di Fernanda Barbiero
Consigliera Generale
Suore Maestre di Santa Dorotea

Dentro una società che si chiude nell’immediato e nel terrestre, la vita consacrata è interpellata a richiamare l’Oltre e l’Altro, la realtà dei valori escatologici. Ciò significa coltivare l’aspirazione alla patria futura lavorando per la città terrestre. Noi consacrate siamo segno della trascendenza, di una pienezza che si raggiunge oltre i confini dello spazio e del tempo. Segno di un nuovo mondo di relazioni, un nuovo mondo di significati, che ha inizio qui e troverà la perfezione nell’eternità. C’è una “riserva escatologica” che richiama al senso ultimo della nostra vita umana e della storia del mondo.
C’erano con Gesù i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità. Queste donne hanno conosciuto la potenza di liberazione e di autenticità contenuta nel messaggio di Gesù così da oltrepassare paure e condanne e rischiare per il profeta di Nazaret. Esse hanno avuto l’ardire di decidersi per il Vangelo, da donne. A cominciare da Maria di Nazaret, donna per eccellenza, e anche la “discepola del Figlio” per eccellenza. Il profilo femminile è riconducibile a quello mariano, tanto fondamentale per la Chiesa quanto il profilo apostolico-petrino. Qualsiasi riflessione sul femminile, sul ruolo della donna nella Chiesa non può che partire da una seria e approfondita mariologia. Mentre alimenta il sogno di una vita religiosa promotrice e facilitatrice di “mutuae relationes” all’interno della Chiesa. Nelle realtà in cui siamo inserite siamo chiamate a continuare la pratica di una spiritualità di comunione, favorendo il dialogo e la collaborazione con i pastori, i sacerdoti e i laici.

In genere, quando si pensa al ruolo della donna nella Chiesa, si pensa subito al sacerdozio femminile, ma non è questo. Questo è un dettaglio insignificante di fronte a una missione molto più grande che si apre alla donna. Il ruolo della donna è praticamente il ruolo di Maria nella Chiesa e nella società. Senza andare lontano nella storia, oggi, in un contesto di secolarizzazione le donne consacrate continuano a essere una risorsa di testimonianza. Esse rendono visibile la potenza emancipatrice della sequela di Gesù, irradiando la bellezza di comprendersi alla luce di Lui e del suo vangelo.
Oggi, è sotto gli occhi di tutti il panorama della vita consacrata femminile. Una realtà cambiata rispetto anche a solo un decennio fa. Prevalgono i colori del mondo asiatico e africano rispetto a quello europeo e americano. Questa diversa provenienza socio-culturale e socio-religiosa pone nuove urgenze, non solo educative, mentre offre nuove opportunità e sensibilità nella comprensione nuova dell’esperienza evangelica e carismatica. Tutto ciò apporta non solo alle donne, ma alla Chiesa intera, un nuovo volto e nuove sfide. La riflessione teologica relativa alla vita consacrata, fino al Vaticano ii, è stata elaborata in gran parte in Occidente con categorie, accentuazioni e traduzioni pratiche legate a questo contesto. Occorre ripensarla in chiave di una sapienza spirituale compresa come azione di trasformazione; come energia, non come chiusura in se stessi; come vitalità che opera nel sociale.
Si tratta di una sapienza a partire dal vissuto, “dal conoscimento di sé” di cui parla Caterina da Siena, dal concreto esserci di donne e uomini per re-interpretare la vita. Quello che resta, ciò che non è cambiato è la sfida della trasparenza della radicalità evangelica, ossia la fedeltà al Vangelo resa leggibile con la testimonianza, vale a dire con uno stile di esistenza dal quale risplende la bellezza della sequela del Signore Gesù. Mettendo a disposizione della gente non solo il proprio genio femminile, ma i diversi carismi che abbiamo ricevuto in dono da Dio:  il carisma della contemplazione, dell’evangelizzazione, del servizio ai poveri, della compassione e ancora quello dell’educazione. Pensiamo alle donne sante a cui la vita consacrata si è ispirata per il proprio servizio:  Chiara d’Assisi, Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Teresa d’Avila, Mary Ward, Angela Merici, Giovanna Antida Thouret, Maria, Domenica Mazzarello, per arrivare a quelle più recenti:  Luigia Tincani, Teresa di Calcutta e tante altre ancora.
Per tacere di altre grandi donne come Angela da Foligno, che caratterizzava la  sua esperienza come “urlo dell’anima e urlo del corpo”, o altrove affermava di “contemplare il Crocifisso con gli occhi del corpo”. Queste sante donne insegnano a noi non solo a servire valorizzando i nostri carismi, ma a imparare dalle persone che abbiamo l’onore di servire. Dai poveri e dai bisognosi si impara sempre.

(©L’Osservatore Romano – 1-2 febbraio 2010)