di Davide Rondoni
Tratto da Avvenire del 26 settembre 2009

La solitudine urla in molti modi. La solitudine che è il male della nostra epoca.

Una madre, separata da un anno dolorosamente, uccide sé e i suoi figli. Di lei,  del suo dramma consumato nel tempo, i vicini, i parenti riescono a dire pochi balbettanti parole.

Vaghe generiche cose su di lei. Oggetto misterioso chiuso e consumato nella sua solitudine divenuta luogo di mostri. E ieri il Corsera riportava in prima pagina del giornale la notizia di un rilevamento statistico: 8 milioni di italiani sono a rischio d’abuso d’alcool. E publica i racconti di alcuni dei 750mila ragazzi che van giù pesante con il bere. Lo fanno in giro, o a casa, in una solitudine in cui si trovano. Solitudine tra la folla, o solitudine in casa, è lo stesso. E la bottiglia è un rimedio.

Però, sempre ieri, il mensile di costume dello stesso giornale pubblicava con enfasi e ammirazione, l’intervista al giovane inventore di Twitter. È il sistema rapido di comunicazione via internet inventato da tre giovani americani dallo stile semplice, che ha aumentato i suoi utenti in pochi mesi da due a quarantacinque milioni di utenti. Un sistema per cui puoi mandare due frasi di 140 caratteri max in tutto il mondo contemporaneamente. Ormai usato da politici e aziende, e da un sacco di gente.

Massima comunicazione. E massime solitudini. Perché l’una no, non è il contrario della prima. Ce lo fanno credere. Dicono: un problema di comunicazione.

Dicono ai nostri figli: imparate a comunicare. Ma la solitudine non si vince con la comunicazione. Abbiamo mille e avremo milioni di strumenti di comunicazione. La solitudine si vince con l’amicizia. Con le esperienze d’amore e di legame. La comunicazione non coincide con queste cose.

I nostri ragazzi soli in casa che bevono, per strada che bevono, possono comunicare come e quanto vogliono. Ma sentono qualcuno amico, gratuitamente amico, profondamente amico? E lei, povera donna di Castenaso, provata nell’anima, portata da ombre maledette fino a dove la sua volontà non voleva, fino a dove la sua maternità non voleva, quando è finito un legame si è trovata sola. Sola con due figli.

Ed è sembrato tutto insopportabile. Tutto.

La nostra epoca si sta ammalando di solitudine. Anche se ci si riempie la bocca con l’idea della separazione e del divorzio come sinonimo di libertà. Anche se si cerca consolazione nell’immagine apparentemente solare di nuove ‘famiglie allargate’. E Papa Benedetto, ieri, ce lo ha ricordato parlando al Brasile, ma aiutando tutti a vedere con il suo sguardo profondo. Dilagano solitudini, illuminate da falsi soli. È un problema sociale. È il problema della nostra epoca. È la origine di altri problemi, ma è anche la causa della difficoltà di risolvere tanti altri problemi che ci affliggono. Infatti, il potere di ogni genere preferisce avere a che fare con uomini e donne soli. Soli e diffidenti. Sono più governabili. Un problema enorme.

Perché non si vede. Non è come il fatto che mancano le strade o i ponti o le discariche. Non si vede ma le sue conseguenze sì. A volte appaiono improvvisamente e ci fanno barcollare, come nel caso della sventurata madre di Castenaso. A volte invece occorrono i sociologi, gli osservatori per farci vedere la massa critica di tante diffuse tendenze o di tante ferite apparentemente piccole. Non grida, essa, solo nelle cupe notizie di cronaca, misteriose, inquietanti anche dopo ogni riflessione. In molti luoghi che attraversiamo quotidianamente la solitudine mormora il suo velenoso suggerimento: ‘Non esiste più niente, niente puoi sopportare, sei solo, niente vale più niente’. È un nemico onnipresente, a volte negli occhi vicini, più vicini a noi. A quel mormorare malefico, occorre opporre non la generica comunicazione, ma il timbro di voce inconfondibile dell’amico, dell’amata.

Non la comunicazione ma le mille forme, sacre, e umili, e semplici della comunione.