Le richieste dei musulmani in Europa stanno divenendo sempre più pressanti. Fino a portare dei veri e propri turbamenti nelle imprese
Andrea Sartori (Insegnante)

Un’ inchiesta del quotidiano francese Le Figaro mostra come le richieste religiose e comunitariste dei musulmani stiano diventando sempre più pressanti in Europa. Ovviamente l’articolo di Le Figaro si occupa principalmente  della Francia, dove la minoranza islamica è comunque una minoranza “forte”. Però le cose potrebbero riproporsi anche in altre nazioni.

In Francia i musulmani sono 3.550.000 e rappresentano circa il 6 per cento della popolazione totale del Paese. La Francia è la nazione europea con la più vasta popolazione musulmana. L’Italia è invece ancora una delle nazioni euopee in cui la percentuale islamica è ancora relativamente bassa: secondo il dossier di Caritas/Migrantes 2008 i musulmani in Italia sarebbero 1.293.704 e rappresenterebbero l’1,2 per cento della popolazione. Ritornando all’inchiesta di Le Figaro veniamo a scoprire che Oltralpe i musulmani stanno avanzando rivendicazioni sempre più pressanti, anche in barba alla laicité francese che aveva vietato l’esibizione esteriore della propria apparetenenza religiosa, senza fare sconti a nessuna fede (anzi, facendo sconti solo al cristianesimo, in quanto la legge francese vietava l’esibizione solo di crocifissi particolarmente vistosi). Tenendo conto che in Francia sono presenti le più grandi comunità islamica, ebraica e buddhista d’Europa, la legge risulta particolarmente severa.
Eppure l’islam avanza le sue pretese. Carl Pincemin, consulente in risorse umane, racconta come diversi lavoratori di fede islamica, dopo aver ottenuto menù confessionali, rifiutino che “la carne halal sia messa vicino a piatti contenente carne ‘normale’ giudicata impura”. Inoltre sono state avanzate proposte di mense separate, in quanto questi lavoratori non vogliono più “sedersi di fianco a persone che mangiano maiale”. Oltretutto si arriva a chiedere che le ragazze impiegate a servire i piatti in mensa abbiano le “braccia coperte”. Negli istituti ospedalieri è anche peggio. André Gerin è il presidente della commissione parlamentare sul velo integrale (che, come si sa, in Francia viene avversato pubblicamente in nome della laicité). Assieme ad altri deputati ha visitato l’istituto Mère-Enfant a Lione. La sua analisi è sconfortante: “il personale si sente abbandonato”. Si contano “da quattro a cinque incidenti la settimana”. Ad esempio “un ostetrico chiamato per aiutare un parto difficile è stato ferito alla gola lo scorso ottobre da un marito” e si è dovuto rianimarlo affinché continuasse a lavorare al parto. Il personale racconta: “I mariti insistono affinché le loro mogli siano curati da medici donne. Molti rifiutano l’anestesia per timore che arrivi un uomo”. Davanti a queste rivendicazioni, dice l’antropologa musulmana francese Dounia Bouzar, molti “perdono il loro buon senso” e “temono di essere considerati islamofobi se rifiutano. E cedono a pratiche intollerabili”.

Questo problema non è, ovviamente, esclusivamente francese. Basti pensare che in Italia, non molti anni fa, a Firenze si arrivò persino a considerare accettabile la proposta di un medico somalo riguardo l’ “infibulazione soft”. Il caso fuanche riportato da Oriana Fallaci nel suo La Forza della Ragione. E, come ho già detto, la popolazione musulmana in Italia è di molto inferiore a quella in Francia. In questo modo non si può progredire. E non è certo una maniera per convivere. Per tornare al cibo, anche gli ebrei hanno parecchie prescrizioni alimentari, molte di più rispetto ai musulmani. Ma non si è mai sentito un ebreo lamentarsi di sedere vicino a chi mangia maiale, gamberetti o carne non kasher. Se una persona, per prescrizioni religiose, non può consumare determinati alimenti è giusto che non li consumi, ma non può pretendere la stessa cosa da altri. E’ una violenza psicologica verso il personale pretendere un determinato abbigliamento, magari anche scomodo per chi svolge determinati lavori (come il servizio in mensa).  E così non è possibile questa separazione tra i sessi in un ospedale, dove l’importante è intervenire e non il sesso di chi interviene. E’ quindi fondamentale intervenire in fretta. Non si tratta di “islamofobia” ma di semplice buon senso.