L’attentato di Alessandria sgretola la facciata di un pluralismo solo apparente. Per Parsi il modello egiziano è un modello fallito. Ma al Cairo tre religioni hanno fatto una scommessa diversa
di Mattia Ferraresi
Tratto da Il Foglio del 4 gennaio 2011

Con il passare dei giorni, l’attentato che la notte del 31 dicembre ha colpito la chiesa copta dei Santi di Alessandria d’Egitto si sta rivestendo di particolari ulteriormente inquietanti. Gli oltre cento chili di esplosivo – non rivendicati – che hanno ucciso 21 fedeli copti hanno suscitato le condanne del mondo, da Benedetto XVI, che ha parlato di un gesto che “offende Dio e l’umanità intera”, fino al Gran Mufti dell’Arabia Saudita passando per il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per cui l’immagine del “volto di Cristo imbrattato di sangue innocente” è un affronto inaccettabile alla libertà religiosa; ma alcune ricostruzioni dell’accaduto contengono aggravanti non secondarie.

Mary Abdelmassih dell’agenzia Aina scrive che le forze di sicurezza egiziane, già allertate per il rischio di attentati contro i copti, hanno lasciato il luogo della strage un’ora prima che il detonatore a distanza facesse saltare l’esplosivo; la stessa fonte, basata su racconti di testimoni oculari, dice che i corpi delle vittime, coperti da fogli di giornale, sono stati trasportati dentro la chiesa quando un gruppo di musulmani ha preso a danzare fuori dalla chiesa cantando “Allah Akbar”. Gli stessi minacciosi slogan contro Shenouda III, capo della chiesa copta, che celebravano l’attentato erano riecheggiati non molto prima fuori da una moschea di Alessandria. Per questa miscela pericolosa le celebrazioni del Natale copto – che cade il 7 gennaio – rischiano di essere silenziate.

Nelle ore della confusione la tentazione di esasperare i termini del conflitto è sempre a un passo, ma gli spiragli tenebrosi che s’intravedono dietro la facciata già grave dei nudi fatti mette alla prova il modello egiziano del dialogo interreligioso, quello che dovrebbe essere un paradigma – per quanto immerso nell’incertezza politica – per il dialogo nel mondo arabo, ma che negli ultimi mesi è stato messo a repentaglio a forza di attentati contro  la comunità cristiana, con la rabbia che ne consegue. Il modello egiziano del dialogo fra religioni viaggia su un crinale dove la laicità dello stato e il fondamentalismo islamico vivono avviluppati in un abbraccio; in mezzo ci sono le antiche comunità copte, che ora reagiscono per le strade dell’Egitto e dell’occidente. “Il modello egiziano è un modello fallito – dice Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali dell’Università cattolica – perché la religione è asservita al potere politico, che vuole neutralizzarla. Ma il potere politico non ha creato nessuna istituzione liberale, al massimo qualche riserva per le minoranze, e quando si aprono spazi nell’autorità entrano altri azionisti”.

Eppure l’Egitto ha visto di recente anche esempi di dialogo alternativi: è il caso del Meeting del Cairo, iniziativa culturale che si è svolta a fine ottobre attorno al tema della bellezza, vero spazio per il dialogo fra religioni. Il Meeting è nato da un rapporto consolidato nel tempo fra alcuni esponenti musulmani della cultura e il Meeting di Rimini, enorme crocevia di esperienze che ha sempre lavorato per creare spazi di armonia non retorica. Wael Farouq, professore musulmano di lingua araba presso l’Università americana del Cairo, ha voluto “esportare” il modello del Meeting di Rimini in Egitto, mettendo un sigillo pubblico a un dialogo che da almeno dieci anni prosegue fitto e discreto fra cattolici e musulmani. Al Meeting del Cairo si sono incontrati cristiani, musulmani ed ebrei in un evento che getta un seme là dove oggi i titoli spettano alle bombe. “Il diavolo colpisce dove c’è unità, smantella le strade che possiamo percorrere insieme”, spiega uno degli organizzatori del Meeting, senza perdere la speranza che ciò che è stato coltivato nel silenzio sia più forte dei dettagli che aggravano ora dopo ora la cronaca della strage.