Analisi di due professori della Pontificia Università della Santa Croce

di Giovanni Tridente

ROMA, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- Da quando è stata annunciata la Costituzione Apostolica che regolerà il modo in cui gli anglicani potranno aderire alla Chiesa Cattolica, molti mezzi di comunicazione hanno sollevato diverse questioni di carattere ecumenico e canonico sulla futura normativa.

A tale proposito, abbiamo chiesto dei chiarimenti a due esperti in materia, entrambi professori presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma, don Philip Goyret, ordinario di Ecclesiologia ed Ecumenismo, e don Eduardo Baura, ordinario di Diritto canonico e Consultore della Congregazione per i Vescovi.

Tenendo conto delle anticipazioni fatte dalla Santa Sede in merito all’imminente Costituzione Apostolica, in che modo gli ordinariati personali rientrano nell’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II?

Philip Goyret: Stando ai dati finora in nostro possesso, la soluzione degli ordinariati personali mostra esattamente come la Chiesa di Roma sia veramente cattolica: non solo per denominazione, ma come qualità teologica, la stessa che confessiamo nel Credo. Ossia, come apertura intrinseca verso tutte le realtà umane oneste (lingue, tradizioni, spiritualità, sensibilità, ecc.), perché il Vangelo che la Chiesa deve diffondere è destinato nella sua interezza a tutti gli uomini immersi in tali realtà, senza eccezioni. Poiché nella cattolicità convergono l’unità e la diversità, essa diviene un aspetto basilare dell’ecumenismo. Se l’istituzione di questi ordinariati personali permette di inserire nella comunione cattolica la specificità anglicana, essa non solo non rappresenta un ostacolo per l’ecumenismo, ma ne diviene in realtà una sua conseguenza.

Non vi è dunque alcun passo indietro nell’odierno movimento ecumenico, come alcuni affermano?

Philip Goyret: In effetti, in alcuni casi si è parlato di un ritorno all’“uniatismo”, inteso come atteggiamento aggressivo nei confronti di altre confessioni cristiane, che verrebbero “fagocitate” un pezzo alla volta dalla Chiesa cattolica, che a sua volta non si degnerebbe di concedere alle persone che vi “rientrano” di conservare nemmeno un minimo della loro tradizione precedente. Senza entrare ora nel merito della verità storica di un tale giudizio applicato alle unioni avutesi nei secoli precedenti, occorre dire che nel caso in questione le cose sono andate decisamente in una direzione differente. Da una parte, vi sono intere comunità anglicane che chiedono spontaneamente di essere ammesse nella piena comunione cattolica. Dall’altra, esse potranno conservare gli elementi specifici della loro tradizione liturgica e spirituale che considerano necessari e convenienti per vivere appieno la fede cristiana e cattolica. Siamo perciò agli antipodi di quello che si suole chiamare uniatismo.Fra gli elementi specifici che gli anglicani d’origine conserveranno all’interno dell’ordinariato personale si trovano i preti sposati. Ciò significa che la Chiesa latina cede nella sua disciplina sul celibato?

Philip Goyret: Si tenga presente che esisteva già la prassi, dovutamente approvata dalla Santa Sede, di permettere l’ordinazione presbiterale di quei singoli ministri anglicani sposati che, una volta ammessi nella piena comunione cattolica, desiderano esercitare il ministero sacerdotale. L’ordinazione sacramentale nella Chiesa cattolica è infatti necessaria, dato che non si ritengono validi gli ordini ricevuti nella comunione anglicana. Pertanto, la prassi che si annuncia per gli ordinariati personali non è nuova nella sostanza, ma solo rispetto al fatto di trovarsi all’interno di un ordinamento istituzionale globale. Si tratta, insomma, di un atteggiamento pastorale, attento a togliere eventuali intralci al cammino verso la piena comunione.

Né prima, né dopo si può quindi parlare di “cedimento”, perché si è di fronte ad una prassi “di transitorietà” che regge esclusivamente per coloro che, essendo ministri anglicani sposati, “emigrano” alla Chiesa cattolica e desiderano l’ordinazione. Ai seminaristi già anglicani non sarà consentito di sposarsi, e, naturalmente, nemmeno ad un cattolico che prospetta di incorporarsi nell’ordinariato personale in vista di un sacerdozio da sposato. E’ inoltre chiaro che in nessun caso esisteranno Vescovi cattolici sposati all’interno di questi ordinariati, e nemmeno presbiteri coniugati a capo di qualche ordinariato personale come prelati. Nella Chiesa cattolica di rito latino la disciplina celibataria del clero resta dunque pienamente in vigore.

Ma si potrebbe prospettare qualche cambiamento futuro a questo riguardo?

Philip Goyret: Quando la Chiesa cattolica afferma che la continenza «non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio» (PO 16/1), vuol dire che, in effetti, il valore e l’efficacia delle funzioni sacerdotali non dipendono dal fatto che il sacerdote sia o non sia sposato. Occorre però tener presente che lo status del celibato sacerdotale nella Chiesa cattolica non è solo di semplice convenienza pastorale. Sia in ambito orientale che latino, sia fra cattolici che fra ortodossi, l’episcopato — che è il sacerdozio nel suo grado maggiore — è riservato ai celibi. In tutti questi casi, inoltre, non è mai permesso ad un sacerdote di sposarsi (sarebbe un matrimonio invalido): casomai, se appartiene ad un rito che lo consente, egli si può sposare prima dell’ordinazione. Tutto ciò lascia intuire come il vincolo sacerdozio-celibato affonda le sue radici più in profondità che la sola inventiva umana. Non è pertanto prospettabile che si possa modificare l’attuale disciplina.

Che effetti positivi può avere per la Chiesa cattolica l’istituzione degli ordinariati personali?

Philip Goyret: Ve ne sarebbero almeno tre. Da una parte, l’istituzione di questi ordinariati mostra la convenienza di disporre di circoscrizioni personali, gerarchicamente strutturate, a favore di categorie specifiche di fedeli, non delimitati da un criterio esclusivamente territoriale. Potremmo dire che la Chiesa, in vista della missione che è chiamata a compiere nel mondo, “si fa in quattro” per poter arrivare a tutti. Con questi ordinariati abbiamo uno stimolo per pensare ad altri ambiti che possano essere “accuditi” con strutture di questo tipo o simili. Al tempo stesso è stimolante per tutti coloro che soffrono, o almeno “pazientano”, a causa delle “verità scomode” che la Chiesa non cessa di affermare. Si vede, infatti, come difendere saldamente la fede, senza tradimenti, non svuota la Chiesa, ma la riempie. In definitiva, quando la Chiesa resta fedele al Vangelo ricevuto, essa si rende credibile.

Con l’istituzione di questi ordinariati, infine, le tradizioni liturgiche e spirituali provenienti dall’anglicanesimo non sono “tollerate”, ma “accolte” e, anzi, benvenute. Ciò conferma la rilevanza che la Chiesa cattolica concede all’inculturazione come componente intrinseca all’evangelizzazione. Non esisteva fino ad ora nessuno strumento canonico che permettesse agli anglicani di aderire pienamente alla Chiesa Cattolica?

Eduardo Baura: Oltre all’accoglienza individuale nella Chiesa Cattolica mediante una semplice cerimonia in cui il fedele esprime la piena adesione alla fede cattolica, finora alcuni gruppi di anglicani sono entrati nella piena comunione con la Chiesa Cattolica conservando in qualche modo la loro identità e le loro tradizioni, come avvenuto ad esempio per la diocesi anglicana di Amritsar, in India. Negli Stati Uniti, tra l’altro, esisteva la cosiddetta “Pastoral Provision”, mediante la quale alcune parrocchie anglicane sono passate alla piena comunione diventando parrocchie personali della Chiesa Cattolica, aventi come parroco il precedente pastore anglicano.

E, allora, perché non continuare con la stessa prassi?

Eduardo Baura: Nella nota informativa della Congregazione per la Dottrina della Fede circa la nuova Costituzione Apostolica si afferma chiaramente che la norma progettata risponde a numerose richieste di gruppi di fedeli. Non basta quindi limitarsi a dei provvedimenti singolari di carattere eccezionale, ma occorre strutturare l’attenzione pastorale di questi fedeli, offrendo un quadro legale generale chiaro.

Dal punto di vista del diritto canonico, quali sono le novità di questo nuovo quadro normativo?

Eduardo Baura: Una risposta compiuta è possibile darla soltanto dopo che sarà promulgato il Documento. Comunque, stando alle dichiarazioni ufficiali espresse finora e alle prime reazioni, direi anzitutto che la Costituzione Apostolica serve ad agevolare l’unità di molti fedeli anglicani con la Chiesa Cattolica, garantendo loro un’organizzazione pastorale prestabilita e rispettosa della loro sensibilità. Penso che la novità più grande consista nella previsione di ordinariati. Sino a questo momento c’erano parrocchie personali sparse, oltre al caso della diocesi di Amritsar. Ora si potrà contare sulla presenza di un Ordinario con potestà per coordinare la pastorale con questi fedeli in un determinato ambito, presumibilmente quello di una Conferenza Episcopale.

Che caratteristiche hanno questi nuovi ordinariati?

Eduardo Baura: Anche qui occorre attendere il testo per dare una risposta definitiva. Tuttavia, il fatto che siano stati comparati agli ordinariati militari permette di individuare alcune caratteristiche. Si tratta di un ente composto da fedeli che, per determinate circostanze, hanno bisogno di una cura pastorale specializzata, che viene affidata ad un Ordinario, aiutato dal suo presbiterio.

Sembra dunque che non ci sia alcuna differenza rispetto ad una diocesi…

Eduardo Baura: Infatti, ci sono importanti elementi in comune con le diocesi, invece la differenza più importante consiste, a mio avviso, nel fatto che la giurisdizione di questi Ordinari è necessariamente cumulativa con quella dei Vescovi diocesani, cioè si aggiunge a quella già esistente di questi ultimi. In pratica, i fedeli di questo tipo di ordinariati appartengono contemporaneamente alle diocesi locali. Spetta poi al singolo fedele la libertà di partecipare alla vita pastorale della diocesi o dell’ordinariato.

Molti giornali hanno comparato gli ordinariati per gli anglicani alle prelature personali, concretamente a quella dell’Opus Dei. Cosa c’è di corretto in questo paragone?

Eduardo Baura: Gli ordinariati per i fedeli di origine anglicana hanno la peculiarità di nascere sotto il patrocinio della Congregazione per la Dottrina della Fede, anziché provenire dalla Congregazione per i Vescovi (o dalla Congregazione di Propaganda Fide), come previsto per le prelature personali, oltre ad altre singolarità, come quelle derivate dall’uso di una liturgia particolare. Risulta facile paragonarli anche agli ordinariati esistenti in alcuni Paesi per l’attenzione pastorale di cattolici di altri riti, così come si possono realizzare delle comparazioni fra i diversi tipi di circoscrizioni territoriali (arcidiocesi, diocesi, prelature, etc.). Tuttavia, al di là delle differenze che portano la Santa Sede a raggruppare gli enti sotto diversi nomi, appare piuttosto logico evidenziare gli elementi comuni a tutte queste giurisdizioni personali. Ordinariati personali, militari, prelature personali costituiscono in ogni caso quei tipi di circoscrizioni personali espressamente volute dal Concilio Vaticano II, che si aggiungono alle Chiese locali (in quanto i loro fedeli appartengono anche alle diocesi), allo scopo di svolgere un’attività pastorale specializzata. Oltre che per il fenomeno pastorale dell’Opus Dei, finora erano state menzionate le prelature personali previste dal Codice di diritto canonico come soluzione ad alcune necessità pastorali derivanti dalla mobilità umana. Ora si sta osservando che questo tipo di circoscrizioni personali può essere anche di grande utilità in ambito ecumenico.

Non sono da temere delle difficoltà nei rapporti con le chiese locali?

Eduardo Baura: Queste giurisdizioni personali devono essere viste nell’ottica dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. Da questo punto di vista, emerge chiaramente che tra i Pastori della Chiesa non esiste la concorrenza, ma la collaborazione e la comunione. Peraltro la previsione di questo tipo di circoscrizioni personali risponde al desiderio di offrire un aiuto alle chiese locali, mediante la creazione di enti capaci di svolgere un’attività pastorale speciale, che va oltre le normali possibilità di organizzazione delle diocesi, in favore dei loro fedeli. Un documento emanato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1992, chiamato significativamente Communionis notio, metteva in luce come fosse possibile che questi enti creati dalla Santa Sede per peculiari compiti pastorali si inserissero armonicamente nella comunione con le Chiese locali. Spetta poi alla Costituzione Apostolica e alle norme statutarie di ogni singolo ordinariato garantire le prerogative degli Ordinari locali e le modalità dei rapporti dell’Ordinario e dei sacerdoti dell’ordinariato con le autorità locali, oltre a dare norme su tanti altri aspetti: come si incorpora un fedele all’ordinariato, quali libri di registro si devono tenere e altri particolari di questo genere.

L’opinione pubblica si è interessata soprattutto alla novità di poter avere sacerdoti sposati. Questa possibilità non suppone l’introduzione di un criterio discriminante tra i sacerdoti cattolici, imponendo ad alcuni il celibato e ad altri no?

Eduardo Baura: Mi sembra chiaro che la novità intende far fronte ad una situazione transitoria, perché i criteri della Chiesa al riguardo non sono cambiati. Inoltre, la novità è relativa. Oltre all’esistenza di sacerdoti cattolici sposati di rito orientale, la Santa Sede aveva già concesso la necessaria dispensa affinché alcuni presbiteri anglicani sposati potessero ricevere l’ordinazione sacerdotale ed esercitare il ministero nella Chiesa Cattolica. La possibilità, prevista ora nella legge, di ordinare sacerdoti cattolici quelli che erano già pastori anglicani sposati, non è che un modo di facilitare l’incorporazione alla piena comunione di questi fedeli. D’altronde, il celibato sacerdotale non è visto da chi lo assume come un’imposizione, ma come un dono ricevuto da Dio e come un impegno assunto liberamente al momento di decidere di dedicarsi al servizio del ministero.