di Domenico Bonvegna

Tra una preoccupazione e l’altra per le conseguenze della crisi economica, forse anche per dimenticare i sicuri sacrifici che ci aspettano per il prossimo autunno, mi “distraggo” nella lettura dei libri che ho portato per le vacanze.

Sto leggendo il testo di Massimo Viglione, insegnante di Storia moderna e Storia del Risorgimento presso l’ Università Europea di Roma, pubblicato quest’anno dalla casa editrice Ares di Milano ( www.ares.mi.it ) 1861. Le due Italie, sottotitolo: Identità nazionale, unificazione, guerra civile. (424 pagine, 20 euro).

Il volume è suddiviso in tre parti, documentatissimo e ricco di citazioni, ci sono 17 pagine di bibliografia e ben 55 pagine di note.

“Fatta l’Italia, restano a fare gli Italiani”, diceva Massimo D’Azeglio. Ma si chiede Viglione nell’introduzione: “sono stati fatti gli italiani in questi 150 anni? E soprattutto, gli italiani ‘si fanno’? O ci sono? E i 22 milioni di individui in quei giorni abitanti la Penisola e le isole oggi componenti l’Italia, che cosa erano se non erano italiani? O forse erano loro i veri italiani? Insiste Viglione. In questo caso, di quale ‘italiano’ parla D’Azeglio? Evidentemente di un diverso italiano, di un italiano da cambiare, da modificare nella sua secolare italianità, di un ‘nuovo italiano’ con una nuova identità per una ‘nuova Italia’”.

E’ la grande sfida del Risorgimento italiano, che Viglione chiama Rivoluzione Italiana, che ha visto impegnati tutti i governi, da quelli liberali del regno d’Italia di Vittorio Emanuele a quello fascista del ventennio, agli anni della repubblica italiana del dopo 1945. E allora “ci sono riusciti i nostri governanti in questi 150 anni, ognuno al proprio turno, a fare ‘l’italiano nuovo’? E, se si, anche parzialmente, ci è convenuto? Dobbiamo festeggiare?”

Per dare una risposta seria e non demagogica alla questione, il libro di Viglione ci invita a ripensare con serenità e onestà intellettuale, “l’intera parabola ideologica e storica del Risorgimento e capirne a fondo le conseguenze subite dagli italiani nel XX secolo, fino a oggi”.

Nella prima parte, Viglione sostiene che il movimento unitarista mirava a costruire una “nuova Italia”, con una nuova identità nazionale, radicalmente differente da quella cattolica e tradizionale dei secoli precedenti, successivamente poi l’autore dimostra che l’unificazione politica del popolo italiano aveva un valore strumentale e non finale.

Esiste un’identità italiana? Si esiste e la risposta ha una sicurezza oggettiva. La nostra identità è la più antica e la più definita, rispetto a tutta alla civiltà occidentale. Quali sono gli elementi essenziali di questa identità? Sono vari, ma certamente poggiano sull’ereditarietà di due epoche ultramillenarie, il cui valore non è affatto nazionale bensì del tutto universale: l’ eredità romano-pagana (con la sua idea imperiale) e l’ eredità romano-cristiana (con la sede del Vicario di Cristo presente da venti secoli nella penisola). In entrambi i casi, la città di Roma rappresenta la culla della civiltà occidentale, diventa un’idea universale per eccellenza, eredità universale per antonomasia, città universale appartenente a ogni uomo che si richiami ai suoi valori religiosi e civili. Soltanto dopo il 1870 in poi Roma diventa capitale di uno Stato nazionale di mediocri dimensioni.

La storia italiana secondo il professore Viglione si muove tra due poli: universalismo e particolarismo. Un concetto estraneo alla sua storia millenaria è quello dell’ unitarismo. “Mai l’Italia fu amministrativamente e politicamente unita dalla preistoria al 1861”, neanche al tempo dei secoli di storia romana; Roma fu unita sempre dall’universalità: “Ancora oggi Roma si presenta come l’unico caso al mondo in cui nella stessa città vivono due Stati, ed entrambi hanno come capitale Roma”. Il libro di Viglione insiste nella tesi che l’identità nazionale degli italiani sia debitrice all’azione secolare svolta dalla Chiesa romana, che è stata sempre al centro della penisola, donando alle popolazione italiane, civiltà, ordine, diritto, lingua, cultura, mentalità e potere.

L’unico elemento davvero “italiano”, è quello del cattolicesimo, lo hanno anche ribadito autori non cattolici, l’identità della società italiana preunitaria è stata forgiata dalla Chiesa cattolica che ha impregnato “fino al midollo” la sua religione, la morale, la visione della vita. Del resto, “Non possiamo non dirci cristiani” diceva Benedetto Croce.

A questo punto visto che la religione e la Chiesa cattoliche erano l’anima dell’italianità, ma anche l’unico elemento unificante delle popolazioni preunitarie, “sarebbe stato logico – per Viglione – ritenere che proprio su tale elemento si sarebbe dovuto far leva per costruire un processo di unificazione nazionale statuale di tali popolazioni”. Del resto uno dei fattori essenziali di identità di un territorio, di un Paese, sono sempre stati la religione, la lingua e l’etnia. Ma i fautori del risorgimento unitarista italiano non la pensarono così, la Chiesa cattolica, per loro era il nemico numero uno della futura Italia laica e liberale. La Chiesa era per loro il veleno da depurare nell’animo degli italiani. Non sto esagerando, il libro di Viglione evidenzia con documenti alla mano e numerose citazioni dei protagonisti come il “Risorgimento fu un movimento nella sua essenza anticattolico e nemico della Chiesa di Roma”.

Dunque gli italiani erano da fare, e proprio nella frase provocatoria di D’Azeglio che secondo Viglione, si racchiude tutta la problematica della Rivoluzione Italiana. Così, dopo aver imposto l’unificazione rinnegando la millenaria identità italiana in nome di una strada nuova, antitetica alla tradizionale civiltà italica, una ristretta élite di italiani, gli “eletti”, l’1%, scelsero di rinnegare e distruggere l’Italia “vecchia”, della maggioranza degli italiani (99%), quella vera, che c’era già, in nome della “nuova Italia”. “Vale a dire – scrive Viglione – un’Italia non più universale, non più cattolica, di lì a ottant’anni neanche più monarchica, insomma, non più ‘romana’ e, quindi, non più ‘italiana’ nel senso identitario preunitario”. Insomma occorreva, ripartendo da zero, creare una “seconda Italia”, al fine di cancellare la prima.

Quanto scrive l’autore è dimostrabile da tante affermazioni, sia dei protagonisti di quei giorni, sia dagli storici ufficiali del risorgimento. Il libro, naturalmente fa riferimento alla figura a volte misteriosa di Giuseppe Mazzini uno dei “padri della Patria”, un vero sacerdote dell’antireligione ma anche il teorico del pugnale, che plagiava decine di giovani, spingendoli fino al suicidio collettivo, in pratica mandandoli allo sbaraglio, a morire, pur sapendo di non avere nessuna speranza di far sollevare il popolo italiano che non ne voleva sapere delle idee rivoluzionarie dei vari fratelli Bandiera, dei martiri di Belfiore, dei vari Pisacane e compagni. “(…)manipoli di esaltati che presumevano di rovesciare da soli regni e sovrani, per finire immancabilmente trucidati o comunque arrestati”.

Continueremo alla prossima puntata.