di Carlo Bellieni

ROMA, domenica, 2 maggio 2010 (ZENIT.org).- Clonazione, etica dell’incesto o cannibalismo, aborto rapido, divorzio rapidissimo: e noi a rispondere con tanti discorsi come se si trattasse di cose degnissime, e così gli diamo dignità e scordiamo il punto centrale (di chi è la vita?) accapigliandoci sui dettagli (è meno peggio l’aborto con la RU o col bisturi?). Accettiamo di discutere su temi quali: “fare figli è razionale?” oppure “il neonato è una persona?” non capendo che la loquela è robusta, ma l’impostazione è a trabocchetto. Basta. Riprendiamoci l’ironia e soprattutto il riso come strumento dialettico. Perché il riso è un giudizio etico.

Ridere è un nostro processo vitale, né più né meno che respirare o digerire un panino, è un’arma fortissima e spontanea che ci difende dall’automaticità della vita: scatta quando vediamo una scimmia che sembra un uomo o un uomo che si comporta da scimmia, quando vediamo un tale che cade e rimbalza come una palla da tennis o altrettanto impietosamente se vediamo un comico che si finge zoppicante o balbuziente o un attore che fa il malato e che inizia a ballare sul letto. Insomma: ogni risata è un’autodifesa dalla cosa più innaturale per l’uomo: sentirsi diventare una macchina.

E’ impietoso il riso, e lo frena solo la ragione se facciamo un respiro e riflettiamo che la il tipo che cade o il malato che ride non sono un film finto e plastificato ma gente in carne e ossa e acciacchi. Ma il riso pur impietoso è una difesa sociale: ci salva dalla ripetitività e dagli stereotipi: quando li vediamo gli facciamo uno scoppio di risa in faccia, senza volerlo, quando non ci blocca il pudore, e il riso prende per noi la voce e dice “non è così! Un uomo non è una macchina, non si muove come un robot, non parla dicendo le parole al rovescio, non cammina con i piedi per aria!”.

Quest’impietosa difesa sociale ci salva dalla religione della perfezione: se il nostro intimo si ribella alla meccanicità, ci obbliga a riflettere su tutto il carico di meccanicità che introduciamo nella vita e nel profondo della vita con clonazioni, manipolazioni, accanite selezioni prenatali con tanto di “cerca e distruggi”, che vorrebbero un mondo di “perfetti”, scoprendo che la perfezione non solo non esiste, ma non è nemmeno desiderabile tanto che un mondo di perfetti tutti uguali sarebbe dal nostro profondo colpita e sbugiardata con una grassa risata.

La perfezione delle donne ridotte a copie implasticate di Barbie, quella dei tronisti pompati, la perfezione dei bambini accettati solo se bellini e bravi a scuola sono inaccettabili, dannose, perniciose, condannate non tanto dalla nostra mente, ma dalla nostra pancia con una risata, che solo una sovrastruttura di ragione (mal applicata) può bloccare, proprio come la ragione (ben applicata) blocca la risata quando può essere offensiva. E come si rifiutano le pesche più buone perché non sono “perfette”, così non si accetta il diverso, il disabile, in un mondo di famiglie di genitori-nonni con figli unici-perfetti viziati e ingrassati di regali e merendine per renderli ancor più perfetti. E così la vita umana manipolata come un pomodoro OGM desta una reazione di ironia: perché l’uomo non è così.

Ma se la nostra pancia, nostro secondo cervello viscerale, condanna ridendo gli stereotipi, capite finalmente che alle insidie di cui sopra che giorno dopo giorno mangiano la biodiversità, non sempre si deve rispondere con un’argomentazione iperlogica, ma come ci insegnano maestri illustri dal nome di Plauto, Molière, Goldoni, Shaw o Shore (e in campo cristiano Swift, Buzzati, Chesterton, Lewis), spesso una risata vale più di un’argomentazione; e anche Aristotele sarebbe stato di quest’avviso, insegnando che alle domande ovvie non merita rispondere sensatamente. Ma troppo ci siamo impegnati ad arzigogolare per dimostrare l’ovvio, tanto che l’abbiamo fatto diventare astruso.

Abbiamo perso la capacità di satira, e di ironia, ammettiamolo: ogni provocazione ci mette in difficoltà e ci fa sentire obbligati a prenderla sul serio: oggi si discetta se il cannibalismo è etico, mentre meriterebbe una battuta o un atto giudiziario. Certo, quando occorre c’è da essere approfonditi e acuti; ma noi ci prendiamo troppo sul serio e vogliamo curare tutto a parole, senza ricordare che anche il Creatore a volte è ironico: a chi aspettava un guerriero per scacciare i romani, ha mandato un Bambino, e ha schiacciato il demonio col dolce piede di una Ragazzina di 14 anni. Cosa c’è di più ironico? E’ un’ironia che ha fatto fiorire da Pier Paolo Pasolini ateo e comunista le più belle parole mai scritte contro l’aborto; d’altronde il senso religioso più puro non lo troviamo dove ce lo aspetteremmo (nei film “pii e apologetici” è scontato, dunque quasi stereotipato), ma ironicamente in “Simpson” e “dottor House”.

Perdere la capacità di ironia – di cui invece è ricco Benedetto XVI -, che caratterizzava san Tommaso, significa pensare di salvare il mondo con le parole invece che con la carità, e finiamo trascinati dall’avversario a giocare sul suo campo, che è il campo delle parole (che ci trascina sempre a parlare sull’ultimo “eccesso” di moda, per imbambolarci e farci dimenticare il precedente). Il riso invece è la meta-parola, che giudica più di una sentenza scritta, e che dobbiamo invocare con san Tommaso Moro: “Signore, dammi una buona digestione, e anche qualcosa da digerire. Dammi un’anima sana Signore, che non si avvilisca in lamentele e sospiri. Signore, dammi il senso dell’umorismo”. Non è il nostro argomentare che convince, né la nostra sapienza che salva: non siamo noi così importanti. Come si legge su qualche T-shirt: “Rilassati: Dio esiste. E per fortuna non sei tu”.

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* Il dottor Carlo Bellieni è Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.