Il primo giorno di lavori del convegno ecclesiale diocesano

di Chiara Santomiero

ROMA, mercoledì, 16 giugno 2010 (ZENIT.org).- “La forza ordinaria della vita cristiana”: è questo ciò che emerge dal cammino di verifica delle parrocchie romane, secondo mons. Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico del Vicariato di Roma, che ne ha presentato una sintesi il 15 giugno, nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, in occasione del primo giorno di lavori del convegno ecclesiale diocesano “Si aprirono loro gli occhi, lo riconobbero e lo annunziarono. L’Eucarestia domenicale e la testimonianza della carità”.

“Quella vita cristiana – ha proseguito Lonardo – che è talmente costante e paziente da non meritare attenzione nei media, pur essendo il tessuto benedetto che struttura la nostra città”.

Il convegno conclude l’anno pastorale dedicato alla riflessione su “Eucarestia domenicale e testimonianza della carità” con una verifica tratta dalle relazioni inviate da 306 delle 336 parrocchie di Roma, unitamente ad altre 150 provenienti dalle cappellanie dei migranti, universitarie, ospedaliere e da associazioni e movimenti.

Diverse le sottolineature emerse. Innanzitutto l’importanza del metodo; se molte parrocchie sono già abituate a verificare periodicamente il loro cammino, per altre l’esperienza di quest’anno “potrebbe portare ad una maggiore collaborazione stabile fra sacerdoti e laici, perché divenga abituale la valutazione comune delle tappe percorse e di quelle da progettare”.

Si sottolinea anche “l’esigenza di una formazione comune su temi per tutti importanti” ritenuta necessaria poiché “prevale la mentalità organizzativa su quella riflessiva, mentre solo quando c’è una chiarezza di orizzonti pensati e condivisi ognuno è in grado di muoversi con grande creatività e responsabilità”.

Si evince, secondo Lonardo, una “coscienza diffusa di dover maturare una ‘via romana’, che nasca dalla valorizzazione equilibrata delle tante ricchezze della diocesi”.

La cura della liturgia

Quale cammino viene proposto? A fronte di un diffuso “analfabetismo religioso di ritorno” le parrocchie romane affermano la necessità di “proporre la fede, di manifestarne la bellezza e la credibilità, di comunicarne la ragionevolezza e la praticabilità”. A causa “della diffusa ignoranza su punti basilari della fede cristiana” si potrebbe infatti dire che “il cristianesimo oggi nella nostra città non può essere accolto, perché non conosciuto”.

Occorre allora ricominciare dalla liturgia “poiché almeno qualche volta nella vita, per i motivi più diversi, anche le persone più lontane dalla chiesa partecipano alla liturgia ed anzi avvertono che quello è il contesto in cui vivere passaggi decisivi della loro vita”. In questa maniera “le parrocchie mantengono un legame, anche se tenue, con tutte le persone”. “L’Eucarestia – ha affermato Lonardo – oggi è una soglia attraverso la quale le persone si avvicinano o riavvicinano alla fede”.

“La cura della liturgia – si sottolinea – delle feste o del cammino dell’iniziazione cristiana, dei momenti ordinari dell’anno liturgico, così come dei funerali, dei battesimi, dei matrimoni, attrae chi vi partecipa, pur essendovi talvolta giunto inconsapevolmente, quando con sorpresa si rende conto della bellezza e della serietà di ciò che è celebrato nei misteri liturgici”. Tutti questi momenti non dovrebbero, allora “essere sciupati da atteggiamenti di fretta da parte dei presbiteri o da freddezza e indifferenza della comunità cristiana”.

Accanto alla liturgia è fondamentale anche la testimonianza della carità; infatti “il lavoro negli oratori a sostegno dell’educazione di bambini e ragazzi, il coinvolgimento nelle attività a servizio dei più poveri, la presenza nelle situazioni di solitudine di tanti anziani, l’accoglienza discreta e festosa delle famiglie, anche di quelle irregolari, la proposta delle adozioni a distanza, sono tutte realtà attraverso le quali tanti si avvicinano o riavvicinano alla fede”.

Da tutte le relazioni viene affermata “la centralità dell’Eucarestia e della liturgia della Parola, insistendo sulla formazione ad una vera proclamazione della Parola di Dio, così come sulla qualità che deve avere l’omelia che è parte integrante della liturgia”.

Vengono criticate, infatti, le omelie “non preparate, approssimative, ripetitive, banali, che non aiutano a manifestare la rilevanza del Vangelo sulla vita come lieto annunzio”. Per questo, si afferma “spesso, si sceglie di partecipare proprio alla liturgia la cui parola ‘scalda il cuore’.

L’Eucarestia come catechesi permanente

Si sottolinea, altresì come “il contesto culturale abbia decostruito l’agire simbolico e rituale, tipico dell’uomo e, più in particolare, quello sacramentale, tipico del cristiano, rendendo più difficile la comprensione della liturgia”.

La celebrazione viene spesso “vissuta in modo individualistico, non essendoci una abitudine virtuosa a compiere i gesti liturgici, vuoi inginocchiandosi, vuoi levandosi in piedi, vuoi cantando, vuoi gustando il silenzio” e questo avviene “per una diffusa ignoranza sul significato della liturgia in sé e dei suoi singoli gesti, ma corrisponde anche all’atteggiamento di fondo del nostro tempo che privilegia in ogni ambito la dimensione individuale, trascurando quella pubblica e comunitaria”. Da qui la proposta di tornare a valorizzare “l’Eucarestia come catechesi permanente per il popolo cristiano”.

La celebrazione domenicale, inoltre, secondo le comunità parrocchiali romane, è “legata al senso stesso della festa e del riposo” per cui è necessario “tornare ad annunciare il grande valore della domenica”. Per molte parrocchie “l’Eucarestia è sempre più il giorno dell’incontro delle famiglie fra di loro, che terminata la messa sostano per salutarsi mentre i bambini giocano” così come altre affermano di aver fatto la scelta di convocare gli incontri dei genitori e delle famiglie nel giorno di domenica e di aver proposto la stessa catechesi dell’iniziazione cristiana subito prima o subito dopo l’Eucarestia domenicale.

Si sottolinea poi che “il Vangelo invita a far sentire accolti nella liturgia anche i separati risposati, pur non potendo condividere con loro il pane eucaristico”. “La costante presenza di molti di essi nella liturgia domenicale – si afferma – è un segno molto bello con il quale essi testimoniano non solo la loro fede, ma anche che sentono che la Chiesa è loro vicina”.

L’accoglienza degli immigrati

Alcune parrocchie hanno intrapreso la strada di “ospitare stabilmente le liturgie domenicali di alcune comunità etniche, constatando che questa apertura, anche se le relazioni non sono sempre facili, offre un grande contributo agli immigrati”.

A proposito della presenza a Roma di migliaia di immigrati, va sottolineato che “oltre la metà giunge da paesi cristiani, a maggioranza cattolica o ortodossa”. Le relazioni delle cappellanie esprimono l’esigenza che “l’accoglienza non si limiti alle questioni lavorative ed economiche, ma abbia cura della fede dei migranti e li sostenga nelle scelte morali, perché l’immigrazione non divenga una tragedia spirituale e familiare”.

Particolarmente efficace, in questo campo, avvertono “è il lavoro di sette protestanti di recente origine – ben diverse dalle grandi chiese protestanti storiche – che offrono in Roma aiuto, conforto e calore agli immigrati, allestendo con prontezza luoghi di culto non appena un gruppo di immigrati si stabilisce in un dato quartiere”.

Si segnala anche “la preoccupazione – e la conseguente richiesta di aiuto – che alcune comunità rivolgono perché sia garantita in Italia la libertà di convertirsi al cristianesimo, poiché gli immigrati, come è noto dalle fonti di stampa, possono ricevere talvolta forti minacce da loro connazionali contro tale libertà”.

Nella prospettiva “di una vera integrazione, con la capacità di costruire, anche attraverso la scuola, delle feconde relazioni inter-culturali, capaci non di tacere le differenze, quanto piuttosto di conoscerle ed integrarle” un grande ruolo sembra giocare “l’inserimento ordinario nella vita parrocchiale, nella catechesi, nella liturgia domenicale o nella vita di oratorio: questo vale soprattutto per le seconde generazioni”.

Il “cortile dei gentili”

Una delle esigenze che emerge, infine, in maniera più condivisa da tutte le reazioni è quella di “una formazione che aiuti i laici a vivere da credenti nella città, maturando la capacità di far sì che la fede fecondi la cultura del tempo in cui viviamo”.

In questa prospettiva è stata ripresa l’espressione utilizzata da Benedetto XVI che ha invocato “un nuovo ‘cortile dei gentili’, un luogo cioè che, come nell’antico Tempio di Gerusalemme, consenta l’incontro tra i credenti e coloro che non sentono ancora di voler fare il passo di aderire alla fede, ma desiderano condividere con i cristiani valori e riferimenti, sentendo l’esigenza di discuterli ed approfondirli”.

“Dietro l’incontrarsi, il verificare, il progettare – ha affermato il direttore dell’ufficio catechistico di Roma Lonardo -, sta l’amore della Chiesa di Roma per la città di Roma ed i suoi abitanti: senza la Chiesa essa non potrebbe nascere alla fede. E, da parte sua, la Chiesa non potrebbe rivolgersi alla città se non per l’amore che le porta”.

“Verificarsi – ha concluso Lonardo – è un’altra tappa, affidata a noi, della storia di amore iniziata duemila anni fa che unisce la Chiesa che è madre agli uomini e alle donne di Roma”.