di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 14 febbraio 2010 (ZENIT.org).- In queste settimane, forse complici alcune candidature, in molti sono stati costretti ad uno sforzo di memoria circa alcuni avvenimenti, purtroppo spesso rimossi in quanto scomodi o dolorosi.

Eppure, come insegnano i latini, contra factum non valet argumentum. Hanno aiutato a ricordare alcune foto del passato riproposte sui giornali, complice la campagna elettorale alle porte.

Mi sto riferendo ad un periodo, quello che attraversa la fine degli anni ’60 ed ha lambito il termine del decennio successivo, caratterizzato da sommovimenti tellurici che investirono l’ambito della moralità e che trascinarono nella loro caduta concetti fondanti il diritto stesso nel suo aspetto più essenziale, quello dei diritti fondamentali.

Il terremoto di allora si fa ancora oggi sentire attraverso un bradisismo relativista che nel biodiritto e nella biopolitica tende a spostare l’arbitrio nell’ambito del lecito.

Eppure, scava, scava, alla radice di grandi iniquità si nasconde sempre la menzogna e la falsificazione dei fatti. Se cerca una gemma preziosa e splendente la cui vista è celata da tonnellate di dura roccia, il minatore deve indirizzare i propri colpi di piccone con perizia, forza e costanza; un lavoro lungo ed estenuante, spesso non appagato nei risultati a breve termine.

La verità è simile a quella gemma, è coperta dalle menzogne, dalla manipolazione delle fonti, dalla dittatura dell’opinione; la ricerca di essa è sempre faticosa. Eppure se si guarda bene vi sono dei varchi che aiutano ad aprirsi la strada.

Riguardo al tema della clandestinità dell’aborto prima della legge 194 un illuminante aiuto alla comprensione è offerto dalla lettura di un depliant di 16 pagine dell’ottobre 1974 edito dal C.I.S.A. (Centro informazioni sterilizzazione aborto) riproposto su uno dei siti radicali.[1]

Il C.I.S.A. era un organismo che provvedeva ad organizzare viaggi all’estero per le donne che abortivano e, attraverso strutture proprie, metteva a disposizione medici che nel territorio italiano praticavano in maniera illegale l’aborto. Nel sommario si riporta una stesura organizzata “in paragrafi didatticamente molto precisi”.

Si tratta di un materiale che nelle intenzioni dovrebbe essere istruttivo. In un certo senso siamo d’accordo, è un materiale altamente istruttivo della ignoranza di chi lo ha redatto. Nel descrivere ad esempio l’aborto mediante metodo Barman così si legge: “si aspira in contenuto dell’utero, ancora informe e grumoso, prima del terzo mese, cioè prima che l’ovulo fecondato si agganci alla parete dell’utero e inizi il ciclo morfologico, cioè prenda forma. Fino a quel momento l’ovulo fecondato non è vitale né capace di vita”.

Che, giunti al terzo mese o poco prima “il contenuto dell’utero” sia “informe e grumoso”, è menzogna che qualsiasi studente che abbia una minima cognizione di embriologia riconosce come tale. Che il metodo Karman agisca “su un ovulo fecondato” e non su un embrione o un feto prima che questi “si agganci alla parete dell’utero” è indizio di una ignoranza della biologia che fa davvero poco onore a quanti hanno sempre rivendicato la scientificità delle proprie posizioni, spesso definendo le posizioni dei contraddittori “oscurantiste”.

In tempi non sospetti, quando non vi era la necessità di dipingere come invasivo e doloroso l’aborto chirurgico per propagandare l’aborto chimico, nel descrivere l’aborto per isterosuzione il C.I.S.A. scriveva che “se la donna resta rilassata, non avverte nessun dolore. In genere dopo l’intervento si ha un dolore diffuso del tipo di quello delle mestruazioni, che può durare da qualche minuto a mezz’ora, e una supposta di qualunque antidolorifico è sufficiente a calmare eventuali spasmi e crampi”.

E di seguito: “L’aborto fatto con l’aspirazione dura in media tre minuti effettivi […] In genere le donne sane e normali si riprendono in un quarto d’ora e dopo venti minuti urlano dalla fame e vanno di corsa a mangiare” Ma come? Oggi gli antiaboristi contrari alla RU 486 si fanno passare per gente che vuole fare soffrire le donne con l’aborto chirurgico, ieri invece lo stesso aborto chirurgico era una passeggiata di salute che stimolava l’appetito.

Alla faccia della coerenza! Ma non è finita; sempre dal solito opuscolo apprendiamo che al C.I.S.A. il prezzo per un aborto chiesto alle donne era di 100.000 lire, ma si aggiungeva subito che si trattava di un “prezzo politico”, insomma sembrerebbe d’intendere che non vi fosse alcun guadagno.

La cosa è riportata anche nel libro dell’onorevole Carlo Casini che, ripercorrendo quei giorni vissuti in prima persona in qualità di magistrato che svolgeva le indagini sulla clinica del C.I.S.A. a Firenze, parla di 150.000 lire ad aborto, oltre che di “corposi versamenti bancari” e di “documenti personali di donne trattenuti nello studio del medico a garanzia dei pagamenti”.

Secondo l’allora magistrato inquirente “Si trattava evidentemente di una vera e propria organizzazione. In effetti dalle indagini risultò che per tre volte la settimana, a giorni alterni, dalle 14 alle 17, vi venivano eseguiti a catena una quarantina di aborti al giorno, con un record di 80, come, confessando, dichiarò il medico”. Ma quanti soldi erano allora 150.000 lire? Nel sito cronologia.it, curato da Franco Gonzato, ci viene ricordato che lo stipendio medio di un operaio era nel 1975 di 154.000.

Facendo qualche conticino si può stimare che l’incasso settimanale fosse di 18 milioni di lire e che in fondo all’anno si potessero raggiungere intorno ai 900 milioni, cifre che, rapportate ai valori attuali starebbero intorno ai 5 milioni di euro.

Delle belle sommette come “prezzo politico”. Ma era davvero tale? Mah! Il medico che operava nella villa fiorentina fu arrestato nel 1996 di nuovo con l’accusa di “aborti clandestini” (eppure la legge che liberalizzava l’aborto era in vigore da otto anni).

Il Corriere della Sera del tempo riportò un compenso percepito di 600 mila lire.[2] In anni a noi più vicini le cifre emerse nelle indagini per aborto clandestino spesso sono state di alcune centinaia di euro, una cifra non molto distante dal “prezzo politico” del C.I.S.A.

Se ne potrebbe dedurre che o tutti i medici che praticano gli aborti clandestini lo fanno a prezzo politico (ma non si capisce perché, data l’attuale liberalizzazione), oppure che i prezzi del C.I.S.A. erano dei prezzi comuni “di mercato” giustificati dagli alti costi: pompe da bicicletta come aspiratori e barattoli di marmellata da usare come contenitori.

Vi sarebbe poi la storia del numero degli aborti clandestini, ma di questo spero avremo modo di riparlare in una prossima occasione.

[1] http://www.radioradicale.it/exagora/c-i-s-a-centro-informazioni-sterilizzazione-aborto (accesso del 3 febbraio 2010).

[2] Corriere della Sera, 17 marzo 1996, p. 13.

* Il dott. Renzo Puccetti è specialista in Medicina Interna e segretario del Comitato “Scienza & Vita” di Pisa-Livorno.