di Massimiliano Panarari
Tratto da La Stampa

Cadono pietre, anzi, volano parolacce sul Festival della canzone italiana.

Mai il linguaggio, infatti, era stato tanto sboccato e sopra le righe, a Sanremo, come nella prima puntata di questa sua 62ª edizione. Nessuna pruderie o eccesso di moralismo, sia chiaro, ma la mera constatazione di un dato di fatto, e cioè che i presentatori di questo appuntamento musicale (e molto altro proprio qui sta il punto…) hanno la scurrilità facile.

Segno dei tempi, dirà qualcuno, in un Paese che ha sdoganato la trivialità in ogni dove, a partire dalla discussione politica (anche se qui, a parte alcuni recidivi, l’aria parrebbe cambiata) e dalla «maschia» o spiccia antipolitica. E modalità intergenerazionale e interclassista di comunicare. Come dire, un «vaffa» non si nega nessuno, e una tonnellata di «caz…» al giorno leva lo psicanalista di torno.

Così fan (più o meno) tutti e così andrebbe la società italiana. Ma, a questo punto, sorge un dubbio – e, magari, pure un sospetto di schizofrenia. Se l’ambizione è riunire nel salotto davanti al piccolo schermo (moderna rivisitazione del foyer domestico) tutti quanti in nome di un «sano divertimento familiare», allora lo spettacolo a suon di turpiloquio non va bene. Per niente.

A meno che il riferimento a quel «familiare» si iscriva solo formalmente nella tradizione di Raiuno, l’ammiraglia della (ex?) tv di Stato, e si ammetta che quando si ha a che fare con le implacabili leggi dello show business, vale tutto, à la guerre comme à la guerre, inclusa, quindi, la scurrilità, via maestra per far impennare l’audience (e pure, nessuno ci leva l’impressione malevola, scorciatoia per coprire qualche vuoto di idee di troppo).

Da qualche decennio, l’Italia fattasi via via sempre più liquida e postmoderna, si è rimodellata, nei comportamenti e nei gusti, intorno a quella che Umberto Eco ha chiamato la neo-tv e, più recentemente, alla sua ulteriore involuzione, ribattezzata dal sociologo Vanni Codeluppi «trans televisione». La vecchia categoria del nazionalpopolare ha ceduto così il passo a una sottocultura dilagante (in alcuni ambiti persino egemonica), la cui irresistibile ascesa si spiega anche con l’avere legittimato i nostri (assai poco commendevoli) basic istinct, turpiloquio compreso. E Sanremo (che del nazionalpopolare rappresenta un emblema), sempre più kermesse e sempre meno «casa canora» degli italiani, è partita all’inseguimento, ritrovandosi evidentemente ad adottare un linguaggio che fa molto Grande Fratello.

Solo che la volgarità non è un venticello, ma un tornado. E le parole (non le parolacce…) sono importanti. Specialmente in una tv per cui si paga il canone e la cui mission benemerita se svolta nel modo dovuto – coincide con il servizio pubblico. Che l’italiano, quindi, lo deve insegnare, e non contribuire a devastare.