“Il Papa entra in una cristalliera molto delicata, dove le strumentalizzazioni sono sempre in agguato”. Le parole con cui padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, ha descritto la prossima visita di Benedetto XVI in Terra Santa sono significative. A pochi giorni dalla partenza per la Giordania, prima tappa papale, sale il livello di allerta. Anche il portavoce della Santa Sede, padre Lombardi, ha definito il viaggio “importante, interessante”, ma anche “molto complesso”. La tensione non è questione delle ultime ore. Con le prime voci non ufficiali sulla visita del Papa in Israele e Palestina hanno iniziato a girare anche i dubbi, le perplessità e le voci di dissenso. Per un po’ di tempo hanno viaggiato sotto traccia poi, a un certo punto, sono emerse alla luce del sole. I più titubanti – per usare un eufemismo – sono i cristiani di Terra Santa, in stragrande maggioranza palestinesi. Mons. Twal, patriarca latino di Gerusalemme, in un’intervista rilasciata a metà aprile al sito delle Edizioni Terra Santa, legato alla Custodia, ha parlato di “disappunto”, “interrogativi”, “inquietudini” e “timori” per descrivere lo stato d’animo dei cristiani palestinesi davanti alla visita del Papa in Israele e Palestina. Motivo della preoccupazione? “Le loro inquietudini risiedono semplicemente nella domanda: ‘Che cosa dirà?’, o meglio ‘Che cosa gli si farà dire?’”.

L’uso strumentale del viaggio del Papa è il terrore dei cristiani di Terra Santa. Per molti non serve nemmeno aspettare che pronunci i discorsi. Il fatto che arrivi senza che Israele abbia ancora firmato l’Accordo fondamentale con il Vaticano (promessa fatta a Giovanni Paolo II) è già un cedimento. Sono una minoranza schiacciata, presa di mira e hanno paura. Faticano a dire al Papa “Ahlan wa sahlan!”, “Benvenuto!”. E poco importa che il Papa sia forse l’unica personalità internazionale che può permettersi di toccare in un solo viaggio il Muro del Pianto e la spianata delle moschee, lo Yad Vashem e un campo profughi come quello di Aida. In alcuni di questi posti terrà dei discorsi, in altri avrà solo incontri. Ma in una regione in cui vive “un popolo estremamente sensibile” – parole di Twal – anche i piccoli gesti preoccupano. Come ha affermato padre David Nehaus, capo della comunità di lingua ebraica in Israele, “ogni parola e ogni azione del Papa saranno meticolosamente analizzate”. Lo farà la stampa internazionale, lo faranno soprattutto israeliani e palestinesi pronti a contendersi le dichiarazioni come legittimazione o sconfessione politica.

Lo schema sembra già pronto e le avvisaglie ci sono già state. Prima l’allarme attentati lanciato dallo Shin Bet che i cristiani considerano un modo per ostacolare l’arrivo dei fedeli. Poi la richiesta di ambulanze senza la stella di Davide nelle tappe in territorio palestinese. E ancora il palco papale di Nazareth, costruito a ridosso del muro, giusto per mettere in chiaro le cose. Il Papa lo ha ripetuto più volte: “Vado come pellegrino di pace”. Nessuno dubita delle sue intenzioni, pochi credono che ci riuscirà.
A Gerusalemme, come Oltretevere, tanti preannunciano un’inevitabile strumentalizzazione. Benedetto XVI sembra destinato a ritrovarsi in mezzo a moderni mercanti del Tempio, tutti presi dai loro affari, che lo tireranno per la talare. Ma fra le tante interpretazioni già pronte, bisognerebbe almeno includere anche quella del Papa. O dovrebbero farlo almeno i cristiani, a Gerusalemme come a Roma.

da Il Foglio