aggressiva» della Francia, «che non permette alle persone religiose di esprimere a pieno la propria fede». Il riferimento non è solo alla legge che vieta alle donne musulmane di portare in pubblico il velo integrale, ma anche alla situazione dei cristiani. Tra le «restrizioni» citate, infatti, c’è quella di esporre croci e altri simboli religiosi.

HOLLANDE E I CRISTIANI. Si legge nel rapporto: «Con la sua ferrea interpretazione della laicità, il governo francese non permette a nessun dipendente pubblico di indossare simboli religiosi o abiti religiosi al lavoro. Il presidente Francois Hollande e altri membri importanti del governo hanno pubblicamente espresso la volontà di estendere il divieto anche ad alcuni luoghi di lavoro privati» dove ci sia la presenza di bambini. Se la legge venisse estesa in questo senso, ad esempio, un asilo privato non potrebbe appendere alla parete il crocifisso.

CASI INGLESI. Il rapporto fa anche riferimento ai casi di Nadia Eweida – dipendente della British Airways, licenziata perché non voleva togliere la catenina con il crocifisso, non prevista dal “dress code” dell’azienda – e Shirley Chaplin, infermiera geriatrica del Royal Devon and Exeter Foundation NHS Trust, trasferita dietro una scrivania dopo 30 anni di lavoro tra i pazienti per lo stesso motivo. Le due donne, insieme ad altre due persone, avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che aveva dato ragione alla prima e torto alla seconda.