ROMA, giovedì, 23 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la Lectio doctoralis svolta dal prof. Pierpaolo Donati al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, in occasione del conferimento del dottorato Honoris causa, il 13 maggio scorso.

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1. Il tema. La famiglia è sotto assedio, è nella tempesta, perché le si imputa il fatto di impedire lo sviluppo umano delle persone e addirittura la si accusa di essere fonte di ingiustizie e discriminazioni sociali fra i sessi e fra le generazioni. In breve, si nega che la famiglia abbia un ruolo sociale e pubblico positivo. Alla famiglia si riconosce volentieri il fatto di essere la sfera per eccellenza degli affetti ‘privati’, pur-ché – appunto – questi affetti siano privati di rilevanza sociale e pubblica. Si imputa al matrimonio, e quindi alla famiglia, il fatto di ‘chiudere’ le persone in relazioni particolaristiche e vincolanti che non favoriscono la solidarietà sociale e i comportamenti prosociali. Sembra che la famiglia non generi più delle virtù, né private né pubbliche, ma solo dei problemi sociali e dei vizi pubblici.

Una diffusa cultura della negazione e del sospetto vede la famiglia come disfunzionale allo sviluppo sociale. Anziché essere considerata come il seminarium rei publicae e come la cellula fondamentale di una società buona e giusta, la famiglia viene, al contrario, giudicata come un ostacolo al progresso sociale, alla diffusione dei diritti civili, all’instaurazione di una società democratica, aperta ed ugualitaria. Come rispondiamo a queste tendenze culturali? È ben vero che, nella società odierna, assistiamo ad una forte perdita di virtù sociali, sia nella sfera privata sia in quella pubblica. Ma questa tendenza non è da imputare alla famiglia, bensì ai processi di modernizzazione che hanno deviato il senso e le funzioni sociali della famiglia. Si tratta di quei processi che hanno privatizzato la famiglia e hanno eroso o annullato il suo ruolo di soggetto sociale.

Bisogna riconoscere (cioè conoscere ex novo) ciò che ‘è’ e ciò che ‘fa’ famiglia. Se riusciamo a vedere gli effetti negativi – di disgregazione sociale – che la privatizzazione delle relazioni famigliari comporta, possiamo osservare in controluce quanto le famiglie – quelle autentiche – fanno di positivo e virtuoso ogni giorno per rimediare ai disagi, malesseri e patologie sociali. In questa lectio io non mi limito semplicemente a smentire le accuse che vengono rivolte alla famiglia. Propongo qualcosa di più. Avanzo la tesi secondo cui la famiglia non è solo il luogo in cui vengono coltivate le virtù personali, ma è anche e soprattutto l’operatore sociale – primario e infungibile – che trasforma le virtù personali in virtù sociali. Come tale essa deve essere riconosciuta (cioè conosciuta ex novo). La famiglia, quella basata sulla piena reciprocità fra i sessi (matrimonio) e fra le generazioni (trasmissione del patrimonio di civiltà acquisito), è la maggiore risorsa sociale che la società possa avere. Se una determinata società consuma questa risorsa, o addirittura la perde, va incontro a tante e tali difficoltà che, alla lunga, non potrà sopravvivere.

2. Bisogna distinguere fra virtù personali e sociali, e riconoscere alla famiglia il suo proprio valore sociale aggiunto: quello di produrre virtù sociali. Che cos’è la virtù? Qui la intenderò semplicemente come una disposizione (dispositivo) stabile che un soggetto ha di perseguire il bene morale nonostante le difficoltà che può incontrare. La virtù si esercita mediante deliberazioni che seguono un modus vivendi ispirato a fini eticamente buoni. Virtuosa è la persona umana, che ne è il soggetto. Ma la virtù può essere riferita anche alle relazioni sociali, e più in generale ad ogni sistema intenzionale di azione (lo è una scuola, per esempio, rispetto al suo progetto educativo, o lo è un servizio sanitario rispetto al modo in cui tratta i pazienti). Diciamo che una relazione è virtuosa se, di fatto, favorisce la virtù personale di chi sta in relazione. A ben vedere, ad esempio, il matrimonio è virtuoso non perché gli sposi siano innamorati (il che, ovviamente, è una buona cosa), ma perché la relazione che il matrimonio implica comporta il bene degli sposi: felici sono quei nubendi che non si sposano primariamente perché sono innamorati, ma innanzitutto perché mirano al bene della loro relazione sponsale e ai beni che derivano da tale relazione.

Il bene può essere proprio e/o altrui, ma comunque non esiste un bene ‘irrelato’, cioè un bene che prescinda dalla relazione che il soggetto agente ha con gli altri significativi. Il bene può indubbiamente fare riferimento a criteri astratti, ma in ogni caso deve essere contestualizzato per essere/divenire concreto. Il carattere concreto di un bene può essere realizzato solo entro un coro di virtù che si relazionano a vicenda. Nessuna virtù nasce e cresce come un fiore solitario.

È utile distinguere fra virtù personali e sociali. La distinzione fra virtù personali e sociali ha un carattere relazionale. Le virtù personali sono riferite alla persona come tale, e il loro centro di imputazione è la coscienza individuale. Il loro fine è il perfezionamento della persona, la sua piena umanizzazione. Le virtù sociali sono riferite alle relazioni fra le persone. Benché il centro di imputazione sia sempre la coscienza personale, si applicano all’atto individuale in quanto genera un bene relazionale oppure un male relazionale. Il loro fine è il perfezionamento della vita sociale, che consiste nella produzione di beni relazionali, quali sono il bene comune, la giustizia, la solidarietà, la sussidiarietà, la pace. Le virtù sociali sono dunque quei modi abituali di vivere secondo il bene morale che si esprimono nei rapporti con ‘gli altri’. Sono modi di relazionarsi agli altri. Gli altri possono essere persone con cui si hanno particolari legami e vincoli reciproci, oppure possono essere persone estranee, cioè ‘l’altro generalizzato’.

Le virtù personali portano alla felicità individuale (beatitudine della persona). Le virtù sociali portano alla felicità pubblica (beatitudine della comunità civile e politica). È evidente che l’una felicità dipende dall’altra. La felicità personale non può fare a meno della felicità pubblica, quella che si applica alla relazioni non-famigliari. Siccome la famiglia non può essere un’isola, la felicità personale può essere goduta in maniera piena solo in un contesto relazionale felice, e viceversa. E tuttavia bisogna rilevare, assieme alle continuità, anche le discontinuità fra la felicità personale (e privata) e la felicità sociale (e pubblica).

Le virtù personali chiamano in causa la riflessività della coscienza personale e la sua conversazione interiore. Le virtù sociali chiamano in causa la riflessività delle relazioni sociali in quanto agite dalle persone e/o da altri soggetti sociali. Esistono infatti ‘persone sociali’, nella fattispecie che S. Tommaso d’Aquino chiamava ‘persona moralis’. La famiglia è precisamente una di queste, è una “persona morale”, ed è per questo motivo che è ragionevole e sensato imputare le virtù alla famiglia come tale. Le relazioni familiari sono virtuose quando distinguono fra amore autentico e amore inautentico. L’amore autentico è oblativo e aperto al mistero, quello inautentico è possessivo e magico. La famiglia è la prima scuola dell’amore autentico perché è naturaliter il luogo primario (il paradigma) del dono, a partire dal dono della vita.

Dobbiamo saper vedere le virtù sociali della famiglia in quanto distinte da quelle personali. Molti vedono le virtù umane (il capitale umano) che una buona famiglia può generare quando alleva figli sani, intelligenti, onesti e dotati di spirito religioso. Ma non vedono le virtù sociali che la famiglia può generare o meno. Pensano le virtù sociali come un riflesso delle virtù personali. Il punto è che non sono affatto un ‘riflesso’, tantomeno automatico. I genitori non ne sono spesso coscienti, anche perché la società non li aiuta a vedere queste relazioni, anzi fa di tutto per immunizzare gli individui da queste relazioni. Non le vede né la scuola, né il mercato del lavoro, né tanto meno la politica.

Le virtù sociali poggiano sulle virtù personali, e convergono con esse, ma stanno su un altro piano. I due ordini di realtà sono bensì intrecciati fra loro, ma le loro connessioni non sono per nulla scontate. Due genitori possono essere delle ottime e brave persone se considerate individualmente, ma non è detto che, per tale ragione, il clima famigliare sia efficace nell’educare i figli. Accade spesso che i figli abbandonino le virtù dei genitori. Perché succede questo? La ragione sta nel fatto che la socializzazione dei figli non dipende dai singoli genitori, ma da come i due genitori vivono in pratica la loro relazione: il figlio osserva e decide il suo modo di vita in quanto si regola sulla relazione fra i genitori, non in base a quello che ciascuno di essi gli dice. È in situazioni del genere che constatiamo il fatto che la famiglia educante è una relazione, e non già un aggregato di individui.

Entrambi i tipi di virtù, personali e sociali, si formano nelle relazioni. La famiglia è una particolare relazione che, mentre custodisce tutte le virtù, ne cura e ne esalta alcune in modo peculiare. La ricchezza delle nazioni, oggi, non sta più nei beni materiali, nel PIL che viene prodotto, ma nella qualità delle relazioni umane, al cui centro c’è la famiglia.

[La seconda parte verrà pubblicata il 30 luglio prossimo]