Non ci sarò, stasera alle 21 in via Maccari 104 a Firenze, a festeggiare al Circolo Arci Isolotto il 34° compleanno della legge 194. Sarò a un compleanno “vero”. Alla festa di Giovanna, 12 anni, una ragazzina dolcissima e dall’allegria contagiosa, che è affetta dalla sindrome di Down.

Ama aiutare la mamma a fare le torte e ha deciso che se l’anno scorso c’era la crostata alle fragole, quest’anno sarà Tiramisù. Ha preparato disegni, e bandierine, e ha già gonfiato i palloncini. Ha scelto i piatti, i bicchieri e le salviette del suo colore preferito questa settimana (la scorsa settimana era il verde). Non vuole svelare a nessuno qual è, perché è una sorpresa. E sorpresa sia!

Non andrò a Firenze non solo perché ai compleanni virtuali preferisco quelli veri, ma anche perché… non capisco. Come si può anche solo pensare di “festeggiare”, quando muore un figlio? Non lo fanno neanche le bestie: se ne stanno in un angolo mogie mogie o sono indifferenti, ma festeggiare no, non le ho mai viste. Che sia questo che distingue i peggio di noi dai meglio tra loro? Quando, poi, una vita viene soppressa, quando decidi di non far venire al mondo il bimbo che hai in grembo (chiedo a voi, donne dell’Arci: si può dire “bimbo”?), anche se la scelta è stata libera, volontaria, consapevole, meditata, mi rifiuto di pensare che il primo desiderio dopo la dimissione dall’ospedale sia di uscire a cena o al bar a fare un brindisi di “evviva!” Non ci credo.

E dunque come donna mi urta – e non poco – l’enfasi con cui Libere tutte, il Laboratorio per la laicità, il Giardino dei ciliegi e il Circolo Arci Isolotto invitano le donne a far festa, con loro a Firenze e/o in ogni dove.

Scrivono che vogliono “dire NO ai tentativi di svuotare la 194 e di renderla inoperativa”; si dichiarano preoccupate che “a 34 anni di distanza quella legge è oggetto di fortissimi attacchi – ultimo in ordine di tempo la ‘Marcia per la Vita’ sfilata a Roma lo scorso 13 maggio – da parte di un ampio, e purtroppo trasversale, fronte che vorrebbe forse tornare ai tempi delle mammane e del turismo abortivo. Oggi come allora – incalzano – è necessario che i cittadini – non solo le donne – facciano fronte comune contro chi vuole far precipitare l’Italia in un buio medioevo dei diritti”.

Chissà se le donne di Libere tutte, del Laboratorio per la laicità, del Giardino dei ciliegi, del Circolo Arci Isolotto, oltre a limitarsi all’avverbio “purtroppo”, tra una battaglia e l’altra, un sit-in e l’altro, si son per caso chieste come mai il fronte dei partecipanti alla “Marcia per la Vita” a Roma è stato, come giustamente riconoscono, “ampio e trasversale”. Sarebbe bene lo facessero. Magari con un po’ di onestà intellettuale, che vuol dire senza immaginare (inventarsi) complotti, trame oscure, scopi reconditi. A noi che siamo arcisemplici la risposta pare arcifacile: chi sfilava, sfilava… per la Vita, e cioè a favore della Vita, e cioè per difendere la Vita. Punto. Arcichiaro.

Certo, se il refrain è solo il diritto all’ “autodeterminazione delle donne”, difficile capire che a coloro che hanno marciato possano stare a cuore, oltre che i diritti delle donne, i diritti di tutti, ma proprio di tutti, compresi quelli dei figli, anche se da poco concepiti.

Ma come sempre, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, e così la distorsione ideologica è tale e tanta, che una “Marcia per la Vita” che ha visto coinvolte più di tredicimila persone, è stata liquidata in quattro e quattr’otto come “tentativo di far precipitare l’Italia in un buio medioevo dei diritti”.

E allora vado a vedermeli, i precedenti compleanni della 194, trionfo del diritto per antonomasia, e cioè il diritto all’Autodeterminazione delle donne (maiuscola loro: delle Autodeterminantesi, non della puntigliosa). Clicco su Youtube ed ecco i video dell’edizione 2010. Torta gigante e festa doppia, perché il sit-in in piazza Trilussa è stato, allora, anche l’occasione per dare il benvenuto alla Ru486.

Ho sempre pensato all’aborto come a un dramma: per il bambino cui viene impedito di nascere e per le donne che lo vivono. Tutte le donne. E così resto pietrificata quando inquadrano i fogli scritti a pennarello e orgogliosamente appiccicati alla schiena. Ne ricopio (errori incorporati) alcuni. “Non concepiamo di essere usate come contenitori”. “Io ho abortito e anche ¾ da a palazzina mia – 194 nessuna ipocrisia”. “Io ‘parto’…per le vacanze”. “Io un figlio lo faccio con tua sorella”. “Più uomini pulisce bagno, più figli”…

Una vecchia “compagna”, tra l’infervorato e il commosso, rispolvera lo slogan anni Settanta, quando – bei tempi, quelli! – la lotta era davvero dura e senza paura: “Se la Madonna avesse abortito, non avremmo Fanfani e il suo partito”… Bingo!

Pensavo all’aborto come ad una scelta sofferta ed estrema. Questo ci han sempre fatto credere. Questo ho voluto credere. Poi guardi questi video del 2010 (mica li han girati gli antiabortisti!) e viene a galla una realtà così triste e così squallida che… ci vuol coraggio – ma tanto! – per proporre festeggiamenti, se questi sono gli slogan, i temi trainanti. I cartelli sono eloquentissimi e sono in rete. Prego. Se siete forti di stomaco, accomodatevi.

Non ci sarò, dunque, stasera alle 21 in via Maccari 104 a Firenze, a festeggiare al Circolo Arci Isolotto il 34° compleanno della legge 194. Sarò a un compleanno “vero”. La casa di Giovanna sarà coloratissima e piena di gente, piena di amici. Quest’anno soffierà una candelina in più e già me la immagino baciarci e ringraziarci cento volte perché l’abbiamo fatta sentire la reginetta della serata. Canterò e brinderò con lei, con i suoi genitori, con sua sorella, con i suoi amici. In silenzio so che brinderò per tutti i bambini e i ragazzi Down che conosco e che non conosco.

Mentre a Firenze e non solo lì le Arcidonne stanno preparando i festeggiamenti in onore della legge 194, penso alla notizia uscita a febbraio sul quotidiano danese Berlingske, secondo cui entro il 2030 la trisomia 21 somparirà in Danimarca grazie alla diagnosi prenatale, che permette di individuare ed eliminare prima della nascita i bambini affetti dalla malattia. «Nel 2030 – questo il titolo dell’articolo – nascerà l’ultimo bambino Down». Siccome eliminare l’imperfezione è impossibile, si usa il solito linguaggio fuorviante per far sembrare che la malattia sarà debellata. In realtà non c’è nessuna scoperta medica che elimini la trisomia 21; semplicemente verranno abortiti tutti i bambini con la trisomia 21. Down come Giovanna, che stasera festeggerà i suoi splendidi 12 anni.

Per eliminare la malattia si uccide l’uomo. Nessuna “Giovanna” dopo il 2030. C’è da festeggiare?

di Luisella Saro

da Cultura Cattolica.it