ROMA, domenica, 19 aprile 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Bioetica riportiamo la risposta alla domanda di un lettore da parte del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Perché la bioetica si occupa solo di “casi estremi” (clonazioni, chimere, eutanasia…) e appare assente (almeno sui giornali) da un giudizio sui fatti più quotidiani?

E’ una domanda giusta, che mostra attenzione verso il rischio di invischiarci in tranelli, e dimenticare il lavoro di giudizio sulla vita reale. Per questo qui a seguito mostreremo come l’etica ci raggiunga anche nelle vicende più semplici di tutti i giorni.

Uno degli ambiti in cui la riflessione bioetica merita un approfondimento è quella che potremmo chiamare “l’etica dell’igiene”: il vero e proprio “culto” della pulizia sviluppatosi negli anni del dopoguerra è un concetto assolutamente buono o nasconde dei tranelli? Non è male dedicare un piccolo spazio a questo tema solo in apparenza secondario.

1. Certamente l’introduzione nelle case dei Paesi occidentali di acqua corrente e servizi sanitari ha determinato una netta diminuzione di malattie infettive. Tuttavia bisogna riflettere sul netto salto di abitudini: dalla carenza di abluzioni quotidiane dovuta al fatto che l’acqua era un bene prezioso, all’alto numero di esse con seguito di cura per il corpo legata a cosmetici e veri e propri farmaci. Certamente oggi il “lavarsi” è diventato un piacere, e questo ha i suoi vantaggi, la cura del corpo è cosa buona e l’igiene salva numerosissime vite. Bisogna tuttavia riflettere su dei fatti che sembrano essere il rovescio della medaglia del nuovo fenomeno:

a. La doverosa pulizia del corpo ai fini di prevenzione di malattie necessita di poche accortezze, certo superate oggi in qualità e quantità da moltissimi individui.

b. L’eccesso di abluzioni porta ad un enorme consumo di acqua, in gran parte potabile, e ad un’immissione nelle acque reflue di sostanze tensioattive e talora non biodegradabili.

c. La perdita dei ferormoni prodotti dalla pelle (K Stern, in Nature 1998) con conseguente perdita di una forma di comunicazione interpersonale non basata sul linguaggio orale, a vantaggio di profumi e odori indotti dal mercato.

d. La mancanza di contatto con germi “buoni” che talora sono la premessa per la protezione contro quelli patogeni con maggior rischio di susseguenti infezioni e di allergie, secondo la nota “hygiene hypothesis” (MS Kramer, in Clinical and Experimental Allergy, 2009)

Bisogna allora riflettere su quanto l’uso di cosmetici e saponi, necessari solo in parte a scopo di prevenzione di malattie, sia una reale scelta e quanto sia indotto dal mercato pubblicitario. Nuove nicchie di mercato si aprono infatti giorno dopo giorno per questo tipo di mercanzia, un tempo priorità del mondo femminile, e oggi estesa a maschi, ma anche presente verso i bambini, e – non ultimi – gli animali domestici.

2. Il reale punto caldo però è valutare quanto la propensione estrema per l’igiene sia legata a cliché neanche indotti dal mercato, ma da una cultura omologante. Lungi da noi esortare alla trasandatezza, ma l’avversione verso la “sporcizia” ha certo travalicato i limiti dell’igiene. Si considera sporcizia un minimo di forfora, l’acne giovanile fisiologica, il comune sudore, i cosiddetti “peli superflui”, come se non fossimo più in grado di fare i conti con i normali processi e cambiamenti del nostro corpo. Probabilmente il problema è qui: siamo spaventati dal nostro stesso corpo, che ormai amiamo considerare solo nei cliché di una perfezione utopica. L’ideale oggi è l’uomo glabro o la donna senza nessun segno dell’età.

Tutto questo ci rimanda ad una più profonda paura, che non è tanto la paura di invecchiare, quanto quella di non rientrare nel cliché standard per avere diritto ad una reale cittadinanza in questo mondo. E’ l’omologazione universale, che inizia già in età infantile, quando le bambine si trovano a giocare con bambole-modello dall’aspetto anoressico, e i maschietti con cartoni animati “palestrati”: tutti ovviamente senza segni di età né di imperfezioni. Modelli perfetti ed utopici che lanciano solo un messaggio: fai di tutto per diventare come noi. Tanto ecologismo moderno critica giustamente un mondo omologante, artificialmente “pulito”, in cui si abolisce la biodiversità, e in cui si accetta solo frutta esteticamente perfetta indipendentemente dalle proprietà nutritive e dagli antiparassitari usati.

3. L’etica dell’igiene allora ci riporta alle parole di Gilbert K. Chesterton che così faceva dire al suo personaggio padre Brown: “certe volte credo che i criminali abbiano inventato l’igiene. O forse i riformatori dell’igiene hanno inventato il crimine. Tutti parlano di stanzette puzzolenti e sudici tuguri in cui si può scatenare il crimine, ma è proprio il contrario. Sono definite luride non perché vengono commessi delitti, ma perché i crimini vengono scoperti. E’ nei luoghi netti, candidi, ordinati, puliti, che il delitto può scatenarsi: non c’è fango per trattenere le orme” (G.K. Chesterton, Lo svelto. In “Tutte le storie di Padre Brown”. 1945).

4. C’è dunque da aver paura di un mondo basato su un’utopica perfezione, perché non lascia spazio alla diversità, alla varietà, alla malattia. Dunque arriviamo al legame tra l’ “etica dell’igiene” (considerare il corpo pulito solo secondo i suddetti canoni socialmente imposti e non secondo quelli di una rigorosa igiene preventiva) e l’etica della qualità della vita, cioè della vita considerata accettabile solo a certe condizioni.

Certo, il discorso sull’etica dell’igiene (e la critica all’etica della qualità della vita) ci porta al cuore della questione etica, là dove nascono gli abusi: la paura di non valere se non per quello che produciamo. Per questo ci mascheriamo e ci vorremmo lavar via ogni traccia di ciò che non ci rende “socialmente accettabili”. Ma non dimentichiamo che nei Vangeli si parlava con tristezza di quelli che ripulivano l’esterno delle tombe con mani di stucco bianco (Luca 11, 43-44), e così speravano che non si pensasse a quello che c’era dentro, metafora dell’ipocrisia, ma anche dell’attenzione eccessiva al culto del corpo.

5. Come abbiamo visto, le nostre scelte quotidiane – addirittura la cura del corpo – sono improntate su una scelta di campo etico. Purtroppo, per tornare alla domanda iniziale, a certi poteri dà agio limitare il discorso alle ultime “provocazioni etiche” (cannibalismo, clonazioni, suicidio assistito, ecc.) perché così tutti i sommovimenti che pur destarono scalpore al loro albore (aborto, fecondazione artificiale, ecc.) vengano dati per tacitamente accettati. A noi sta allora mantenere vigile l’attenzione e il giudizio e usare la ragione.

[I lettori sono invitati a porre domande sui vari temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: [email protected]. I diversi esperti che collaborano con ZENIT provvederanno a rispondere ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]