di Domenico Bonvegna

Concludevo la 3 parte della presentazione del volume di Massimo Viglione Le Due Italie edito da Ares indicando velocemente le due vittime designate dalla Rivoluzione Italiana, cioè il Regno delle Due Sicilie e lo Stato Pontificio.

Due Stati per quei tempi abbastanza floridi, ricchi, con tante riforme alle spalle, sia dal punto di vista economico che culturale, al contrario del piccolo Piemonte che mirava a riunificare il Paese ed era il più indebitato tra tutti gli Stati preunitari. Dal 1848 al 1860 (gli anni rivoluzionari di Cavour) il debito arrivava a oltre un miliardo. Per l’esattezza 1. 024. 970. 595 lire. Una cifra astronomica che non risente ancora delle spese per l’unificazione. Scrive Viglione, negli stessi anni il bilancio dello Stato Pontifico raggiunge il pareggio effettivo (1858), mentre quello del regno delle Due Sicilie è in attivo.

Nonostante questa situazione, si fece a gara nel descrivere questi Stati come delle mostruosità intollerabili, specie quello Pontificio e il Regno delle due Sicilie. “Era quindi necessario l’intervento del grande e progredito fratello piemontese, a sua volta aiutato dalla grande e benevola madre britannica, a portare la luce della civiltà a quelle sventurate popolazioni (anche se in realtà esse non avevano mai chiesto nessun aiuto e intervento esterno; anzi, già ai tempi di Napoleone, avevano perfettamente dimostrato, armi alla mano, la propria fedeltà ai governi papale e borbonico).

Celeberrima è l’espressione di Lord Gladstone, ministro del governo Palmerston (il “grande fratello”del Risorgimento italiano), per definire il governo borbonico: “la negazione di Dio”. Frase aberrante che fece il giro del mondo.

Viglione nel testo oppone alle falsità della vulgata ufficiale, ampia documentazione tratta ormai dalla ricca bibliografia che attesta l’effettiva civiltà, il concreto progresso e il reale benessere raggiunto dalle popolazioni italiane degli Stati preunitari. “E’ facile – scrive Viglione – sia perché si tratta di dire la semplicemente la verità, sia perché ormai non pochi fra gli storici risorgimentisti più seri da tempo non hanno più ‘l’animo’ di continuare a far finta di credere ai peana della vulgata e hanno iniziato una seria revisione e ripresentazione generale dell’intera situazione, specie per quel che riguarda proprio il governo borbonico”.

Viglione è ottimista ma ancora in certi storici persiste il vezzo di raccontare “favole”sul risorgimento, come nel programma di Rai 2 condotto da Piero Angela, dove un certo Barbera continua imperterrito a raccontare palle. Ma non scherza neanche il nostro(?) presidente Napolitano.

Il professore Viglione accenna soltanto ad alcune “conquiste”o “barbarie” del Regno borbonico, a cominciare dello sfarzo e della bellezza della Reggia di Caserta, secondo palazzo reale al mondo per grandezza e bellezza ; e poi numerose strade, ponti, porti, la flotta navale, la prima in Italia, seconda in Europa soltanto a quella inglese. Attività industriali, come la scuola per gli arazzi, la produzione di porcellane di Capodimonte, Università, Accademie, gli scavi di Ercolano e Pompei. Viglione si concentra soprattutto sulle riforme sotto Ferdinando II, il sovrano più illuminato degli Stati italiani, sotto il suo regno, il Meridione d’Italia raggiunse il massimo livello di ammodernamento e civiltà. Nel 1762 venne costruito a Napoli il primo cimitero in Italia e poi quello di Palermo. Nel 1768 stabilì una scuola gratuita per ogni Comune del regno e per ambo i sessi, ordinando che nelle case religiose si facesse altrettanto. Nel 1818 salpò da Napoli la prima nave a vapore italiana. “Molto altro vi sarebbe da dire – scrive Viglione – Ferdinando fu la massima e più completa espressione di quel riformismo politico e sociale, inaugurato dal suo bisnonno Carlo, e che caratterizzò sempre la Real Casa di Borbone delle Due Sicilie”.

Dopo i borboni, il professore elenca alcune delle “barbarie” papiste. “Lo Stato Pontifico, dal punti di vista del consenso morale e operativo al Risorgimento, è sicuramente fra gli Stati preunitari quello che ha sempre dato le maggiori delusioni ai nostri patrioti”. In pratica è rimasto sempre fedele al Sommo Pontefice, invano hanno cercato di farlo sollevare contro la teocrazia papista, ma non ci sono riusciti mai. Il 20 settembre 1870, “non un romano andò a salutare i liberatori, mentre finestre e case della città erano serrate o chiuse a lutto”.

Nel 6 capitolo a pagina 155 Viglione insiste su come non andava fatta l’Italia. Non una unificazione politica con ingrandimento del piccolo Piemonte, ma una confederazione cattolica degli Stati preunitari. Si scelse la “via sabauda”, con la conquista dei Regni della Penisola e della guerra all’Austria. Occorreva giustificare la conquista come una inevitabile azione di civiltà contro un’intollerabile barbarie non più accettabile in tempi di progresso e di democrazia. Ricordate Gladstone, tornato a Napoli nel 1888, confessò che aveva scherzato sullo stato di salute del Regno borbonico, lo stesso Petruccelli della Gattina, noto deputato della Sinistra, feroce anticlericale, scrive in riguardo a Poerio, un attivo fuoriuscito inventato per calunniare i borboni: “Quando noi agitavamo l’Europa e la incitavamo contro i Borboni di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di questa orrida dinastia, avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai credenti leggitori d’una Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile, che quell’orco di Ferdinando divorava ad ogni pasto”. Il problema è che dopo centocinquant’anni si continua a scherzare e a credere a queste menzogne. A incensare ai vari padri della Patria come Cavour e Garibaldi, soprattutto quest’ultimo, un pirata e ladro di cavalli, in Perù venne arrestato e gli tagliarono i padiglioni delle orecchie. Sulla morte di Anita, la sua compagna, c’è un racconto inquietante, pare che dall’autopsia del cadavere si riscontra la trachea rotta e una lividura circolare intorno al collo, segni ‘non equivoci’ di morte per strangolamento. Se veramente così fosse, chi e perché poteva avere interesse a strangolare Anita? Si chiede il professore Viglione nel libro.

A proposito della spedizione dei mille in Sicilia, scrive nel 1882, il massone Pietro Borrelli: “non si deve lasciar credere all’Europa che l’unità italiana, per realizzarsi, aveva bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti”.

Infatti, enormi sono state le somme dispensate per corrompere i funzionari borbonici e per fomentare tra il popolo manifestazioni antiborboniche. Ma queste cose non sono accadute solo nel Sud in mano a Garibaldi. La corruzione, diventava malattia endemica della nuova Italia.