ROMA, lunedì, 5 settembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lectio divina tenuta il 4 settembre nella Cattedrale di San Ciriaco, nell’ambito del XXV Congresso Eucaristico Nazionale, da don Gianni Carozza. docente di greco biblico e Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico Abruzzese-Molisano e di Sacra Scrittura presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Pio X” di Chieti, nonché Vicerettore del triennio teologico presso il Pontificio Seminario Regionale “San Pio X” di Chieti.

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“Dalle tue dimore tu irrighi i monti, e con il frutto delle tue opere si sazia la terra. Tu fai crescere l’erba per il bestiame e le piante che l’uomo coltiva per trarre cibo dalla terra, vino che allieta il cuore dell’uomo, olio che fa brillare il suo volto e pane che sostiene il suo cuore” (Sal 104,13-15). Contemplando il creato, il salmista esalta i doni della provvidenza e della bontà paterna di Dio. Insieme all’olio, segno di benessere e di consacrazione, e al vino, sinonimo della gioia e della festa, egli menziona il “pane”, simbolo fragrante e immediato. Ora, per l’uomo biblico il pane è il cibo fondamentale, tant’è vero che “mangiare il pane” in ebraico equivale a “pranzare, cibarsi”. Questo pane – precisa quasi inaspettatamente l’orante – “sostiene il cuore, il vigore dell’uomo”. Se si osserva con attenzione questa espressione, ci si accorge che è la stessa che Abramo, nel libro della Genesi, rivolge ai tre misteriosi personaggi che si presentano a lui alle Querce di Mamre nell’ora più calda del giorno per invitarli a fermarsi: “Andrò a prendere un boccone di pane e voi sosterrete il vostro cuore; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo” (Gen 18,5; cf. anche Gdc 19,5). Nessun altro alimento, infatti, svolge questa funzione quanto il pane. Solo il pane, secondo questa felice espressione del salmista, sostiene, nutre, rinfranca il cuore, che, come è noto, secondo la tradizione ebraica, rappresenta il centro della persona e la sede dei suoi pensieri più profondi. Proprio per questo suo valore radicale, il pane diventa il segno di valori più alti, come insegna lo stesso Deuteronomio citato da Gesù durante le tentazioni: “l’uomo non vive soltanto di pane, ma l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt 8,3; Mt 4,4).

Ma il salmista va oltre. A tutti questi benefici di Dio egli risponde benedicendo Dio. Sa di ricevere un dono dall’alto e, per “restituire”, non esita ad esprimere il sentimento di gratitudine, come segno tangibile della riconoscenza per l’infinita gratuità. Egli è infatti convinto che colui che ha creato i cieli e la terra e quanto è in essi non fa mancare il necessario ai suoi figli: “Tutti da te aspettano – dice – che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni…” (Sal 104,27-28). È Dio, non altri, che dà il cibo alle sue creature: “da te aspettano”, “tu lo provvedi”, “tu apri la mano”. Sono parole molto simili a quelle che ancor oggi il sacerdote pronuncia al momento dell’offertorio, alla presentazione dei doni: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo; è dalla tua bontà che abbiamo ricevuto questo pane…”. “Lo presentiamo a te”, continua la liturgia, evidenziando così lo stupore e la meraviglia di tale dono.

Non è però la prima volta che nella tradizione biblica l’esperienza della vita umana viene compresa sotto l’aspetto simbolico del nutrimento. L’uomo – come è ovvio – da sempre cerca il suo sostentamento, di cui il creatore stesso si fa garante: “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo” (Gen 1,29). Lo sa bene il popolo di Israele, il quale per quarant’anni si è nutrito di un prodigioso alimento nel deserto, a dire il vero poco apprezzato dai beneficiari immediati: quello della manna. Un popolo che Dio ha nutrito e dissetato, un popolo che ha protetto con le nubi della gloria. In tutto questo tempo Dio si è preso cura di questo suo popolo, della sua vita materiale, ma soprattutto della sua vita di fede. Non va dimenticato che l’esperienza del deserto è stata una lunga scuola di fede durante la quale Israele è diventato il popolo di Dio, ha imparato ad obbedire, a fidarsi di lui, a vivere di provvidenza, a lasciarsi amare come Dio voleva amarlo, vivendo nella dipendenza radicale da lui, riconoscendo cioè la verità di Dio come Creatore e Signore. Non a caso l’evangelista Giovanni – come si vedrà – menziona l’evento prodigioso della manna, quando i Giudei dicono: “è stato un pane disceso dal cielo, quello che hanno mangiato i nostri padri” (Gv 6,31). Ora, la manna è il pane “che Dio fa piovere dal cielo”; è un alimento che basta per soddisfare le necessità di ognuno e evita di creare divisioni tra ricchi e poveri. È dono di Dio e gli uomini possono raccoglierne soltanto la propria razione quotidiana. “È – come dice il libro della Sapienza – il cibo degli angeli, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto” (Sap 15,20). Si comprende perciò come da sempre nella teologia la manna sia stata riconosciuta come un’anticipazione del pane eucaristico che è il corpo di Cristo.

Se, come si è visto finora, i testi biblici ci parlano di “nutrimento”, lo fanno dunque per indicare soprattutto un’esperienza di dipendenza. Chi si nutre dipende da un altro, così come la creatura dipende dal creatore. E i vangeli sembrano seguire la stessa linea del Primo Testamento. Gesù stesso – ci ricordano – sperimenta la fame. Nell’introdurre il brano delle tentazioni nel deserto, Luca annota che egli“non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame(Lc 4,2). E il quarto evangelista, nel famoso incontro con la Samaritana, ci presenta il Maestro presso il pozzo di Giacobbe “affaticato per il viaggio e assetato”, in attesa dei suoi discepoli “che erano andati in città a far provvista di cibi” (cf. Gv 4,6-8). Se il buon Pastore provvede il cibo al suo gregge, come vedremo, è perché egli stesso, provando la stanchezza e la fatica di ognuno di noi, si è reso bisognoso e dipendente dalle cure umane, per assumere in toto l’uomo e poterlo saziare con infinita compassione (cf. Mc 6,34). Lo dice chiaramente l’autore della Lettera agli Ebrei: “Gesù doveva rendersi in tutto simile ai fratelli per diventare un sacerdote misericordioso e fedele… Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,17-18).

E così finalmente nel capitolo 6 di Giovanni sul “pane di vita”, al quale questo Congresso Eucaristico si ispira, lo sfondo antropologico è certamente quello della realtà umana della fame e del mangiare: Gesù non si limita a moltiplicare i pani e a rievocare la “manna”, ma propone se stesso come il vero pane disceso dal cielo. Attorno a questo Pane sul monte – specifica il narratore – si raduna in prossimità della Pasqua una folla numerosa e affamata che Gesù vede venire verso di lui (cf. Gv 6,5). “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti…” (Gv 6,11). «Dal deserto – commenta un esegeta – si è come inavvertitamente condotti nel Cenacolo. Da maestro di sapienza e messia taumaturgico Gesù diventa il sommo sacerdote della nuova alleanza. Sembra che l’evangelista abbia dimenticato le operazioni e i gesti compiuti in occasione del miracolo del pane e li abbia sostituiti con quelli compiuti nel corso dell’ultima cena». Moltiplicando i pani Gesù sazia le moltitudini e dona la vita mediante il pane abbondante. È il “segno” di quanto egli, pane di vita eucaristico, farà per la vita del mondo. C’è dunque un pane di cui l’uomo vive, senza il quale le persone muoiono; ma si tratta di un pane – ed è qui la novità – che dipende dal Figlio dell’uomo perché soltanto lui lo provvede. “Io – dichiara solennemente Gesù – sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). È Cristo stesso che offre la sua persona come alimento di vita del credente, come totale comunicazione di sé alla sua creatura. Offrendo il suo corpo, Cristo non ci dona qualcosa, o un bene qualunque, ma tutto ciò che Egli è, con i suoi sentimenti, la sua volontà, la sua intelligenza, il suo amore… E anche noi, se intendiamo metterci alla sua sequela, ricorda Paolo, siamo chiamati a “offrire” i nostri stessi corpi come “sacrificio vivente, santo e gradito a Dio”, perché questo è il vero “culto spirituale” (Rm 12,1-2). E se è vero che questo nostro corpo, con l’incarnazione di Cristo, è stato “consacrato”, allora esso è dono di Dio, è dimora dello Spirito che abita in noi. Ed è in questo nostro corpo che noi dobbiamo glorificare Dio!

Si comprende allora perché è Cristo il pane vero, l’unico pane, per usare le parole dell’orante del salmo, capace di nutrire, sostenere e saziare il cuore di ogni uomo. In altri termini lo aveva detto chiaramente il beato Giovanni Paolo II ai giovani nell’agosto del 2000 durante l’indimenticabile veglia a Tor Vergata in occasione della XV Giornata Mondiale della gioventù:

“In realtà è Gesù che cercate quando sognate la felicità;

è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate;

è Lui la bellezza che tanto vi attrae;

è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità

che non vi permette di adattarvi al compromesso;

è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita;

è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare”.

È lui, potremmo aggiungere noi, quel cibo attraverso il quale entriamo in comunione piena con lui, che ci fa vivere in eterno, che ci strappa cioè dalla nostra mortalità e caducità e che ci inserisce nel mistero della vita divina. È lui il “pane” in grado di saziare ogni fame del nostro cuore: “chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Gv 6,35).

Questa Parola di Gesù, a questo punto, ci introduce in quella che nello schema classico della lectio divina si chiama l’oratio, la preghiera. Le parole del Maestro sono divenute più chiare, la luce che da esse si sprigiona ci illumina e ci apre gli occhi. Personalmente suggerisco la stessa preghiera che la folla presente rivolge a Gesù. È, come spesso accade anche a noi, una preghiera di richiesta: “Signore, dacci sempre questo pane” (Gv 6,34), molto simile alla formula contenuta nel Padre nostro: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. All’improvviso essi chiamano “Signore” colui che poco tempo prima avevano contestato. Forse i presenti sono impressionati solo superficialmente dal dono promesso dal loro interlocutore e quello che chiedono è perciò un pane materiale, solo corruttibile. Osserva anche da un punto di vista pastorale il cardinale Martini: «Cogliamo la fatica degli interlocutori nel percepire appieno il significato del segno, la definizione del pane che viene loro proposta. Noi giustamente ci lamentiamo delle persone che chiedono i sacramenti con una sorta di intenzione un po’ magica, ma anche Gesù ha dovuto rimotivare… di continuo la domanda» (C.M. Martini, Il coraggio della speranza, Casale Monferrato 1998, 177). A tale domanda Gesù non si sottrae, perché sa che essa nasce da un desiderio e un anelito profondo insito da sempre nel cuore dell’uomo: quello di mangiare non più un pane qualsiasi, ma il pane vero, il pane eterno, il pane della pienezza che è lui stesso. E la folla intuisce che quest’uomo è capace di assicurare loro il pane di cui vogliono vivere, in maniera che esso non venga mai a mancare nel corso della loro esistenza.

Per concludere vorrei brevemente fare accenno ad alcuni possibili atteggiamenti concreti che scaturiscono dalla Parola di Dio ascoltata. Sono la manifestazione della lectio divina, diventata preghiera e trasformata in vita, e di una spiritualità autenticamente eucaristica:

– il primo atteggiamento è quello della gratitudine. È “dalla bontà di Dio” che riceviamo il necessario per ogni giorno. Come il salmista, ciascuno di noi è chiamato a riconoscere nello stupore lo sguardo previdente, amoroso e premuroso di un Dio che dà pane in abbondanza ai suoi figli. Anche Gesù, nel brano della moltiplicazione, distribuisce i pani solo “dopo aver reso grazie”. È questo il significato della parola greca “eucharistia”, in italiano “azione di grazie”. È questa la logica del dono e non del dovuto. Inoltre egli comanda di “raccogliere i pezzi avanzati perché nulla vada perduto” (Gv 6,12); in una società consumistica come la nostra la pagina evangelica ci insegna lo spirito di sobrietà.

– il secondo atteggiamento è quello dell’affidamento. Israele, dicevamo, impara giorno per giorno nel deserto mediante la manna a dipendere in tutto e per tutto da Dio. Alla scuola dell’Eucaristia, attraverso un graduale ma reale apprendistato di abbandono alla Provvidenza, anche noi dobbiamo imparare a fidarci di più del Padre celeste che, come dice Gesù nel vangelo di Matteo, “nutre gli uccelli del cielo”, pur senza che essi seminino o accumulino nei granai (cf. Mt 6,26). Questo Padre non ci farà mai mancare il necessario!

– il terzo atteggiamento è quello della condivisione. La folla chiede unanimemente il pane: “dacci sempre questo pane”; si noti l’espressione al plurale. Un solo pane viene spezzato e ripartito tra tutti. L’Eucaristia non è dunque monopolio di pochi eletti, ma è scuola di comunione e pane di carità fraterna che implica un’attenzione verso quanti vivono nell’indigenza.

– il quarto e ultimo atteggiamento mi pare possa essere un amore sempre più profondo per l’Eucaristia, celebrata e vissuta nella fedeltà, luogo privilegiato per l’incontro con il Signore. Celebrare l’Eucaristia significa infatti per noi oggi rendere presente Cristo nel mondo e nella storia: dall’Eucaristia scaturisce la forza dell’annuncio: “Fate questo in memoria di me… Annunciamo la tua morte Signore…”. Lo stile eucaristico è lo stile del vivere e del pensare del cristiano.

Il pane, come si sa, è un alimento semplice,modello e simbolo di bontà. Questo cibo è per noi l’Eucaristia, la quale – come ha ricordato Benedetto XVIdurante l’udienza del 24 novembre scorso su S. Caterina da Siena – «è uno straordinario dono di amore che Dio ci rinnova continuamente per nutrire il nostro cammino di fede, rinvigorire la nostra speranza, infiammare la nostra carità, per renderci sempre più simili a Lui».