La seconda Guerra Civile e la Questione Meridionale.

Con questo intervento concludo la presentazione del saggio di Massimo Viglione, Le due Italie, Edizioni Ares di Milano. Un libro che consiglio di leggere per la chiarezza, sinteticità e soprattutto per l’ampia documentazione, potrebbe essere un ottimo sussidio da utilizzare soprattutto nelle nostre istituzioni scolastiche, dopo tanti decenni di racconti di favole che hanno costituito, scrive Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica,“alimento primo di ogni refezione scolastica e di ogni ragionamento politico”. E purtroppo in questo anno di festeggiamenti del 150°, non si è smesso di raccontare soprattutto a scuola, le solite favole. A pagina 176, Viglione affronta il tema dei plebisciti farsa, dopo aver conquistato tutti gli Stati preunitari, il nuovo Regno d’Italia per essere accolto nel concerto delle Potenze internazionali, “occorreva dimostrare al mondo intero e alla storia che non solo era necessario liberare le popolazioni italiane oppresse da intollerabile barbarie, ma che tali popolazioni fossero contente – anzi, entusiaste – di essere liberate dai fratelli piemontesi”.

 Così man mano che i territori italiani cadevano preda dei piemontesi, venivano svolti i plebisciti di annessione al Regno di Sardegna. Su 22 milioni di persone, votarono 2.990.307 persone. Oltre il 98% dei votanti scelse Vittorio Emanuele. Non mi soffermo sulla “democrazia” di queste elezioni. Certamente però serve affrontare il grosso problema meridionale. Gli italiani del Sud non erano d’accordo a divenire piemontesi. Per questo ben presto presero le armi e furono pronti a morire contro il Regno d’Italia, contro i Savoia, contro Cavour e Garibaldi. Settant’anni dopo nasce la seconda guerra civile italiana, la prima fu quella tra giacobini e insorgenti. Dopo la rapida conquista del Sud ad opera dei mitici Mille di Garibaldi,“mille uomini – scrive Viglione – probabilmente, non conquisterebbero realmente nemmeno la collina di Posillipo, qualora i napoletani decidessero di resistere”. Tra l’altro ormai, è universalmente noto; tranne i manuali di storia che ancora si attardano sulle fantasiose ricostruzioni della vulgata per continuare a indottrinare le giovani menti, tutti riconoscono quelle che furono le reali ragioni per cui Garibaldi poté arrivare a Napoli (in treno) e conquistare un Regno con qualche morto. E qui Viglione elenca le cause che portarono i garibaldini alla cavalcata trionfale, dai tradimenti degli ufficiali borbonici all’appoggio della marina inglese, della mafia e della camorra, al finanziamento dei vari banchieri inglesi e italiani,“i Mille, essendo uomini come tutti gli altri e non titani, non sarebbero sbarcati a Marsala, o, nella più benevola delle ipotesi, una volta sbarcati di sorpresa, sarebbero stati ributtati in mare subito dopo”. Non si comprende come il generale Lanza che disponeva di 20 mila uomini a Palermo, si arrese senza colpo ferire, e firmò l’armistizio a bordo, guarda caso, di una nave britannica. A questo proposito è interessante il commento di Massimo D’Azeglio in una lettera scritta a Michelangelo Castelli, il 17 settembre 1860: “Nessuno più di me stima ed apprezza il carattere e certe qualità di Garibaldi; ma quando s’è vinta un’armata di 60.000 uomini, conquistato un regno di 6 milioni, colla perdita di otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualche cosa di non ordinario(…)”

 Cavour aveva pensato a tutto a Garibaldi non restava altro che compiere la missione, marciando tranquillamente dalla Sicilia a Napoli, l’unica battaglia che dovette affrontare fu sul Volturno, ma qui ricorda Viglione, la battaglia fu vinta da Cialdini. Tra l’altro per conquistare le tre fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, le uniche che opposero eroica e fedelissima resistenza agli invasori, fu sempre l’esercito piemontesi del generale Cialdini, il massacratore dei primi insorgenti meridionali. E qui inizia la grande strage. Una rivolta che riveste proporzioni straordinarie, per Viglione le vittime meridionali furono complessivamente 70 mila, ma altri storici, danno numeri più elevati, come nel libro Terroni di  Pino Aprile. Nella primavera del 1861 al comando del generale Cialdini con un esercito di 120.000 uomini, inizia la campagna militare del nuovo Regno d’Italia per reprimere la guerriglia dei cosiddetti briganti. “Inizia una spietata repressione militare, fatta di eccidi e distruzioni di paesi e centri ribelli, di fucilazioni e incendi, di saccheggi e incitazioni alla delazione, di arresti domiciliari coatti (la prima volta nella storia italiana) e di distruzioni di casolari e masserie, compresa l’eliminazione del bestiame dei contadini per la loro rovina materiale”. O’Clery parla di vero e proprio “terrore piemontese”, che si evince in particolare nei proclami con i quali i vari Cialdini, Pinelli, La Marmora e altri terrorizzavano le popolazioni in nome della libertà rivoluzionaria. “Superfluo ricordare – scrive Viglione – come questi ‘signori’, celebrati in tutti i nostri libri di storia e tramite migliaia di vie e piazze a loro dedicate in tutta Italia, oggi finirebbero senza dubbio alcuno sotto processo al Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità e altro ancora”. Basta ricordare la distruzione e il massacro delle popolazioni dei due paesi lucani di Casalduni e Pontelandolfo. E poi i prigionieri circa 50 mila borbonici e 12 mila pontifici, definiti “canaglia” da Vittorio Emanuele II e Cavour. Furono deportati al Nord nei forti di Fenestrelle e nel campo di concentramento di S. Maurizio vicino Torino. Civiltà Cattolica la definì significativamente, “la tratta dei napoletani”.

 Le popolazioni meridionali furono definiti briganti, del resto è un termine ripreso dai giacobini francesi che definivano briganti i controrivoluzionari vandeani e chi si oppeneva alla loro rivoluzione. La storiografia ufficiale liberale e filorisorgimentale, spiega il fenomeno come un fatto di delinquenza comune, mentre quella marxista come espressione di rivolta proletaria. Per il professore Viglione, le motivazioni reali (del cosiddetto brigantaggio) – senza voler escludere di principio anche elementi di carattere sociale e ricordando che senz’altro fra i ribelli vi furono efferati delinquenti nel senso letterale del termine – sono però più profonde e sono naturalmente quelle religiose e legittimiste: il popolo odiava liberali e ‘galantuomini’ perché, fin dai tempi napoleonici, avevano oppresso e vilipeso sempre la religione, profanando chiese e reliquie; la presenza di frati e preti è costante nelle raffigurazioni popolari della guerriglia, così come nei vessilli delle bande di guerriglieri esprimono sempre soggetti religiosi”.

 Dopo i massacri e la violenza delle armi, arriva la fame, “le terre della Chiesa e dei demani furono confiscate e vendute ai facoltosi borghesi, i quali sfruttarono milioni di contadini; le industrie del Sud avviate da i Borbone furono distrutte, milioni di persone ridotte al lastrico. Nacque la ‘Questione meridionale’”.Migliaia di meridionale prendono i bastimenti ed emigrano per le Americhe, sono i figli indegni, che non capivano le esigenze di progresso e civiltà dei nuovi italiani, e restavano quindi fuori dalla nuova identità nazionale. Quella degli ‘italiani già fatti’, opposta a quella degli italiani ‘ancora da fare’”.

 Termino ma evidentemente si potrebbe continuare a lungo. Il nodo da sciogliere della storia italiana è l’ideologia risorgimentale, questa specie di “dogma nazionale”. Quello che per essere patrioti, per dimostrare di amare l’Italia, occorre amare il Risorgimento e in particolare la venerazione dei quattro “padri della patria”. “E’ la più grande vittoria della vulgata risorgimentale – scrive Viglione – l’inganno per eccellenza: il far credere che chi narra ciò che è stato occultato (le insorgenze, il settarismo utopista, la guerra alla Chiesa cattolica, i brogli elettorali dei plebisciti, le stragi dei ‘briganti’, il piemontesismo, il fiscalismo, l’emigrazione ecc.) e di contro non celebra Mazzini e Cavour, Vittorio Emanuele II e Garibaldi, Napoleone e Gioberti, sia ‘antitaliano’ o comunque contro l’unità nazionale. O magari studioso poco serio”. Il libro di Viglione racconta a grandi linee,“la drammatica favola risorgimentale, la ‘leggenda nera’ che i settari, i cantastorie prezzolati, i traditori, gli ingannati, i pigri e gli ignoranti vanno ripetendo sulle piazze e fanno ripetere nelle aule scolastiche, per la formazione dell’uomo e del cittadino”. (Giovanni Cantoni, L’Italia tra Rivoluzione e Controrivoluzione; saggio introduttivo a Rivoluzione e Controrivoluzione, P.C. De Oliveira, Cristianità, Piacenza 1977).

DOMENICO BONVEGNA

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