di Domenico Bonvegna

Sto argomentando sul libro di Massimo Viglione, 1861. Le Due Italie, edito da Ares, una domanda interessante si pone l’autore: quanti su 22 milioni di italiani del XIX secolo, avevano coscienza reale e volontà effettiva di unificare politicamente la Penisola abbattendo per sempre i secolari legittimi governi in cui vivevano?

La risposta è “pochi eletti”, l’1 per cento della popolazione. E ancora, quanti dei sette milioni di abitanti del Regno delle Due Sicilie (eccetto i fratelli Spaventa, Settembrini, Ricciardi e qualche decina di carbonari) si sentivano “italiani”come l’intendevano i cosiddetti patrioti anziché napoletani, o siciliani, calabresi etc. La realtà è che i grandi attori della Risorgimento italiano non volessero “fare l’Italia”in piena sintonia con la sua secolare identità, storia, civiltà, bensì volevano fare una “nuova Italia”su basi centralistiche e stataliste simili alla nazione francese nata dalla rivoluzione dell’89.

Il braccio sinistro della Rivoluzione Italiana è stata la Massoneria, è difficile negare il ruolo centrale che hanno avuto le associazioni massoniche locali e straniere nel Risorgimento. La Carboneria, la Giovine Italia, erano direttamente filiazioni massoniche. Massoni sono stati la maggior parte dei protagonisti della Rivoluzione Italiana. Del resto gli stessi Papi non hanno mai smesso di di condannare la Massoneria come ispiratrice della guerra alla Chiesa cattolica e del Risorgimento stesso. Del resto il fine della massoneria e quindi dei risorgimentisti era di sostituire alla religione e alla Chiesa cattolica una nuova religione, quella della patria risorgimentale.

Nella 2 parte del testo Massimo Viglione affronta i fatti che hanno caratterizzato la Rivoluzione risorgimentista, partendo dalla data fondamentale del 1796, una data di cui nessuno o quasi sa nulla e che invece svolge un ruolo d’importanza capitale, molto più del 1848, del 1861, del 20 settembre 1860, del 1915-18, del 1922, anche dell’8 settembre ’43, e poi del ’45, del 18 aprile 1948 e così via. Per Viglione il 1796 sta all’Italia come il 1789 sta alla Francia. La differenza è che i francesi esaltano (o pochi condannano) il loro 1789, noi invece abbiamo perduto la memoria di quell’anno, ricordato solo dagli esperti in materia nei loro libri e nei loro disertati convegni.

Nel 1796, c’è stata l’invasione degli eserciti francesi di Napoleone e con loro l’importazione della Rivoluzione francese, imposta con le baionette, i cannoni, le stragi, i furti e le profanazioni delle Chiese. “E’ l’anno della nascita delle repubbliche giacobine e democratiche, sorte sulle spoglie degli antichi tradizionali Stati monarchici e aristocratici, comunque cristiani, della formazione di una aperta e perseguita coscienza rivoluzionaria, laica e repubblicana, nelle élites del nostro paese”. Ma è anche l’anno in cui inizia la grande Insorgenza Controrivoluzionaria di tutto il popolo italiano dalle Alpi alle Calabrie, “il più grande, drammatico ed eroico (e ancora oggi poco conosciuto) evento della storia degli italiani. Talmente drammatico ed eroico che lo si è cancellato dalla memoria collettiva, in quanto sgradito alla ideologia del Risorgimento; ed è per questo che nessuno coglie veramente fino in fondo l’importanza del 1796″. Il 1796 secondo Viglione, è l’inizio della “nuova storia” degli italiani, è l’ “anno del prima e del poi”, per noi italiani, rappresenta, lo spartiacque della nostra civiltà. In pratica, è l’inizio della modernità in Italia. E’ chiaro che qui non possiamo approfondire la questione, rinvio alla lettura di alcuni ottimi testi dello stesso Viglione e di altri storici che a partire dal 1990 hanno svolto un’appassionante opera di ricerca poi convogliata nell’ Istituto Storico per l’Insorgenza e per l’Identità nazionale ( www.identitanazionale.it ) . Nel 1796 iniziò la Rivoluzione Italiana: “un uragano storico-politico-militare, nonché anche specificamente religioso, si abbattè sulla Penisola dopo secoli di pace, portando con sé una grave eredità: la divisione e l’odio ideologico”. E’ importante questo aspetto, gli italiani erano in pace da quasi tre secoli, non avevano mai conosciuto l’odio ideologico, anche se erano divisi geopoliticamente, ma erano uniti nello spirito delle identità di vedute, credenze e tradizioni.

Dal 1796 non si è più “italiani”e basta, ma giacobini o insorgenti, cattolici o massoni, repubblicani o monarchici, democratici o conservatori, etc. Per Viglione in pratica è l’inizio della “guerra civile italiana”, per l’esattezza della prima guerra civile, poi ci sarà quella del cosiddetto brigantaggio nel 1861 e infine la terza quella nel 43-45. A pagina 76 del libro, Viglione scrive: “Napoleone non fu un ‘semplice’ invasore. Egli portò con sé, sulla punta delle baionette dei suoi soldati, le idee, le utopie e i modi di comportamento della Rivoluzione francese. Esportò insomma in Italia la Rivoluzione e lo fece con la violenza, l’occupazione, il sopruso”.

In poco tempo gli italiani si ritrovarono in casa, il giacobinismo, il repubblicanesimo rivoluzionario, la guerra, i governi legittimi sovvertiti, le chiese derubate, saccheggiati i monti di pietà, i musei, le banche, gli ospedali. Violenze e tragedie che gli italiani non avevano più vissuto da secoli. Spontaneamente tutto il popolo italiano insorse con qualsiasi arma contro gli invasori e soprattutto contro i giacobini locali, dando vita all’ insorgenza controrivoluzionaria. “Si tratta della più grande rivolta popolare della storia italiana, – scrive Viglione – e certamente di una delle più grandi di tutti i tempi(…) Tale insurrezione, detta Insorgenza in quanto composta da una miriade di insorgenze locali, fu ‘nazionale’ nel senso geografico del termine, in quanto si estese dalla val d’Aosta alla Puglia, dalla Calabria al Tirolo, risparmiando solo la Sicilia, ove i francesi non arrivarono mai”. Una guerra insurrezionale durata fino al 1810, che ha visto oltre 300 mila italiani di tutte le classi sociali, in particolare popolari e contadine, prendere le armi e combattere per la Chiesa cattolica e i governi monarchici e tradizionali, ne morirono non meno di 100 mila, dall’altra parte appena qualche migliaio di uomini per lo più intellettuali. Per questo si spiega il motivo della rimozione degli storici ufficiali, chiamati i cani da guardia.

Comunque non si può giudicare la storia del risorgimento senza fare riferimento al fenomeno dell’Insorgenza controrivoluzionaria. Qualsiasi storico serio comprenderà “la lacuna storica che la storiografia nazionale ha imposto agli italiani, facendo praticamente scomparire dai libri di testo, tutta questa epocale vicenda, e sostituendoli pedissequamente con continui ripetitivi studi su pochi giacobini indigeni che andarono a ballare intorno agli ‘alberi della libertà’ imposti dall’invasore, coadiuvandolo nei suoi furti, nelle sue profanazioni e nelle sue stragi”.

Sia Viglione, come altri storici, da qualche decennio, sostengono che la stragrande maggioranza del popolo italiano insorse in armi contro gli ideali laicisti di democrazia giacobina della Rivoluzione francese, pronti a morire in difesa della tradizionale civiltà cattolica, sacrale e legittimista. Inoltre occorre “costatare che i cosiddetti “protomartiri del Risorgimento”, i “patrioti”napoletani del 1799, furono impiccati proprio perché odiati da tutto il popolo, e, soprattutto, che erano solo qualche centinaio in tutto, mentre, dall’altra parte della barricata, vi furono pronti a morire per la propria patria, quella vera, non quella ideologica, non meno di 60.000 persone, che nessuno ha mai ricordato o che si sono sempre qualificate come ‘briganti’, sulla scia terminologica vandeana”.