di Juan Carlos De Martin*
Tratto da La Stampa del 31 agosto 2010

Il 9 agosto scorso Google (ricerca, pubblicità e altri servizi online, 22 mila dipendenti, 24 miliardi di dollari di fatturato) e Verizon (telefonia fissa e mobile negli Usa, 310 mila dipendenti, 157 miliardi di dollari di fatturato) hanno pubblicato una proposta congiunta relativa alla regolamentazione di Internet.

Ora che sono passate tre settimane è possibile fare un primo bilancio delle reazioni. Innanzitutto, notiamo che raramente così poche parole, neanche due pagine, ne hanno causate così tante altre in così poco tempo: una ricerca con le parole chiave «google verizon proposal», infatti, restituisce più di tre milioni di risultati su Google e oltre un milione su Bing (il motore di ricerca di Microsoft). E se il web ha ruggito, la carta stampata non è stata da meno, con tutte le principali testate nazionali (questa inclusa) e internazionali impegnate a riferire gli estremi del dibattito – talvolta schierandosi, in genere su posizioni scettiche o critiche, come il New York Times. Perché una reazione così veemente a una proposta apparentemente così tecnica? I motivi principali sono due. Il primo motivo è che la proposta tocca, oltre al resto, un principio fondativo della rete, ovvero la sua cosiddetta «neutralità», proponendo di attenuarla in due contesti assai importanti (sia pure, come ha poi precisato Google, come mero compromesso temporaneo). Il secondo motivo è che, fino alla proposta con Verizon, Google era stata una sostenitrice «senza se e senza ma» della neutralità della rete, posizione rafforzata anche dall’avere come vice presidente dell’azienda uno dei padri storici di Internet, Vint Cerf. I cambi di direzione di una multinazionale, soprattutto se relativi ad argomenti scottanti, fanno ovviamente notizia, e quindi le reazioni alla proposta dei due colossi sono più che comprensibili.

Ma cosa è la «neutralità della rete» e perché è un argomento scottante? Una delle regole fondamentali di Internet è che gli utenti pagano esplicitamente solo per accedere alla rete, ovvero, per diventare – con il loro computer, smart phone o tavoletta – un nodo della rete stessa. L’accesso naturalmente costerà di più o di meno a seconda della dimensione del «tubo» dati e di altri aspetti del servizio. Ma una volta diventati nodi della rete, tutti gli utenti, che siano blogger o governi, possono raggiungere, sia in trasmissione sia in ricezione, qualsiasi altro nodo, senza più incontrare, ai guadi e ai valichi, gabellieri di sorta. L’importanza – e anche la naturalezza – di questo principio può essere illustrata da un’analogia automobilistica. Sarebbe concepibile che un operatore autostradale – oltre a far pagare a tutti, come è normale, l’accesso alla sua infrastruttura – stringesse anche accordi con marche automobilistiche, per esempio Renault e Toyota, e riservasse alle vetture di tali marche una o più corsie preferenziali, costringendo tutte le altre automobili ad affollarsi nelle corsie rimanenti? Oppure, sarebbe concepibile che ai caselli si ispezionassero i bagagliai, facendo accedere alla corsia preferenziale solo chi trasportasse, per esempio, libri Adelphi o banane Chiquita? Gli esempi fanno probabilmente sorridere tanto sono improbabili. Eppure, nonostante le naturali differenze del caso, è di qualcosa di simile che si sta parlando quando si discute di «neutralità della rete» e dei relativi punti della proposta Google-Verizon.

Ecco perché non condivido il collegamento che lo scorso 18 agosto su questo giornale Luca Ricolfi ha stabilito tra la proposta americana e problemi, per usare le sue parole, di eccesso di libertà positiva (la «libertà di») e di carenza di libertà negativa (la «libertà da»). Non condivido il collegamento perché la proposta Google-Verizon tocca in realtà altri aspetti (le Renault e le Toyota), ma non condivido neanche ampi tratti della sua analisi delle libertà in rete (tralasciamo la critica a Internet come «mondo aperto, magico e buono», dato che da più di un decennio è arduo trovare qualcuno con idee simili). I problemi, infatti, che lamenta Luca Ricolfi – le informazioni inaccurate, i contatti indesiderati, le interruzioni, eccetera – sono, da una parte, problemi naturali, per quanto a volte fastidiosi, in società che hanno scelto di essere aperte come le nostre, e dall’altra parte hanno già numerose soluzioni, a vari livelli. Soluzioni tecnologiche: filtri anti-spam, opzioni di privacy, sistemi di rating, filtri di classificazione automatica della posta elettronica e altro ancora. Soluzioni lato utente: in proposito cito solo, oltre all’ampia letteratura su come usare con efficacia e moderazione la posta elettronica, la possibilità, alla portata di chiunque, di imparare a valutare l’attendibilità di un sito Web proprio come nei secoli scorsi abbiamo imparato a valutare l’attendibilità di libri, case editrici, giornali, riviste e volantini. Soluzioni sociali: si stanno rafforzando e meglio articolando – basta dare tempo al tempo – norme di comportamento relative alle varie attività online, come già successo in passato per ogni invenzione largamente diffusa.

Tecnologia, maggior discernimento e norme sociali più evolute renderanno forse l’esperienza Internet perfettamente «libera da»? Certamente no. E andrà benissimo così. Perché è di gran lunga preferibile muoversi tra il rumore e la polvere di una piazza Internet forse caotica, ma libera e vitale, decidendo ciascuno di noi individualmente a quale angolo fermarci e a chi dare ascolto (e credito), piuttosto che essere ridotti a scegliere da un menu patinato di contenuti (o di contatti) preconfezionato o, comunque, filtrato. E poco importa che il confezionatore sia lo Stato (la Cina ci prova da anni e non è purtroppo la sola) o entità private come Google, Verizon, Apple o Microsoft. Dopo l’invenzione di Gutenberg ci è voluto qualche secolo, ma alla fine abbiamo capito qual è la risposta giusta a simili proposte: grazie, ma no grazie.

*docente del Politecnico di Torino