di mons. Luigi Negri
Tratto dal blog Messainlatino.it il 9 maggio 2011

C’è una presenza che accompagna inesorabilmente la vita della società e la devasta: la violenza. Una violenza irresistibile e irrefrenabile: sempre più spesso comincia nell’àmbito delle famiglie ma poi dilaga a tutti i livelli della vita sociale.

Noi vi assistiamo in un modo che sembra rassegnato, quando non come se fosse un elemento obiettivo della vita concreta e quotidiana. Mentre siamo a tavola, nel silenzio che caratterizza la vita di troppe famiglie, segno di sostanziale estraneità, la televisione ci mette sotto gli occhi la violenza inaudita delle masse sulle masse: urla, percosse, ferimenti, omicidi con tutto un accompagnamento di sangue, di lacrime e di disperazione. Che cosa non abbiamo visto nella vicenda libica e nelle altre cosiddette rivoluzioni?

E poi c’è la violenza nella nostra vita quotidiana, nelle nostre città e nei nostri paesi. E il volto limpido, solare, lieto, della piccola Yara ci accompagnerà per sempre. Questa ragazzina cui una o più belve umane hanno impedito una vita che non poteva non essere sentita e desiderata come piena di fiducia e di bellezza.

Le belve sono fra di noi. La violenza entra nell’àmbito della normalità quotidiana. Violenza su tutti, innanzitutto sui bambini, nei modi più terribili e deviati, usati sempre più spesso come oggetti; violenza sui gruppi sociali minoritari e che non accettano di omologarsi alla vita della società violenta. E qui si apre il capitolo terribile dell’odio verso i cristiani e verso i segni della tradizione cristiana nei Paesi a maggioranza non cristiana.

Violenza contro i disabili, i malati: violenza in molti casi giustificata da troppa «cattiva scienza», contro la vita umana e la sua strutturale indisponibilità a qualsiasi potere umano. Chiediamoci se in questa perversione del nostro mondo noi cristiani abbiamo una qualche responsabilità. Consiglio a tutti di rileggere lo straordinario volume di Jacques Maritain, Il contadino della Garonna: contributo fondamentale per la comprensione della storia e delle difficoltà della Chiesa dagli anni ’50 del secolo scorso fino a oggi. Secondo Maritain, l’errore fondamentale dei cristiani è di essersi inginocchiati davanti al mondo. «In larghi settori del clero e del laicato, ma l’esempio viene dal clero, non appena la parola mondo è pronunciata, una luce d’estasi passa negli occhi degli uditori». Inginocchiarsi di fronte al mondo ha significato e significa per troppa cultura cristiana condividere sostanzialmente l’idea della naturale bontà dell’uomo e del mondo. Se l’uomo è strutturalmente buono, allora non c’è assolutamente bisogno della redenzione.

Una miscela di pelagianesimo, manicheismo e catarinismo fa sì che i cristiani accettino l’antropologia mondana senza nessuna istanza critica. Si è persa la verità del peccato originale, confinato nell’àmbito della mitologia, e i limiti dell’uomo vengono dirottati nell’àmbito delle patologie psicologiche, oggetto di terapie psicoanalitiche che alla fine li elimineranno totalmente. Anche noi cristiani abbiamo dato il nostro contributo, teorico e pratico, a quell’«irrealismo antropologico», di cui ha così spesso e pertinentemente parlato Giovanni Paolo II.

Ma se il mondo è strutturalmente buono e la storia dell’umanità è la storia di un progresso definitivamente positivo, anche se attuato con gradualità, allora qual è la funzione della Chiesa: quella di scomparire nel mondo, perché il mondo possa, senza più nessuna obiezione dall’esterno, raggiungere la sua piena maturità? Ben altro era quello che ci era stato messo nel cuore e come responsabilità da assumere di fronte a Dio, alla nostra coscienza, al cuore e alla storia degli uomini. Infatti, la novità della vita dell’uomo è solo Cristo in cui si è reso e si rende definitivamente presente la misericordia di Dio che accoglie l’uomo, lo libera dal suo male profondo, e lo fa camminare verso un destino di verità, di bellezza, di bene e di giustizia. Siamo stati in silenzio, cioè non siamo stati testimoni, testimoni della verità e della liberazione.

Soltanto un’umile e certa testimonianza di Cristo incontra l’uomo di oggi come l’uomo di ogni tempo: alla luce del volto di Cristo emerge tutta l’inesorabile positività del cuore dell’uomo, ma insieme emerge anche l’inesorabile tendenza al male e all’odio che caratterizza anch’essa il cuore dell’uomo. L’uomo ha bisogno di essere educato. La testimonianza cristiana è un fattore fondamentale di educazione che favorisce, con il suo stesso esserci, una vita umana più positiva e più buona sulla terra. Se la Chiesa sta in silenzio, non annuncia Gesù Cristo, non coinvolge la libertà degli uomini nel grande evento della salvezza cristiana, allora questa assenza favorisce il dilagare del male, nel cuore dell’uomo e della società.