Centocinquantamila no alle aperture domenicali. Tre volte tante le firme che sarebbero bastate per una legge d’iniziativa popolare. La campagna “Libera la domenica”, promossa da Confesercenti e Federstrade, e sostenuta da tante altre associazioni del mondo cattolico e sindacale, ha raggiunto il suo primo traguardo. Tantissime firme, depositate ieri in Parlamento, per restituire alle Regioni il potere di regolamentare gli orari degli esercizi commerciali. E soprattutto la necessità di adattarli alle esigenze territoriali, aprendo la domenica solo se necessario.

La liberalizzazione nelle aperture introdotta dal decreto Salva Italia del governo Monti, infatti, non ha portato gli sperati aumenti dei consumi e nemmeno dell’occupazione. Anzi, secondo Confesercenti, nel 2012 hanno chiuso 135mila piccole imprese e nel solo primo trimestre di quest’anno altre 23mila. E la prospettiva a cinque anni è ancora nera: 80mila Pmi in meno. In più le famiglie, che hanno speso lo scorso anno 40 miliardi in meno, nel 2013 tireranno la cinghia per altri 13 miliardi (-1,6%). Aprire sette giorni su sette, insomma, ha avvantaggiato, secondo i commercianti, solo la grande distribuzione, togliendo tempo inoltre al riposo, alla famiglia, alla cura dello spirito. Per questo le associazioni del commercio e il mondo cattolico si sono mobilitate, perché si torni a considerare la domenica il giorno della festa e degli affetti e non un altro semplice giorno di lavoro. A discapito di figli e nipoti. L’iniziativa ha anche un altro obiettivo: consentire, chiudendo alla domenica, alle piccole botteghe di vicinato di sopravvivere. Cioè non alzare la saracinesca la domenica, per continuare ad aprire domani. Impossibile per i piccoli esercizi delle città, difatti, competere con la turnazione dei grandi centri commerciali e con l’aumento dei costi dovuto ai dipendenti che lavorano nei festivi. I dati, ma anche le testimonianze di quasi l’80% dei commessi, confluite nel libro bianco Il profumo della domenica, lo dimostrano: la vendita al dettaglio è scesa del 25% lo scorso anno e nei primi mesi del 2013 è già al -6%.

Va restituito il valore alla domenica e a tutti qui momenti della vita diversi dal lavoro. Il messaggio del presidente di Confesercenti, Marco Venturi, è semplice: va messo su una bilancia ciò che si guadagna aprendo alla domenica, in termini economici, e ciò che si perde, non solo nel bilancio dell’attività, ma nelle gioie dalla vita in comunità. «L’esistenza è fatta di tanti momenti diversi – dice – la famiglia, il lavoro, gli amici, la religione, la città in cui vivi», che vanno coltivati e salvaguardati. In più, già nel 1994 gli italiani hanno detto no con un referendum alle liberalizzazioni degli orari nel commercio, «una decisione ignorata» e dimenticata dalla politica, sostiene. Ed oggi si è davanti ad «uno scippo di competenze del governo Monti», che ha assegnato a livello centrale una opzione in realtà attribuita alle Regioni. «Chiediamo di far tornare il potere di intervento a livello locale – precisa – anche perché sinora l’unico risultato avuto con le liberalizzazioni è stato quello di spostare quote di consumi dai piccoli negozi alla grande distribuzione». Tra i primi ad aderire all’iniziativa anche il nuovo ministro per lo Sviluppo Economico Fabio Zanonato. Per questo i promotori, sperano di poter «coinvolgere anche il resto del nuovo esecutivo, fino a far arrivare al premier Enrico Letta questa volontà popolare».

La crisi continua a colpire famiglie ed imprese. Il mercato dell’illegale è sempre più una piaga da estirpare. Aprire più ore alla settimana, in questo quadro, non è così più garanzia di maggiori consumi e di ripresa dell’economia. Sulla crescita, poi, pesa una pressione fiscale nel nostro Paese vicina al 54% e, continua Confesercenti, perciò va scongiurato l’aumento dell’Iva al 22%, perché deprimerebbe il Pil «con una perdita di due miliardi attraverso la flessione dei consumi» e ridurrebbe il gettito fiscale di 300 milioni di euro. Le aperture domenicali non aiutano affatto a far vendere, sottolinea il segretario generale Mauro Bussoni, «rischiano invece di far aumentare la desertificazione commerciale dei nostri centri cittadini». Va capito, in sostanza, che tipo di geografia commerciale si vuol dare all’Italia, «noi contestiamo i presupposti di questo cambiamento – conclude infatti Bussoni – va ripristinato il diritto al riposo, alla vita in famiglia almeno alla domenica».

Alessia Guerrieri da Avvenire