Mazzini, il Risorgimento e i padri del totalitarismo rosso e nero.

Con la caduta di Napoleone, fallirono i tentativi giacobini di organizzare una “Nuova Italia” rivoluzionaria, ma non si poterono cancellare quegli ideali di sovversione politico-istituzionale connessi a quelle esperienze. Fu Giuseppe Mazzini, il padre spirituale della Patria a ereditare quegli ideali e il professore Viglione nel testo che sto presentando Le due Italie, edito da Ares, sviluppa una singolare tesi quella di riscontrare nel processo risorgimentale le “radici dei fenomeni di totalitarismo di massa, che hanno caratterizzato la storia italiana del XX secolo. Sia del totalitarismo di stampo nazionalista e sociale che condurrà alla dittatura fascista, sia di quello rivoluzionario, radical-laicista, che condurrà prima alla guerra civile del 1943-45 e poi alla vasta diffusione delle istanze comuniste e alla lacerazione ideologica dell’Italia repubblicana (fino al terrorismo)”. Il professore si rende conto che il tema del legame fascismo-Risorgimento, e quello con le istanze comuniste per certi aspetti è scottante. Entrambi i filoni totalitari riconducono, seppure per vie differenti, a quel mondo settario massonico italiano dell’età del Risorgimento e quindi nel primo dei “padri della patria”, Giuseppe Mazzini, il grande ispiratore del totalitarismo italiano, sia quello rosso che nero e volendo anche del terrorismo. Del resto lo avevano sempre denunciato diversi studi storici, tra cui quelli cattolici del XIX secolo come Giacinto de’ Sivo, Paolo Mencacci, Patrick K. O’ Clery o i padri de La Civiltà Cattolica.

 Massimo Viglione sinteticamente ripercorre il pensiero di Mazzini, considerato un vero e proprio “sacerdote dell’umanità”, fondatore di una nuova religione panteista e gnostica che come compito primario doveva liberarsi dal cristianesimo e soprattutto dal Papato, per fondare la “terza Roma”, che dovrà sostituire quella cattolica. Addirittura Mazzini non accettava nemmeno la formula cavouriana “libera Chiesa in libero Stato”, perché per lui lo Stato sarà la Chiesa e la Chiesa sarà lo Stato. Non per niente si parla di ‘teocrazia mazziniana’. Simile alla teocrazia islamica? Così Mazzini e compagni preparano una Nuova Italia, voluta da pochi, non popolare, elitaria, contro quella Vera millenaria, autentica, cattolica. E dopo il pensiero viene l’azione, un pensiero così “utopico e di un dottrinario estremista – per Viglione – non può che far seguito una scia di sangue e di tragedie. Mazzini dopo aver plagiato questi giovani spingendoli fino al suicidio collettivo, li manda a morire per una missione senza nessuna speranza, guardandosi bene dal partecipare in prima persona.

 Nel 3 capitolo della II parte il libro di Viglione si occupa della Proposta Cattolica per l’unità del Paese e non può non fare riferimento a quella più conosciuta di Vincenzo Gioberti, presentato dalla storiografia ufficiale come l’uomo nuovo dei ‘moderati’, colui che aveva compreso che non potevano essere i metodi fallimentari del Mazzini a fare l’Italia. Ma per Viglione, Gioberti un prete, ed ex mazziniano è l’uomo dell’inganno, se in un primo momento auspicava una Italia unita senza Rivoluzione. Una confederazione degli Stati preunitari con leadership del Pontefice romano, forse per addolcire i cattolici, di ‘ingraziarsi’ perfino il Papa. Successivamente Gioberti, gettò la maschera, passando senz’altro dalla parte dei democratici, soprattutto dopo il 1849, scrivendo il De Rinnovamento civile d’Italia, opera di chiara matrice rivoluzionaria e sovversiva, che rinnegava apertamente il precedente pensiero. Peraltro Viglione, presenta una lettera di Gioberti, proprio nell’anno del Primato, dove il nostro afferma che l’unione federativa della nostra Penisola e l’arbitrato del Papa sono utopie. Parole agghiaccianti, per chi conosce l’entusiasmo generale che la sua opera aveva suscitato in Italia, specie tra i moderati e i cattolici. E soprattutto dopo che addirittura lo stesso Pio IX credette alla sincerità della proposta di Gioberti. Per Viglione il Primato fu il libro degli inganni, che riuscì a disgregare come conferma Antonio Gramsci, il movimento cattolico e a togliergli la fiducia in se stesso, fu il capolavoro politico del Risorgimento, di Vincenzo Gioberti, il Mazzini dei moderati.

 Il neoguelfismo di Gioberti è lo stratagemma per far passare la Rivoluzione liberale borghese sulle masse italiane che non ne volevano sapere della rivoluzione. Del resto nell’Istruzione permanente data ai membri della setta massonica nel 1817, troviamo scritto:“il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della Rivoluzione francese: l’annientamento per sempre del cattolicesimo ed ancora dell’idea cristiana (…)Per fare questo non ci vuole qualche mese, un anno, forse degli anni, qualche secolo, “ma nelle nostre file il soldato muore, ma la guerra continua(…)”.Gioberti secondo Viglione condivideva in pieno il progetto dell’Alta Vendita.

 Nel 1848, dopo la I guerra di indipendenza avviene la rottura con il mondo cattolico e la possibilità che ci sia una vera unità degli italiani nel rispetto dell’identità del popolo italiano. Nella I guerra di indipendenza, almeno nella prima fase “si realizzò– per il professore Viglione – il momento migliore dell’intera storia nazionale degli ultimi due secoli: un’unione ideale vera fra una buona parte degli italiani”. Il progetto venne fatto fallire miseramente, nel 1848 si decise “la scelta di campo” – scrive Viglione – se avesse vinto il progetto neoguelfo, sarebbe nata un’Italia confederativa cattolica e monarchica, decentrata e tradizionalista, che avrebbe senzìaltro riscosso il consenso massiccio delle popolazioni italiane (proprio ciò che mancava a Mazzini e ai vari settari), legate ai loro legittimi sovrani: insomma, la ‘vera Italia’, ‘universale’ in quanto cattolica, decentrata in quanto confederativa, monarchica e sacrale, opposta alla ‘nuova Italia’, voluta dalle élite rivoluzionarie. Per Viglione, occorreva assolutamente mandare a monte il progetto neoguelfo, a costo di far vincere l’Austria. E così fu fatto”.

 Nel 4 capitolo il libro sfata alcuni pregiudizi, la vulgata nei confronti degli Stati preunitari, in particolare, quello riguardante il Regno delle Due Sicilie e poi dello Stato Pontificio. Conquistati, meglio scrivere aggrediti, manu militari, una inequivocabile operazione politico- militare di aggressione a legittimi e secolari Stati amici e pacifici da parte del Re di Sardegna. Naturalmente, “per giustificare tutto questo dinanzi ai contemporanei e alla storia, occorreva creare le condizioni morali che rendessero apprezzabili tali operazioni”. Così venne fatto credere agli italiani e alle Potenze straniere, “che quegli Stati erano infami e corrotti, oppressivi e incivili, e pertanto l’azione cavouriana-garibaldino-piemontese era non solo giustificabile, ma costituiva un’azione di civiltà e generosità”. La guerra rivoluzionaria di Casa Savoia e tutto il movimento unitario doveva apparire come un inevitabile soccorso a popolazioni che languivano in stato di miseria e schiavitù e non attendevano altro che l’aiuto del re sabaudo. Ma sulla “leggenda nera” degli Stati preunitari molto si è scritto e ormai forse non ci crede più nessuno. Rimando i lettori agli scritti di Carlo Alianello, ma soprattutto a  un’ottima opera di Patrick Keyes O’ Clery, La Rivoluzione Italiana. Come fu fatta l’unità della nazione (I ed. 1875-1892),Ares, Milano 2000.

 DOMENICO BONVEGNA