Il parlamento di Strasburgo chiede il riconoscimento in tutti i Paesi. Dopo aver perso la sovranità economica, ora rischiamo di farci imporre l’etica
di Pier Francesco Borgia
Tratto da Il Giornale

L’hanno definita una provocazione. Uno slogan da campagna elettorale anticipata. Eppure il no di Angelino Alfano ai matrimoni gay è divenuto ieri di stretta attualità. A Strasburgo, infatti, l’assemblea plenaria ha bocciato un emendamento presentato dal gruppo del Partito popolare europeo che chiedeva di respingere alcuni passaggi del rapporto presentato dalla deputata liberale Sophie In’t Veld sulla discriminazione sessuale e su come combatterla.

I passaggi risultati indigeribili ai Popolari europei sono quelli in cui si chiede appunto alla Commissione Ue di elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni omosessuali tra gli Stati membri che già le ammettono e al Consiglio europeo di «riaffermare il principio di uguale trattamento senza distinzione di religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale».

«Il minimo che possiamo fare nell’Ue – aveva detto la stessa parlamentare olandese In’t Veld nel settembre scorso – è applicare il principio di mutuo riconoscimento. Lo facciamo per la marmellata, il vino, la birra: perché no per i matrimoni e le relazioni personali?» Insomma i governi europei, secondo il Parlamento di Strasburgo, non devono dare «definizioni restrittive di famiglia». E a ratificare questa nota di indirizzo sono stati 342 parlamentari (i no si sono fermati a 322).

Che a Bersani piaccia o meno, il tema delle unioni omosessuali entra quindi a pieno titolo nell’agenda politica interna.

E si deve necessariamente guardare a quanto accade fuori dai nostri confini per calibrare al meglio il dibattito. I paesi dove due uomini o due donne dello stesso sesso possono convolare a nozze sono il Belgio, l’Olanda, il Portogallo, la Spagna, la Danimarca e la Svezia. E dal 15 giugno prossimo nel paese di Amleto sarà possibile celebrare nozze gay anche in chiesa. Il governo del primo ministro Helle Thorning-Schmidt ha infatti completato la messa a punto della legge: «È una mossa naturale e corretta per una Danimarca moderna» ha commentato. I singoli pastori della Chiesa luterana potranno, però, rifiutarsi di celebrare matrimoni religiosi tra persone dello stesso sesso. Sull’argomento si è pronunciato, Oltremanica, anche l’ex premier Tony Blair.

Nonostante la sua conversione cattolica di pochi anni fa, l’ex primo ministro laburista si è espresso non solo per le unioni civili tra esponenti dello stesso sesso (divenute possibili per legge proprio sotto il suo ultimo governo nel 2005) ma anche per la loro celebrazione in chiesa. Un tema questo su cui il governo Cameron intende aprire presto una consultazione pubblica, visto che la strada per la nuova disposizione non è spianata. L’ultimo sondaggio pubblicato a Londra rivela infatti che più della metà degli elettori conservatori sono contro il cambiamento.

E da noi? Il voto di ieri a Strasburgo ha riacceso gli animi di chi si è da tempo impegnato per consentire alle persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio. «Dopo le inutili polemiche, tutte italiane, è Strasburgo a darci una grande lezione di civiltà» sentenzia Anna Paola Concia (Pd).

«Il voto netto del Parlamento europeo – aggiunge Franco Grillini (Idv) – ci dice una cosa molto semplice: l’Italia nei fatti è fuori dall’Europa dei diritti e delle libertà e la destra italiana rappresenta il vero ostacolo alla modernizzazione del Paese».

«L’unità europea – ribatte Carlo Giovanardi (Pdl) – rischia di frantumarsi nella coscienza dei popoli per iniziative come quella della radicale olandese In’t Veld che vuole imporre, contro quanto stabilito chiaramente dai trattati, il riconoscimento dei matrimoni gay. Sudditanza al mercato e deriva relativista sembrano essere ormai gli unici idoli a cui sacrificare questo grande ideale, che rischia di essere sempre più lontano dai valori più radicati di decine di milioni di europei».

Gli fa eco l’eurodeputata della Lega Nord Marta Bizzotto: «Se il Parlamento europeo e la Commissione, dopo aver imposto direttive e regolamenti assurdi, pensano di cambiare anche la definizione di famiglia, si sbagliano di grosso».