Tratto da Il Foglio del 29 giugno 2011

La maternità in provetta in Italia va fortissimo. Se già le coppie che ricorrono alla procreazione assistita sono in aumento costante (nel 2009 sono state quasi 64 mila, 14 mila in più del 2008), dopo il caso della primipara attempatissima Gianna Nannini ovunque si sente inneggiare alla gravidanza da laboratorio per tutte, a tutte le età.

Adesso anche Alba Parietti, classe 1961, vuole un altro figlio, a 29 anni dal precedente: se dapprima la storia della cantante di Siena non l’aveva convinta, ha detto in un’intervista, recentemente si è trovata in aereo con madre e figlia che cantavano ed erano tanto felici, così anche a lei è venuta voglia di avere un altro bambino. E’ stata sempre la gravidanza ai limiti del miracoloso ottenuta dalla Nannini a Londra (dove è possibile praticamente ogni tecnica, compreso l’utilizzo degli ovuli di un’altra, possibilmente giovane e bella) a ispirare anche la giunta del Veneto, che ha deciso di regalare la fecondazione assistita alle donne fino ai cinquant’anni.

Peccato che la procreazione medicalmente assistita solitamente non faccia miracoli, come ha ricordato ieri il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, nel fornire le cifre della relazione annuale al Parlamento sull’attuazione delle legge 40, che regolamenta la materia in Italia. Di certo la provetta non compie prodigi sulle giovani: al di sotto dei 34 anni rimane incinta soltanto una donna su cinque, in linea con il naturale 18 per cento di probabilità di una donna fertile. E di certo quei miracoli non li produce, a maggior ragione, nemmeno sulle donne più mature: sopra i 43 anni di età rimane incinta solo il 7 per cento di chi si sottopone a Pma, e partorisce (pur con le imprecisioni di calcolo dovute alla difficoltà di seguire gli sviluppi delle gravidanze da parte dei centri) appena l’1, 7 per cento. In mezzo c’è la percentuale di esiti negativi, ovvero i bambini persi prima della nascita: dai 43 anni in su, finisce così il 65, 2 per cento delle gravidanze.

Nell’inneggiare al diritto di pancione anche in avanzata età, le cifre sugli insuccessi (equivalenti in tutto il mondo) chissà perché non escono mai. Così come sembra una missione impossibile, nonostante il benestare dell’authority per la privacy, la pubblicazione dei dati – naturalmente anonimi – sui singoli centri italiani (360 in tutto, di cui 190 privati) necessari per una mappatura della reale efficacia dei trattamenti. Il fatto è che sulle gravidanze promesse non c’è trasparenza, ma un sacco di ideologia a scopo di lucro: talvolta i proprietari di centri italiani hanno anche istituti gemellati all’estero, dove garantiscono alle stesse pazienti pratiche proibite in Italia, oppure esistono agenzie specializzate, spesso sponsorizzate da ginecologi compiacenti, che offrono indisturbate il pacchetto completo viaggio-più-provetta. Inoltre, ogni regione fa a sé per quanto riguarda l’accesso ai trattamenti, con il risultato di un esodo delle coppie verso quelle (come la Lombardia) che non pongono limiti di età o che (come il Veneto) li pongono molto alti o accelerano i passaggi fra le diverse tecniche a favore di quelle più invasive (e costose). Di questo si occupa da qualche mese un tavolo di esperti regionali, con l’obiettivo di omogeneizzare le pratiche.

Quella di quest’anno è la prima relazione al Parlamento che include i risultati (anche se soltanto per sei mesi) della sentenza del 2009 della Consulta che ha eliminato il limite di tre embrioni. Mentre le cifre confermano la tendenza costante degli ultimi anni (più coppie, più cicli di trattamento, più bambini nati), al momento l’unico effetto visibile della sentenza è pessimo: gli embrioni crioconservati sono arrivati a 7. 337, dieci volte quelli del 2008. Eppure le gravidanze ottenute da embrioni congelati sono sempre meno, perché questa procedura, sponsorizzata dai detrattori della legge 40, è assai poco efficace. (v. f. )