La civiltà greco-romana da un lato e quella giudaico-cristiana dall’altro formano il grande albero della civiltà occidentale, senza le quali non saremmo gli stessi.
Andrea Sartori (Insegnante)

La scrittrice ebrea Elena Loewenthal commenta, su “La Stampa” del 5 dicembre, il libro di Martin Goodman Roma e Gerusalemme: lo scontro delle civiltà antiche. Roma e Gerusalemme, storicamente contrapposte, furono comunque ambedue fondamentali per lo sviluppo della coscienza occidentale. A queste due città bisogna però aggiungere Atene. Sono Atene, Roma e Gerusalemme sono la testa, il braccio e il cuore d’Occidente.

SOPHIA

“Sophia”, cioé “sapienza” è la parola che riassume il contributo di Atene alla nostra civiltà. L’eroe più rappresentativo dell’epica greca non è Achille, ovvero l’uomo forte, e neppure il re-profeta. E’ Odisseo, il “polymetis”, vale a dire l’uomo dall’intelligenza multiforme. Odisseo è l’uomo curioso per antonomiasia, che vuole sapere, che non si accontenta di verità preconfezionate. E in questa versione verrà ripreso anche da Dante.

Atene è quindi la testa della civiltà occidentale. Da Odisseo nasce la filosofia, ovvero l’amore per la sapienza. I presocratici non vollero accontentarssi dei racconti mitologici, e cercarono ossessivamente le cause della nascita del mondo. Socrate invece volle spostare il fuoco sull’etica e sulla ricerca del Bene, ricerca che  arriverà ad una potenza insuperata nel genio del suo allievo Platone.

Ad Atene dobbiamo praticamente tutto ciò che concerne il campo della sapienza pura: filosofia, matematica, geografia, storia: sono tutte parole di origine greca. Socrate, Euclide, Erodoto hanno fondato queste scienze: prima di loro la scienza e la storia erano in mano a re, sacerdoti e poeti, che ne davano visioni mitizzate e inattendibili. Ippocrate per primo rigettò l’origine divina delle malattie, liberando la medicina dai sacerdoti-stregoni e fondando la moderna scienza medica.

Anche nel campo dell’arte pura dobbiamo praticamente tutto ai Greci: se la poesia, sia lirica che epica, sono un qualcosa di comune ad ogni popolo, il teatro nasce, nella forma che poi arriverà sino a noi, ad Atene. Senza il canone scultoreo di Policleto difficilmente avremmo avuto il Rinascimento. Euclide ci ha dato la matematica come la conosciamo. Anche nel campo della riflessione politica i greci arrivarono per primi al concetto di democrazia. Sebbe la democrazia ateniese fosse ristretta solo ai maschi liberi, è già qualcosa: è la radice della democrazia moderna in un’epocadi sovrani assoluti come il Re dei re persiano o addirittura monarchi divinizzati come i faraoni d’Egitto.

Aristotele sosteneva che lo stupore è la vera molla della sapienza. “Storia” è una parola greca che significa “indagine” in quanto l’inventore di questo termine, Erodoto, spiegò che non volva fermarsi alle spieagzioni mitiche, ma voleva, appunto, indagare, recandosi sul posto e raccoglirndo testimonianze e documenti di prima mano. E’ questa la grande eredità greca: quello stupore, quella curiosità che spinsero Odisseo a non fermarsi e ad andare oltre le colonne poste da Ercole “acciò che l’uom più  non si metta”. I figli di Odisseo erano sull’Apollo 11.

IUS

Spesso l’apporto romano all’Occidente, specialmente in epoca moderna, molto ridimensionato. Spesso si è voluto vedere in Roma solo una trasmettitrice del grande pensiero greco. Anche Elena Loewenthal scrive che il merito principale di Roma è quello di aver “masticato Atene per noi”. L’immagine non è falsa, ma sminuisce anche un merito oggettivo di Roma: quello di non aver distrutto la civiltà conquistata, ma di averne compreso il genio, averne assorbito la parte migliore e di averla trasmessa alla posterità: cosa non scontata specie in quei tempi.

Ma negare ogni originalità a Roma sarebbe ingiusto. Se Atene è la testa dell’Occidente, Roma ne è il braccio, con il suo spirito pratico ed organizzativo. E il suo più grande contributo sta nel diritto, che ancora oggi è la base del diritto occidentale. Con le Leggi delle XII Tavole si inaugura il diritto sul quale ancora oggi ci sosteniamo.

Ed è fondamentale una distinzione ben chiara nella mentalità giuridica romana: quella tra ius, il diritto umano, e fas, diritto divino. L’esatto contrario della sharia che non distingue il diritto umano da quello religioso. E altri concetti giuridici romani, come quelli di ius civile applicato ai cittadini, ius gentium agli stranieri e ius naturale, ovvero diritto naturale, oppure quelli di ius publicum e privatum, o quello di ius commune applicato ordinariamente e ius singulare applicato solo a certe popolazioni, sono alla base del nostro senso giuridico.

Roma è stata anche la civiltà più tollerante in senso religioso prima della modernità. L’unico limite alla tolleranza religiosa era l’eversione, che fu la vera causa della guerra di Roma contro Gerusalemme, che non ebbe mai, da parte di Roma, alcuna motivazione religiosa, come dimostrano i buoni rapporti di Giulio Cesare con la comunità ebraica e l’integrazione dello storico ebreo Flavio Giuseppe.  Il cristianesimo fu considerato una religione eversiva da molti imperatori, anche se non da tutti, a causa di errate interpretazioni da parte dei romani della dottrina di Gesù e del rifiuto cristiano di una statolatria imperiale che stava stravolgendo l’equilibrato dare a Cesare quel che è di Cesare: quindi anche in questo caso per natura più politica che religiosa.  Roma fu anche la prima civiltà a considerare possibile concedere la cittadinanza ad un non romano, fino a quando Caracalla (imperatore di origine nordafricana) arrivò addirittura a concedere la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero. Mentre i Greci consideravano orgogliosamente la loro differenza coi barbari e gli ebrei furono fermi nel considerarsi popolo eletto in senso religioso, per i romani era possibile integrare non romani, a patto che accettassero le leggi di Roma. San Paolo, ebreo di Tarso, fu cittadino romano. E Roma fu abile nell’instillare al neocittadino la fierezza di appartenere alla patria romana: Civis romanus sum, una frase che San Paolo stesso pronunciò con fierezza quando si appellò a Cesare.   Roma resta l’unico modello di civiltà multiculturale pienamente riuscito, per aver integrato i popoli più disparati coniugando il rispetto delle tradizioni locali con quello del comune diritto romano. I figli di Cicerone scrissero la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

RACHAMIM

Arriviamo quindi a Gerusalemme. Se Atene è la testa dell’Occidente e Roma ne è il braccio, Gerusalemme è il cuore. Se lo consideriamo nella sua prospettiva storica, il popolo d’Israele è ben poca cosa: non è mai stato potente politicamente, prima della diaspora (quando esplose realmente il genio ebraico, che è arrivato a dare alcune delle più grandi menti dell’epoca moderna, da Spinoza ad Einstein) non ha mai dato geni come i grandi pensatori greci, politicamente era molto arretrato: una teocrazia sotto i Giudici che diventa monarchia di diritto divino con Saul, Davide e Salomone. E pure giuridicamente non può essere paragonato a Roma: la legge mosaica prevede pene come la lapidazione per le adultere, e non distingue tra ius e fas.

Eppure Gerusalemme è il cuore dell’Occidente. Lo è proprio in virtù del paradosso appena esposto. Pensiamo solo che questo popolo piccolo, debole e perseguitato è sopravvissuto  popoli grandi e potenti quali egizi, greci e romani. E’ sopravvissuto alla sua dispersione e ai suoi persecutori.  Storicamente è una follia che un popolo apparentemente così piccolo e così debole possa dire “siamo gli eletti di Dio”. Eppure gli ebrei sono ancora qui, mentre imperi molto più forti sono scomparsi e si sono addirittura estinti biologicamente.

La parola chiave è rachamim, cioè misericordia. In ebraico questa parola riveste anche un significato materno. E’ la parola che riassume anche la vita di una povera e sconosciuta ragazza di Nazareth, sulla quale persino i Vangeli ci dicono poco, e che pure oggi è l’essere umano più amato e venerato del mondo, che da duemila è omaggiata di chiese e di opere d’arte da parte dei più grandi artisti, alla quale si alzano preghiere, si dedicano inni, si chiedono grazie e che sia cristiani che musulmani, quindi una popolazione di oltre 3 miliardi di persone, chiamano “Nostra Signora” o  “Benedetta tra le donne” e che i cristiani arrivano a definire “Madre di Dio”. E l’uomo simbolo di questo rovesciamento della morale comune, della morale del più forte, è Gesù di Nazareth, il servo sofferente di Dio di cui parla Isaia. E questo servo sofferente di Dio è Gesù ma è anche il Suo popolo: Gesù e il popolo d’Israele sono piccoli, disprezzati, odiati, perseguitati, infine uccisi. Ma proprio in forza di questo non muoiono: sempre risorgono, ribaltando la’pprentemente più razionale legge del più forte.

Gesù rappresenta un paradosso nel paradosso. Perché rovescia anche alcuni aspetti della morale della sua stessa gente. Si proclama messia, ma viene da un piccolo centro insignificante come Nazareth da cui, secondo il pensiero comune, “non può venire nulla di buono”. E’ figlio di un semplice artigiano, il suo è un nome piuttosto comune. Soprattutto è un messia etico, e non politico: non predica la rivolta contro i romani, anzi, ne accoglie alcuni tra le sue fila (come il centurione cui guarisce il servo). Ha contatti con persone disprezzate dagli ebrei, come samaritani e cananei. Ha contatti con donne, e con donne di malaffare, e non lo nasconde, come ha contatti con i pubblicani, cioé i “collaborazionisti ” dei romani. Non lo nasconde, e lo grida in faccia ai farisei (“Le prostitute e i pubblicani vi passeranno avanti nel Regno dei Cieli” Matteo 21, 31). Infine sceglie di lasciarsi catturare, fermando la mano di Pietro che lo voleva difendere con una spada e guarendo la ferita di uno degli assalitori, e sceglie la morte sul patibolo più infamante, la croce, ribaltandone completamente il significato.

Gesù non abolisce, come dice Egli stesso nel Sermone della Montagna, la Legge mosaica, ma la perfeziona. Anche ribaltandola, come quando impedisce la lapidazione di un’adultera con il celebre “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” e non condannandola neppure Egli, che ne aveva il potere (Giovanni 8, 1-11) o come quando sostiene che bisogna “dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” rigettando di fatto sia la teocrazia ebraica che la statolatria romana. Rivivifica il senso di alcune usanze ebraiche, oramai scadute in un arido legalismo, come quando sostiene, contro la rigida dottrina del riposo, che “il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato” (Marco 2, 27) oppure, riguardo le prescrizioni alimentari, quando dice che è ciò che esce dalla bocca a rendere impuro l’uomo e non ciò che vi entra, abolendo le norme di purità alimentare (Marco 7, 15-19).

La misericordia verso il debole ha portato all’abolizione della schiavitù, alla riconsiderazione del ruolo della donna e del bambino, all costruzione di ospedali e istituti di carità, sconosciuti nel mondo antico. La radice cristiana è portatrice soprattutto della misericordia verso tutti, buoni o cattivi, poveri o ricchi. E’ il rovesciamento della morale del più forte. Nell’antichità, come attualmente nell’islam, Dio favorisce il più valoroso. Achille era nel giusto in quanto più forte. I Romani si sentirono giustificati nella conquista di mezzo mondo, e così Maometto e i primi musulmani si sentirono favoriti da Dio proprio in virtù delle loro vittorie militari.

Il rovesciamento della morale del più forte, portato dall’ebreo Gesù nel mondo, ha fatto sì che anche in mezzo a mille tradimenti i cristiani sentissero la palese ingiustizia di certi orrori. Ad esempio, quando i conquistadores spagnoli devastarono le Americhe, il vescovo Bartolomé de Las Casas prese le difese degli indios, e così i gesuiti, come vediamo nel film Mission. Nulla di tutto questo sfiorò la mente di greci, romani e musulmani.

E il popolo di Cristo, il popolo ebraico, rivisse la Passione del suo Figlio più grande attraverso i secoli, attrraverso i Caifa cristiani dell’inquisizione, islamici e fascisti. Ed ebbe croci come l’Olocausto. Eppure, come Gesù, è sempre risorto. Se gli ebrei a Lui contemporanei non Lo capirono, in quanto cercavano il messia politico che si imponesse con la forza delle armi, secondo la morale del più forte diffusa tra gli uomini dell’epoca, il popolo di Israele è davvero il Cristo dei popoli, è il servo sofferente di Yahvé di cui parla Isaia. Ed è questo il cuore della civiltà: non il più forte è il migliore, ma il perseguitato e chi ha la misericordia. Ed è un qualcosa che, a differenza del resto, non è prerogativa solo dell’Occidente, come dimostra la diffusione mondiale del cristianesimo, che ora è più presente ed è in crescita più rapida presso i popoli d’Asia e Africa: i popoli apparentemente più deboli, ma che spesso sono testimoni della misericordia. I figli di Gesù Cristo costruirono gli ospedali, le scuole, i ricoveri e aiutarono gli uomini e le donne di tutto il mondo.

ILLUMINISMO E ISLAM

Alcuni parlano di radici illuministe d’Europa. In realtà tutto ciò non è vero. L’Illuminismo ha avuto sì una parte importantissimo nel formare la nostra coscienza, ma non si può parlare di radici. Perché l’Illuminismo è, nella sua parte migliore e più valida,  una riscoperta di aspetti del pensiero greco e romano.  La laicità, seppur spesso tradita dalla Chiesa, è figlia del “Date a Cesare” evangelico, ed era già stata riproposta nel “buio” Medioevo da Dante Alighieri, cristiano senza ombra di dubbio, con la teoria dei “duo soli”. Sicuramente l’Illuminismo ha giocato un ruolo fondamentale in alcuni momenti, ma non si può parlare di radice, altrimenti dobbiamo mettere tra le radici anche il Rinascimento italiano, figlio splendente e più autentico della fusione tra la riscoperta della bellezza greca e la spiritualità cristiana. senza la civiltà classica e cristiana, passata attraverso il Rinascimento, l’Illuminismo, apparentemente scristuanizzatore, non si sarebbe mai sviluppato: se ne accorse Giosue Carducci quando scrisse, a proposito  della Rivoluzione francese e dei suoi concetti di libertà, eguaglianza e fraternità, che “la canaglia sanculotta gridando il Ca ira cantava le massime del Nazareno”.

Si parla spesso anche dell’apporto dell’islam alla nostra cultura, spesso per un atteggiamento politicamente corretto. Sicuramente negare l’importanza della civiltà araba sarebbe sciocco: Averroé e al Khuwarizmi furono grandi geni. Ma furono spesso in contrasto con l’islam come religione. Omar Khayyam, grande astronomo e grande poeta, fu personalmente uno scettico, se non un ateo, e queste è evidente dalle sue meravigliose quartine. La filosofia greca arrivò in Europa grazie ad Averroé. Ma Averroé fu osteggiato, perseguitato, attaccato da al Ghazali con il suo La distruzione dei filosofi (cui Averroé rispose con il magistrale La distruzione della distruzione dei filosofi), costretto all’esilio, e i suoi libri bruciati. Ernest Renan scriveva che “attribuire all’islam i meriti di Averroé sarebbe come attribuire all’inquisizione i meriti di Galileo”. E comunque anche in questo caso non si può parlare di radice: Averroé portò Aristotele, ma la radice resta Aristotele.

Stesso discorso vale per la matematica: la maggior parte dele idee matematiche hanno la loro radice in Grecia: l’eliocentrismo, prima di Copernico, fu teorizzato da Aristarco di Samo. La geometria si chiama euclidea. I cosiddetti numeri arabi sono in realtà indiani, come lo è il concetto di zero. Accecati dall’islam scordiamo la grande civiltà dell’Indo, che, paradossalmente, pur più lontana geograficamente ci è più vicina spiritualmente. La civiltà araba fu sicuramente una grande civiltà, soprattutto quando fu meno ortodossa in senso religioso, e le sue creazioni più vitali sono un patrimonio umano che ha scandalizzato più di un muftì (tant’è che ad oggi Le mille e una notte circolano in Egitto in versione censurata). Ma altre sono le nostre radici: Atene, la testa. Roma, il braccio. Gerusalemme, il cuore.