di Tommaso Scandroglio

L’importante è lo stile. Potete dire e fare qualsiasi cosa ma l’aspetto cruciale è come lo dite e come lo fate. Si può essere a favore di aborto ed eutanasia ma se si riesce a rendere appetibile e quindi digeribile il messaggio di morte il più è fatto. Certo che indorare questo tipo di pillole letali non è facile.

Maestro in questa disciplina di estetica ferale è sicuramente il giornalista Corrado Augias. Il taglio perfetto delle sue giacche a tre bottoni si riflette con adamantina purezza quando disquisisce su tematiche di bioetica. Lo stile british riveste con eleganza anche le tesi più ardite e scomode.

Un saggio di quest’arte di retorica lo abbiamo avuto una manciata di giorni fa su Repubblica. Un lettore si lamentava del fatto che l’eutanasia e i suicidi sono un fenomeno diffusissimo ma volutamente occultato dall’ipocrisia generale e che “l’integralismo cattolico” sta per partorire in Parlamento l’iniqua legge sul testamento biologico, dimentico forse che quel disegno di legge ad interpretarlo con le categorie del “cattolicesimo integrale” non ha nulla a che vedere con Santa Romana Chiesa.

Ma al di là di questo, ecco che il sofisticato Augias prende la palla al balzo e risponde al lettore: “Si tratta di temi sui quali ogni serena discussione è resa ardua da chi non accetta mediazione alcuna su principi che considera non negoziabili”. Chiaro come una giornata d’agosto a mezzogiorno: chi ha la pretesa di affermare che le nostre azioni devono avere un limite invalicabile – leggi: principi non negoziabili – turba la serenità del confronto. Insomma vale più la cordialità della discussione, la civiltà dei rapporti che la vita delle persone. Ovvio che la regola d’ingaggio proposta da Augias non vale a parti rovesciate: forse che le sue posizioni pro-eutanasia non sono anch’esse non negoziabili? Che faccia un passo indietro per non minare la “serena discussione” su questi temi. Sarebbe un gesto che ben si attaglierebbe alla sua innata cavalleria intellettuale.

Il nostro poi prosegue: “Piergiorgio Welby chiedeva solo che si mettesse fine ad un’esistenza ‘vegetale’ per lui insopportabile. Lucio Magri è andato in Svizzera per essere accompagnato alla morte con dignità e senza dolore. Entrambi i casi sono condivisibili. Diversa è invece l’ipotesi dell’eutanasia vera e propria ovvero se io chiedessi ad un medico di iniettarmi un liquido letale”. Qui sono da rilevare due errori. Il primo: anche Magri e Welby morirono per eutanasia attiva e non omissiva: il primo molto probabilmente con iniezione letale, il secondo con barbiturici e stacco del respiratore. Insomma due casi in cui le modalità attraverso cui è stata data la morte sono esattamente quelle condannate dallo stesso Augias.

Secondo capitombolo. Augias aborrisce l’eutanasia attiva: positivamente procuro la tua morte ad esempio iniettandoti una sostanza letale. Benedice invece quella omissiva: non ti do quelle cure oppure quei mezzi di sostentamento come l’acqua e il cibo che ti permetterebbero di vivere. Ora appare evidente che entrambe le pratiche sono da censurare perché entrambe producono il medesimo effetto: la morte. Che ti lascio affogare con il tuo consenso – eutanasia omissiva – oppure che ti spari sempre con il tuo consenso – eutanasia attiva – nulla cambia.

Poi Augias si sposta sul piano sociologico-giuridico: “Il mio suicidio riguarda solo me, è l’esercizio estremo della mia libertà sulla mia carcassa. Il coinvolgimento di un terzo…trasforma il gesto di un individuo in un fatto sociale, quindi meritevole di attenzione giuridica”. Innanzitutto è da appuntare che per Augias una persona malata o afflitta da dolori fisici-morali non è più persona ma solo “carcassa”. Quasi che la sofferenza e la malattia svuotassero dal di dentro la persona, lasciandola senz’anima. Un guscio vuoto. In seconda battuta occorre aggiungere, a commento di quello che scrive il nostro, che il suicidio non riguarda solo il soggetto che si toglie la vita ma anche la comunità, dato che la vita di ogni persona è arricchimento per tutti. Augias invece evidenzia nel suo individualismo come minimo una mancanza di responsabilità sociale. Il tentato suicidio poi nel nostro ordinamento non viene punito perché non serve a nulla mettere in galera il mancato suicida.

Questa scriminante non viene applicata a chi aiuta il suicida perché per costui non valgono le attenuanti di ordine psicologico che invece si possono applicare all’aspirante suicida. Dunque non c’entra nulla il “fatto sociale”. Infine il suicidio è la contraddizione della libertà perché non ti permette di scegliere alcunché per il futuro: è l’eutanasia dell’autodeterminazione, altro che “esercizio estremo della mia libertà”, espressione tra l’altro romanticamente decadente. Il suicidio invece è una vera e propria tomba della libertà.

E da ultimo un’implicita stoccata alla Chiesa: “Così in ogni caso si dovrebbe discutere la materia, con laica ragionevolezza, civile attenzione, senza dogmi, senza anatemi”. Ci viene da chiedere: ma la Chiesa non discute di queste materie in tal maniera? Perché le opinioni di Augias hanno il crisma della ragionevolezza e quelle di persone in talare sono di per se stesse dogmatiche?

Il tentativo di estetizzare l’eutanasia non passa solo tramite articoli di giornali vergati con augiana raffinatezza, ma anche tramite progetti artistici. Il 20 dicembre scorso l’associazione radicale Piero Welby e l’associazione Luca Coscioni hanno lanciato il progetto “Ora – Sulla mia vita decido io! Per il diritto al testamento biologico” in memoria di Piergiorgio Welby. Si tratta di un booklet con il videoclip della canzone “Ora” ed altri contributi. Sulla copertina del dvd c’è un breve commento da parte degli autori in cui fanno sapere che essi appoggiano “il testamento biologico, la libertà di ricerca scientifica sulle cellule staminali e il diritto a un fine vita scelto, consapevole e dignitoso”. La musica al servizio dell’eutanasia. Un altro modo per indorare la pillola. Insomma c’è chi canta e chi invece scrive con garbo che togliersi la vita è gesto pieno di dignità.