intervista a Cesare Pozzoli
di Pietro Vernizzi
Tratto da Il Sussidiario.net il 18 ottobre 2010

«Immaginiamo un operaio Fiat che si rivolga a Sergio Marchionne in diretta tv con l’epiteto “vaffan…”, o un magazziniere della Piaggio che indirizzi quell’espressione a Roberto Colaninno… Nel 90% dei casi un episodio del genere porterebbe al licenziamento invece che a una sanzione disciplinare più leggera e sarebbe ben difficile per il dipendente vincere la causa». Ricorre a questo esempio Cesare Pozzoli, avvocato esperto di diritto del lavoro dello studio Chiello & Pozzoli, per chiarire la vicenda che ha avuto come protagonisti Michele Santoro e il direttore generale Rai, Mauro Masi. Santoro, per l’esattezza, parlando in diretta su Raidue si è rivolto a Masi con l’espressione «vaffan… bicchiere». E Masi ha reagito cancellando Annozero dai palinsesti per dieci giorni. Una sanzione ora sospesa in attesa che sulla vicenda si pronunci l’arbitro cui si è rivolto Santoro, o in alternativa il Tribunale del lavoro a cui ha lasciato intendere che si rivolgerà la RAI.

Avvocato Pozzoli, al di là delle simpatie politiche, chi dei due è dalla parte della ragione, Masi o Santoro?
Quella che vede come protagonisti Masi e Santoro è una materia abbastanza discrezionale, dove il Codice civile e lo Statuto dei lavoratori lasciano ai magistrati un ampio margine di libertà nel decidere quale sia la giusta sanzione per le violazioni.

Immagino però che quello di Santoro non sia il primo caso nella storia in cui un lavoratore manda a quel paese il suo datore di lavoro…
In qualsiasi altro comparto che non sia quello giornalistico, se un dipendente insulta il direttore generale della sua azienda è subito licenziato. E nella maggior parte dei casi i magistrati valutano questa sanzione come legittima. Se l’episodio avviene poi di fronte a molte persone, o addirittura in diretta tv, ovviamente diventa ancora più grave. Se invece di Santoro e Masi ci fossero un operaio o un magazziniere e il suo direttore generale, ci sarebbero davvero pochi dubbi sulla legittimità del licenziamento. Ricordo per esempio che in un caso analogo la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento: penso ad una sentenza del 1999 in cui una commessa di un grande magazzino aveva «mandato a vaff…» il suo direttore di supermercato, e qui, se si vuole, il caso è ancora più grave, non solo perché l’insulto è stato rivolto al direttore generale, in televisione e davanti a milioni di persone, ma anche perché la parolaccia proviene da un giornalista, ovvero da una persona che per mestiere, a differenza di un cassiere o di uno scaricatore di porto, per lavoro «maneggia le parole», e dovrebbe quindi saperle usare e controllare in modo appropriato…

Santoro però non è stato licenziato…
La sanzione scelta da Masi, in ordine di gravità, è quella che precede immediatamente il licenziamento. In termini tecnici si chiama sanzione conservativa, perché il dipendente conserva il suo posto di lavoro, a differenza del caso di licenziamento.

Ma Santoro non è un operaio, bensì uno dei conduttori più seguiti della tv italiana.
Infatti, giustamente, il rapporto di lavoro giornalistico deve essere trattato con maggiore elasticità e benevolenza, perché ne va della libertà d’informazione. Anche se, come hanno precisato diverse sentenze, la libertà del giornalista «non deve mai travalicare o arrivare all’insulto o all’offesa». Ci deve cioè essere sempre un principio di rispetto per le persone, è una questione di civiltà.

E quindi, nel caso specifico di Santoro, è giusta o no la sospensione di Annozero?
Per la mia esperienza professionale, il comportamento di Santoro è censurabile. La sanzione poteva essere più lieve, ma poteva essere anche più grave. E ci sono stati casi analoghi in cui il giudice ha ritenuto legittimo il licenziamento. Ma solo i più estremisti possono dire che va bene quello che ha fatto Santoro: il suo è un comportamento obiettivamente scorretto.

Eppure sono in molti ad avere preso le sue difese…
Se il protagonista non fosse stato Santoro, ma una qualsiasi altra persona di destra o di sinistra, questa vicenda non avrebbe suscitato tutto questo clamore. E’ evidente dunque che questo episodio è stato strumentalizzato. Molto dipenderà dalla sensibilità e dal senso di giustizia di coloro che saranno chiamati a giudicare questa vicenda.

In che senso parla di strumentalizzazione?
Santoro è un caso «in provetta», la sua è una classica provocazione. Se non fosse coinvolto lui, il «vaffan..» non sarebbe diventato una bandiera ideologica.

Ma davvero in questa vicenda non vede una limitazione della libertà di espressione di Santoro?
La libertà di stampa in Italia è un’altra cosa. Se si colloca la vicenda di Santoro nella situazione attuale, si capisce che parlare di un venir meno della libertà di informazione è un’evidente forzatura.

Lo zoo di 105 intanto è stato sospeso per le troppe parolacce…
Trovo difficile fare dei parallelismi. Le parolacce in radio e tv sono molto diffuse, ma nel caso di Santoro si tratta di un insulto diretto al proprio capo che è decisamente più grave sul piano dei doveri disciplinari di qualunque lavoratore.

Poniamo che alla fine Santoro la spunti. Che cosa accadrebbe?
Passerebbe il principio secondo cui ogni dipendente ha il diritto di insultare liberamente il suo direttore generale, massimo livello gerarchico addirittura «per televisione», e quindi le aziende si squaglierebbero. Ma per fortuna nelle imprese queste cose non succedono, altrimenti sarebbero guai. Una vittoria di Santoro, come tutti i grandi episodi mediatici, potrebbe però rappresentare un caso esemplare. Dopo il quale ciascuno potrebbe ritenersi autorizzato a fare altrettanto.

Ma al di là dello stretto dato di cronaca, come valuta questa vicenda?
Viviamo in un clima di continue lacerazioni politiche che purtroppo si trascinano sempre di più nei luoghi di lavoro e nelle relazioni sindacali. E ciascuno dovrebbe abbassare i toni per riportare il servizio della tv pubblica a livelli costruttivi e positivi. I mass media dovrebbero ascoltare gli appelli rivolti loro dal Papa Benedetto XVI e anche dal presidente Giorgio Napolitano. Intervenendo in piazza di Spagna l’8 novembre scorso, e ancor prima in un’udienza del 2005, il Papa ha invitato i giornalisti a trattare le notizie parlando delle persone con rispetto, desiderio di verità e spirito costruttivo. Affermazioni ribadite anche da Napolitano, per la verità non solo a proposito dei media, e che dovrebbero valere a maggior ragione per il servizio pubblico televisivo Rai. Anche questo sgradevole episodio ci ricorda quindi quanto è importante che ciascuno recuperi il suo senso di responsabilità.