Aldo Cazzullo

La formella mancante del portale di Manzù ce l’ha Ettore Bernabei, nell’ingresso di casa.

«Doveva stare a San Pietro, come le altre. Ma, come vede, il Cristo e i soldati sono nudi. Così Manzù la diede a me».

Le due statuette di Pietro e Paolo sulla scrivania invece hanno valore affettivo: «Una volta che andai a trovare Paolo VI con mia moglie e i nostri otto figlioli, il Papa si mise sulle ginocchia Luca, il più piccolo, e lo fece giocare con queste due statuette. Dopo la morte il suo segretario, monsignor Macchi, me ne fece dono».

Quand’era nato invece il settimo figliolo, Giovanni, Papa Roncalli aveva mandato la sua fotografia con un versetto del salmo 127 scritto di suo pugno: «I tuoi figli come virgulti di olivo intorno alla tua mensa…».

Bernabei va per i novant’anni. Direttore generale della Rai dal 1961 al 1974 – praticamente il fondatore -, al vertice dell’Italstat dal ’74 al ’91, ora ha creato la Lux e ha portato in tv la Bibbia.
Quando dirigeva la Rai lei parlava direttamente con il Papa?

«Ero in contatto con la segreteria di Stato e incontravo sovente i Sostituti: Dell’Acqua, Benelli, Casaroli. Qualche volta mi dicevano che di certe questioni dovevo parlare con il Papa, cioè con Giovanni XIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II».

Oggi il Papa e la Chiesa sono sotto attacco?

«Mi pare evidente. Sono i contraccolpi della decisione presa da Giovanni Paolo II e dal cardinal Ratzinger di non ammettere nei seminari i gay dichiarati. C’è la volontà di paralizzare economicamente la Chiesa cattolica, che non ubbidisce alle lobby della finanza globalizzata».

Le sue sono parole gravi.

«Mi rendo conto che dire certe verità all’opinione pubblica è come dare un cognac a un bambino ormai cresciutello ma che prende ancora solo latte e omogeneizzati. Ma so quel che dico. L’attacco alla Chiesa è mosso da interessi finanziari enormi. A cominciare dal business dei legali alla caccia del risarcimento. Il resto lo fa il mondo mediatico, seguendo input globali».

Il Papa ha parlato anche di responsabilità interne.

«Come su dodici apostoli ci fu un Giuda, ci sono anche oggi deviazioni interne. Quando, nella drammatica via Crucis al Colosseo del Venerdì santo del 2005, il cardinal Ratzinger lanciò il suo grido di dolore sulla “sporcizia nella Chiesa”, capii perché da anni richiamava tutti a un rispetto più rigoroso della morale cristiana. Poi, per cinque anni, abbiamo conosciuto il professor Ratzinger. Oggi, dopo la svolta, il Papa è davvero entrato nella storia».

A cosa si riferisce?

«A lungo sembrò che Benedetto XVI preferisse il silenzio degli amati studi teologici alle assemblee plaudenti. Penso che abbia dedicato i primi anni del pontificato alla riflessione e alla preghiera. Quando poi dall’esterno è venuto – per altri motivi- l’attacco alla Chiesa per i preti pedofili, Papa Ratzinger è uscito dal suo doloroso silenzio, ha riconosciuto l’errore di quelle persone, l’ha condannato e affidato al giudizio dei tribunali civili. Così ha dato alla Chiesa una rinnovata capacità di spiegare agli uomini il mistero del peccato e di aiutarli a resistere alle tentazioni, tipiche di questo nostro tempo che ha perduto la coscienza del bene e del male».

Perché il Vaticano finisce per essere coinvolto, sia pure indirettamente, anche in scandali finanziari?

«Gesù fu messo sotto processo e ucciso per trenta denari. Dopo tre giorni resuscitò».

Pure la «cricca» della Protezione civile aveva appoggi in Vaticano. Balducci era gentiluomo di Sua Santità.

«Anche quand’ero all’Italstat i partiti, e non solo la Dc, avevano i loro Anemone da raccomandare. Tutto dipende dalla risposta».

Cosa prova quando si parla con rimpianto della Rai di Bernabei?

«Non nascondo che mi fa piacere il rimpianto. Ma provo un certo fastidio per quella nostalgia, come per tutte le nostalgie sentimentali: chi ritiene che quella fosse una buona televisione, si dia da fare perché ritorni. E poi non era solo la Rai di Bernabei, ma di Enzo Biagi, Alberto Ronchey, Pier Emilio Gennarini, Arrigo Levi, Furio Colombo. Era lo specchio dell’Italia dei primi Anni 60, divenuta il quarto tra i sette Paesi più ricchi del mondo. Fu allora che, come avevano previsto Benelli e Fanfani, cominciò l’attacco della finanza protestante ed ebraica».

L’attacco?

«Mi rendo conto: cognac ai bambini. Il Sessantotto, il terrorismo, la grande mafia, infine il giustizialismo: alla fine bastò una spinta per metterci al tappeto. Per fortuna dieci anni fa l’Italia si è sottratta all’ultima fase della follia della finanza globalizzata. Per merito prevalente di quel “provincialotto” di Antonio Fazio, che avrà avuto l’ingenuità di intrattenere rapporti anche con i furbetti del quartierino, ma proibì alle banche italiane di riempirsi di bond spazzatura. Per questo dall’estero gliel’hanno fatta pagare».

Lei nominò Biagi alla guida del telegiornale. Come mai se ne andò così presto?

«Era nei patti».

Sicuro?

«Con Enzo eravamo molto amici. Concordammo che sarebbe rimasto poco tempo alla guida del tg per dare una scossa ai servizi giornalistici Rai, che da 25 anni avevano lo stesso direttore, Picone Stella: con tutto quel che era successo tra il ’38 e il ’62! Anche il direttore dei programmi, il maestro Razzi, era lo stesso dell’era fascista. Insieme avevano fatto fuori il mio predecessore, Filiberto Guala. Capii che dovevo cambiare tutto».

Come trova la tv di oggi?

«Permissiva, consumistica, relativista, come in tutto il mondo, condotto dalla finanza globalizzata alla crisi che stiamo vivendo, attraverso tanti telegiornali, tanti talk show, tanti film».

Come trova il Tg1?

«Si è passati da un eccesso di cronaca nera a un eccesso di cronaca rosa».

E Santoro?

«In questi anni è stato talvolta l’oppositore di Sua Maestà. Si ricordi chi fu a inguaiare Occhetto. Ma ora basta. Da quando ho lasciato la Rai non ho mai dato giudizi sulle persone che vi lavorano».

La legge sulle intercettazioni?

«Con Echelon in piena attività, il “grande orecchio” creato dagli americani e venduto agli inglesi che registra qualsiasi conversazione degli ultimi quindici anni, una legge per impedire al maresciallo dei carabinieri di sbobinare le nostre telefonate non risolve il problema».

La concorrenza della tv privata ha fatto bene o male alla Rai?

«Dopo 35 anni di concorrenza e di aggressioni di vario genere, la Rai tiene ancora il primato degli ascolti. Il servizio pubblico non è morto. Guardi l’Inghilterra: dopo gli errori imposti dalla Thatcher e dai suoi dante causa, ha rafforzato il carattere pubblico della Bbc liberandola dal cappio della pubblicità e aumentandone il canone. Così la tv di Stato è stata messa in grado di perseguire il bene comune».

Cosa pensa di Berlusconi?

«All’inizio degli Anni 90 Craxi, Andreotti e Forlani concordarono con Agnelli che anche un imprenditore laico avrebbe potuto fare il primo ministro. Ma dopo le elezioni del ’92 l’Avvocato non se la sentì. Berlusconi ebbe il coraggio di scendere in campo e riempire il vuoto lasciato dalla Dc, salvando il Paese da pericolose avventure. Poi Forza Italia e ora il Pdl hanno subito la reazione di quei telespettatori che, insoddisfatti e frustrati dalla tv permissiva, consumistica e relativista, continuano a votare contro chi detiene il potere: nel ’92 tolsero sei punti alla Dc, nel 2001 mandarono a casa le sinistre; visto che la tv rimaneva sempre la stessa, nel 2006 tolsero la maggioranza al centrodestra, e nel 2008 al centrosinistra».

Cosa farà la Lux?

«Cartoni animati per i bambini costretti a guardare i prodotti giapponesi: porteremo in tv i viaggi di Giulio Verne. E sceneggiati di qualità. Ambienteremo la favola di Cenerentola nell’Italia della trattativa tra Fiat e Opel. Il principe azzurro sarà il figlio di un manager tedesco».

Qual è stata la fiction papale più difficile?

«Quella su Paolo VI. Un grande che aveva fatto le sue cose più importanti prima di diventare Papa».

Ad esempio?

«Preparare la nascita della Dc. Formare i laici che l’avrebbero guidata: Moro, Fanfani, Andreotti. Portare a Roma la cultura cattolica francese di Maritain e Mounier. Da Papa invece fu costretto a fare il contrario: frenare. In particolare gli sbandamenti avvenuti quando il ’68 entrò nella Chiesa».

Che cos’è l’Opus Dei?

«Una cosa del tutto diversa da quel che si dice in giro. È come una diocesi universale che ha per fine la santificazione della vita quotidiana di sacerdoti e laici, uomini e donne. Conta per la formazione spirituale e professionale dei suoi aderenti».

Lei quando vi entrò?

«Alla fine degli Anni 70. Da tempo me lo chiedevano, ma io rispondevo: “Cosa fate? Messe, preghiere, meditazioni quotidiane? Ma io queste cose le faccio già”. Poi ho capito che occorreva un argine contro gli sbandamenti di cui parlavo».

C’è spazio in Italia per un partito cattolico centrista?

«Oggi non è possibile ricostruire la Dc. È possibile e anzi doveroso che i cattolici si sveglino da questi vent’anni di letargo, e si dedichino alla formazione di giovani politici, comunicatori, manager».

Cosa ricorda di Wojtyla?

«Il coraggio con cui mostrò la decadenza del suo corpo, per farci capire il mistero del dolore. E la profezia che consegnò a due miei amici che erano a colazione con lui, Gianni Pasquarelli e Gianpaolo Cresci: “Io ho visto la fine del comunismo. Voi vedrete la fine del capitalismo di speculazione finanziaria”. Direi che ci siamo».

Come si esce dalla crisi?

«Gli italiani devono tornare a fare figli. A sposarsi entro i 25 anni, se non vogliono rassegnarsi a un’Europa popolata in prevalenza da africani e asiatici di cultura musulmana, confuciana o induista. Si deve tornare a una vita semplice e di lavoro duro. Lo sa che ogni giorno buttiamo nella spazzatura 4 mila tonnellate di cibo buono?».

Lei a che età si è sposato?

«Non ne avevo ancora compiuti 25, ero giornalista praticante e guadagnavo 7 mila lire al mese. Però bisogna buttarsi. Anche i precari dovrebbero avere il coraggio di fare figli. Io prego ogni giorno per i miei, e prego la mia figliola Paola che se n’è andata per la leucemia, dopo 22 anni di olocausto personale».

È vero che prega anche per Berlusconi?

«Sì. Tutti i giorni. I governanti ne hanno molto bisogno».

© Corriere della sera – 30 maggio 2010