di Raffaele Farina

Perché proporre oggi alla società dell’immagine, del tutto-subito-velocemente, di fermare la propria attenzione così distratta sulla mistica cristiana e per di più occidentale, che non si adorna con qualche superficiale alone esotico tale da saper affascinare la sensualità spirituale dei ricercatori dell’indefinito? Serve veramente a qualcosa? Si potrebbe infatti pensare che si tratta di disquisizioni accademiche, di problematiche avulse da quella che comunemente si definisce la concretezza della realtà. Eppure parlare di mistica oggi costituisce un annuncio, un kerygma salvifico, una delle modalità apostoliche di missionarietà della Chiesa.

Su questa linea si pone l’opera del carmelitano padre Luigi Borriello Esperienza mistica e teologia mistica (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, pagine 290, euro 22). A ogni pagina di questo testo emerge la convinzione e la consapevolezza dell’autore di affrontare una questione per nulla marginale, di toccare un nodo fondamentale della vita umana e cristiana, cioè l’incontro dell’uomo con Dio nella sua modalità esperienziale:  infatti “il cristianesimo (è) sostanzialmente mistico” afferma l’autore senza mezzi termini (pag. 113). Le opinioni antiche e recenti sono numerose ma spesso incomplete. È necessario allora ricordare con chiarezza che la mistica è “esperienza del Mistero divino per mezzo dello Spirito, perciò esperienza di fede e di amore (…) ha come oggetto il mistero del Cristo incarnato, che conduce alla vita di Dio Trinità d’amore” (pag. 143) e che “non coincide con la santità canonizzata né con la fenomenologia mistica:  è la consapevolezza di un dono della presenza attuale di Dio accolto e vissuto” (ibid.).
Viene offerto anche un giusto spazio nella trattazione a un dato fondamentale che sottende tutta l’opera, cioè che affrontare la mistica cristiana significa presupporre e proporre un’antropologia precisa, non più da ritenersi scontata nella cultura contemporanea. Non è più di tutti infatti considerare l’uomo come persona irripetibile, ricca di una dignità superiore a qualsiasi altro essere dell’universo in quanto capace di entrare in relazione con Dio, ma spesso lo si degrada per renderlo una parte del fluire della natura.
E dall’altra parte Dio – quando lo si ritiene esistente – non è l’eterna indefinitezza, l’infinito stato di assenza di dolore, ma un essere, “Colui che è che era e che viene” (Apocalisse, 1, 8), con una sua identità trinitaria e personale, che si pone come modalità relazionale esemplare per ogni creatura umana e che nel Verbo incarnato si rivela e la incontra. Dunque la mistica si presenta come lo stato di “pienezza dell’uomo” che vive secondo lo Spirito.
Volendo poi offrire una definizione più rigorosamente specifica, l’Autore afferma che “la mistica è sostanzialmente la percezione di tale esperienza dello Spirito vissuta nell’intimo del soggetto mistico. Si tratta di una sensazione, non già fisica, ma spirituale, del processo d’interiorizzazione del Mistero cristiano, cioè della rivelazione del Figlio di Dio incarnato, accolta e conosciuta nella fede e nell’amore” (pag. 208).
Questa sublime esperienza del divino tutta interiore trabocca spesso all’esterno cercando un linguaggio che mai riesce perfettamente a tradurre in una espressività razionale il tocco di Dio. Quando poi si pone come traccia di cammino esistenziale, acquista un carattere sistematico e dà origine alla teologia mistica. Teologia appunto, discorso razionale su Dio e sull’uomo, ma una teologia che si occupa proprio di studiare l’esperienza di Dio nella vita dei credenti, nel suo manifestarsi e nel suo graduale perfezionarsi nel tratto dell’esistenza umana. Essa si occupa dell’aspetto “sapienziale” che informa l’insieme della dottrina cristiana, quasi che la teologia razionale voglia esprimere così una nostalgia per quella unitaria completezza antica che le era propria al tempo dei grandi padri dell’era cristiana e che il magistero del Papa continua a riproporre:  “La teologia rinvia alla “scienza dei santi”, alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico” (Benedetto XVI, Udienza del mercoledì. San Bernardo di Chiaravalle, 21-10-2009. E proprio la teologia mistica opera un ritorno alla sapientia, a quella sapida scientia, che avvolge la razionalità con il gusto saporoso dell’incontro con Dio e ne indica tuttavia il percorso con chiarezza.
Il terzo millennio è iniziato con una nuova consapevolezza della presenza reale  di una ricerca di Dio nel cuore degli uomini, ma anche con la constatazione che il più delle volte assume modalità e si incammina per strade sbagliate, disorientata e incantata da proposte confuse e multicolori. Le motivazioni di queste deviazioni appaiono diverse, ma si riducono infine a una sola, cioè alla mancanza di vero amore, quello che dona al cuore la fedeltà che costituisce la conoscenza della verità:  infatti, diceva il cardinale Guglielmo di St. Thierry, amor ipse intellectus est.

(©L’Osservatore Romano – 23-24 novembre 2009)