di Tommaso Scandroglio da www.lanuovabq.it

Manifestazione omosessuale

 Dici “matrimonio” omosessuale e in questi giorni ti viene in mente quello che sta accadendo in Francia e nel Regno Unito. Al di là della Manica martedì scorso la Camera dei Comuni ha approvato il disegno di legge sui “matrimoni” omosessuali (si veda l’articolo del 3 febbraio pubblicato qui dal titolo “Nozze gay, Chiesa inglese all’attacco”), primo passo verso l’approvazione definitiva. Il partito conservatore di Cameron si è spaccato a metà astenendosi o votando contro. Il deputato tory Roger Gale ha commentato così: “Siamo nel territorio di Alice nel Paese delle meraviglie, si sta tentando di riscrivere il vocabolario”. In Francia un testo per introdurre le “nozze” gay è al vaglio della Commissione delle Leggi: sono stati proposti per contrastarlo 5.000 emendamenti.

Il 13 gennaio scorso sono sfilate 800mila persone contro la proposta di Hollande (Il 27 dello stesso mese invece hanno sfilato i sostenitori della legge, ma erano solo 125mila). Dopo quattro giorni più di un centinaio di parlamentari che fanno parte della coalizione “Intesa per la Famiglia” hanno disertato le aule del parlamento e si sono assiepati davanti all’ingresso dell’Eliseo chiedendo che si faccia un referendum sulla legge.
L’iniziativa è sostenuta dal “Collettivo sindaci per l’infanzia” che riunisce quasi 19mila sindaci francesi. Un primo risultato di questo pressing sociale e politico c’è stato: sono rientrati nel Codice Civile i termini “padre” e “madre” aboliti nella prima bozza del disegno di legge. In realtà quello che sta accadendo in Francia e Regno Unito e che, come analizzeremo qui di seguito, è già accaduto in altri paesi europei è frutto di una strategia più ampia messa a punto dall’Unione Europea.

Nel 2004 viene emanata una direttiva, la numero 38, sulla circolazione e soggiorno dei coniugi, dei partner e dei conviventi di fatto all’interno dei paesi dell’Unione Europea. In buona sostanza si trattava di questo: se due omosessuali “sposati” legittimamente in Belgio vanno a vivere o si trasferiscono per un certo periodo in un paese dove non esiste simile istituto, il loro “matrimonio” ha valore giuridico anche lì? No, ha detto a chiare lettere sia il Consiglio europeo in parere previo al varo della direttiva nel 2003, sia nel 2009 la Commissione europea.

Ma le lobbies gay non sono state a guardare. Infatti il prossimo novembre verrà votato al Parlamento Europeo il rapporto Berlinguer “Sugli aspetti relativi al diritto civile, al diritti commerciale, al diritto di famiglia e al diritto internazionale privato del Piano d’azione per l’attuazione del programma di Stoccolma”. Al paragrafo 40 si legge che la “Commissione [europea] […] appoggia con vigore i piani volti a permettere il riconoscimento reciproco degli effetti degli atti di stato civile”.
Traduciamo: se passa questo report agli stati non verrà imposto che due “coniugi” omosessuali dei Paesi Bassi siano considerati “coniugi” anche nel nostro paese. Però tutti gli effetti giuridici del loro “matrimonio” omosex dovranno avere i medesimi effetti anche nel nostro: diritti di eredità, diritti di genitorialità se c’è un figlio, diritto alla pensione di reversibilità, etc. Insomma: non si potrà parlare formalmente di “matrimonio”, ma sostanzialmente sarà la stessa cosa.

Prevedibile quindi che gli omosessuali che vivono in stati dove non ci sono le “nozze” gay vadano in uno dei paesi UE dove invece c’è tale istituto per “sposarsi” e poi ritornino sul loro natio suolo e vogliano essere trattati da coniugi. Dunque pare che Cameron e Hollande agiscano sulla pressione di queste manovre del Parlamento Europeo e giochino in anticipo. Invece altrove la bandiera arcobaleno simbolo del movimento omosessualista sta sventolando da tempo in cima a molti parlamenti di stati europei.

Disegniamo qui di seguito solo per schizzi la geografia dei “diritti gay” in Europa, considerando anche quei paesi che non fanno parte dell’Unione Europea tra cui tutti quelli che hanno chiesto di farne parte.
In primo luogo nessuna nazione considera più l’omosessualità un reato. Inoltre tra i 57 paesi presi in considerazione ben 42 hanno firmato una risoluzione dell’ONU del giugno 2011 che riconosce diritti alle persone omosessuali e transgender. Rimangono fuori la Turchia, la Russia, qualche altro stato dell’est, il Principato di Monaco e naturalmente lo Stato della Città del Vaticano.

Sono poi 43 le nazioni che prevedono nel loro ordinamento giuridico una legislazione ad hoc per vietare le discriminazioni “sulla base dell’ orientamento sessuale” (a volte valida solo in particolarissime situazioni). Apripista fu la Norvegia nel 1981 ed ultima l’Albania nel 2010. Più o meno i “riottosi” invece sono le stesse nazioni menzionate prima a cui si aggiunge il Liechtenstein. In particolare Russia e Repubblica Moldova non solo sono sprovviste di leggi pro-omosessualità ma addirittura hanno messo al bando qualsiasi propaganda omosessuale (per un approfondimento si veda l’articolo “Dalla Russia un no alla propaganda omosex” pubblicato su questa testata il 28 gennaio scorso).

In Italia non c’è una legge anti-discriminazione. Lo scorso novembre grazie ai voti di Lega, Udc e PdL non passò una proposta di legge proposta da Pd e Italia dei Valori che voleva estendere le aggravanti previste per gli atti di violenza per motivi di razza, odio etnico o religioso anche per ragioni attinenti all’orientamento sessuale. L’unico testo che in qualche modo si potrebbe far rientrare nell’alveo di questa disciplina è l’art. 3 del d. lgs. 216/2003 (così modificato dalla legge 101/2008) in cui in buona sostanza si afferma che se una persona non viene chiamata a svolgere un determinato lavoro a motivo del suo orientamento sessuale perché tale orientamento è oggettivamente in contrasto con la natura delle mansioni, non si verifica alcun atto di discriminazione.

Parrebbe una buona norma, ma con una certa facilità il lavoratore gay potrebbe sottoporre a verifica del giudice ogni mancata promozione perché eventualmente discriminatoria. La conseguenza potrebbe essere quella che molti datori di lavoro forse si sentiranno spinti a privilegiare questi dipendenti piuttosto che finire in tribunale e giustificarsi davanti alle toghe su come stanno amministrando la propria azienda. Meglio sarebbe stato non inserire l’indicazione in merito all’orientamento sessuale. Purtroppo una direttiva CE lo imponeva.

Torniamo in Europa e vediamo come si comportano gli stati in merito al riconoscimento giuridico delle coppie di fatto anche omosessuali e al cosiddetto “matrimonio” gay. A volte il distinguo tra queste due fattispecie non è facile da operare, dato che in alcuni casi i diritti riconosciuti ai conviventi dello stesso sesso sono praticamente gli stessi di quelli riconosciuti alle coppie eterosessuali coniugate.
Fatta questa premessa, in merito alle unioni civili riconosciute legalmente possiamo constatare che dal 1989 – anno i cui la prima pietra fu scagliata dalla Danimarca – altri 24 paesi ne hanno seguito l’esempio, tra cui Francia, Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Svizzera, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Regno Unito. In Spagna solo alcune regioni prevedono questo istituto, superato nei fatti dal “matrimonio” omosessuale. In Norvegia, Danimarca, Svezia e Islanda le normative che riconoscevano le unioni civili omosessuali sono state abrogate quando è entrato in vigore nelle loro legislazioni il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso.

Questo a dimostrazione che i Pacs et similia sono solo teste di ponte per ottenere le “nozze” gay e, una volta ottenute, nulla più impedisce di mandare al macello il riconoscimento giuridico delle convivenze. Pure quelle eterosessuali. Proposte di legge per legittimare le coppie di fatto omosessuali ci sono un po’ dovunque, ma segnaliamo tra queste Cipro, la Grecia – che ad oggi prevede il Patto di libera convivenza ma solo tra eterosessuali – Malta, Polonia – dove proprio settimana scorsa il Parlamento ha bocciato due proposte di legge – Slovacchia e Italia.

In merito al Bel Paese sono una ventina i disegni e proposte di legge che circa dal 2000 tentano di far passare il modello Pacs a volte legittimandolo anche per le coppie dello stesso sesso. Passiamo al “matrimonio” omosessuale.
E’ permesso nei Paesi Bassi – prima nazione nel 2001 a legalizzarlo – Belgio, Norvegia, Svezia, Portogallo, Spagna, Islanda e da ultimo, nel giugno del 2012, la Danimarca. Gli irlandesi sono invece in attesa di una decisione della Corte Suprema e in Lussemburgo si stanno studiando alcune proposte in tal senso.

Registriamo poi una curiosità giuridica. Lo strumento della Costituzione in genere più che vietare qualcosa propone dei valori, indica dei principi. Ora accade che in non poche costituzioni di stati europei ci sia l’espresso divieto di istituire “matrimoni” omosessuali. Insomma il pericolo è sentito così vivo che alcuni governi hanno deciso di troncare sul nascere ogni discussione e far fronte all’ondata dell’ideologia omosessualista con un espresso divieto costituzionale.
Gli stati in cui sono vietate dalla Costituzione le “nozze” gay sono: Bielorussia, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Moldavia, Montenegro, Polonia, Serbia, Ucraina (in queste ultime tre nazioni non c’è vero divieto costituzionale, ma specificazione che il matrimonio è solo quello tra un uomo e una donna) e Ungheria (vedi la nuova Costituzione del 2012).

In Italia c’è una sola proposta di legge che equipara il “matrimonio” omosessuale con quello eterosessuale ed è a firma dell’On. Grillini, esponente oggi del Centro democratico. Correva l’anno 2002.
Infine accenniamo alle adozioni da parte di coppie omosessuali, le quali sono praticabili nei seguenti paesi: Paesi Bassi – primo stato a concederle nel 2001 – Belgio, Spagna, Norvegia, Svezia, Finlandia, Inghilterra, Scozia, Galles, Germania, Danimarca, e Islanda (2010). C’è da precisare che in Germania, Finlandia e Danimarca l’unica forma di adozione prevista è quella che riguarda le unioni civili in cui si può adottare il figlio del partner avuto da precedente relazione o da fecondazione artificiale (Germania e Finlandia).
In Grecia c’è pendente una proposta di legge sul punto. Infine in Francia, Irlanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Svizzera, Lussemburgo, Bulgaria, Croazia, Estonia anche i single – etero o omosessuali che siano – possono adottare un bambino.