Ecco i numeri di un fallimento figlio dell’ideologia. Emma che farà?
di Roberto Volpi
Tratto da Il Foglio del 23 gennaio 2010

Su quanti fossero gli aborti clandestini prima dell’introduzione  della 194 c’è una lunga tradizione di cifre iperboliche, alimentate dai radicali e dall’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica).

Ancora pochi giorni fa in televisione, sul terzo canale, nella trasmissione “Correva l’anno”, mi è capitato di sentir dire, a proposito del “mitico” 1968, che in quell’anno si ebbero più di un milione di aborti. Balle. In quell’anno le nascite raggiunsero quota 930 mila, i bambini si facevano, non si abortivano. Se la cifra degli aborti fosse quella reale, si sarebbero avuti due milioni di concepimenti: pari, considerando la popolazione femminile di allora in età feconda, a quasi sei concepimenti in media per donna. Un livello di concepimenti che è attualmente quello dell’Africa sub-sahariana, ma quasi il doppio di quello reale nell’Italia di allora. Radicali e Aied hanno sempre mirato a ingigantire il problema, perché più lo accresci più devi prendere misure, organizzare servizi, educare alla contraccezione, inventare e distribuire pillole, avviare campagne pubblicitarie. Il tutto improntato, più che a introdurre alla consapevolezza del sesso, ad ampliare quella della protezione dei rapporti sessuali (che per questo, del resto, funziona così poco).

Nell’occasione è stata intervistata anche Emma Bonino, che prestava al tempo la sua opera presso la sede romana dell’Aied, e che ha ricordato come, andata a vedere se poteva dare una mano, si fosse poi fermata ben oltre il preventivato, presa da quella esperienza umana. Ricordo la Bonino e ricordo l’aborto perché, se vincerà le elezioni nel Lazio, all’esponente radicale si aprirà davanti uno scenario del tutto problematico proprio sul suo terreno d’elezione. Il Lazio è la regione messa peggio quanto ad applicazione della 194. Ed è curioso pensare a quanto giusto l’area della capitale, con tutto il bombardamento sul sesso sicuro, preservativi a portata di mano e pillole pronte per l’uso, sia quella dove si hanno a un tempo i peggiori indicatori di abortività e minore disponibilità di risorse per farvi fronte.

Vediamo gli indicatori sul lato dell’abortività. Il Lazio è con la Puglia la regione con il più alto tasso di abortività (11, 1 aborti annui ogni mille donne di 14-49 anni, rispetto a una media nazionale di 9, 1), quella con la più alta proporzione di donne con meno di vent’anni tra quante abortiscono (il 10, 7 per cento contro una media nazionale del 7, 5 per cento), quella con la proporzione di studentesse di gran lunga più alta tra quante abortiscono (il 23, 3 per cento rispetto all’11, 6 per cento nazionale), con uno dei più alti tassi di recidività (circa una donna su dieci di quante abortiscono ha già avuto almeno due aborti) e, dulcis in fundo, quella dove l’assenso all’aborto di minorenni è dato più massicciamente dal giudice (50 per cento, contro meno del 30 per cento a livello nazionale) anziché dai genitori, prova inconfutabile di rapporti quanto meno problematici, nelle famiglie, tra ragazzine e genitori.

Un disastro. A fronteggiare il quale non c’è praticamente nessuno, perché le proporzioni degli obiettori tra ginecologi e anestesisti sono da sballo: 86 ginecologi e 77 anestesisti su 100 sono infatti obiettori, le più alte proporzioni italiane. E sono obiettori i due terzi del rimanente personale. Detto che perfino la media dei consultori è più bassa di quella italiana (1, 2 contro 1, 5 ogni 10 mila donne in età feconda), il quadro del Lazio a proposito di 194 è completo ed è un quadro che induce al pianto. Non sarà sfuggito come la quota delle studentesse – quasi una donna su quattro in Lazio – sia esattamente il doppio di quella italiana.

Ma non solo tra le ragazze delle medie e delle superiori, bensì tra le universitarie. Ogni 100 donne che abortiscono nel Lazio, infatti, lo abbiamo visto, 23, 3 per cento sono studentesse ma soltanto il 10, 7 per cento ha meno di vent’anni. Dunque c’è un 13 per cento circa di studentesse di almeno vent’anni, universitarie, tra le donne che abortiscono. Siccome le studentesse che hanno abortito nel 2007 nel Lazio sono state la bellezza di 3. 400, è facile stimare che tra queste c’erano quasi duemila studentesse universitarie. Ora, io spero che non ci si venga a raccontare che ciò succede perché nugoli di più che ventenni studentesse universitarie delle sedi romane non sanno cosa sono i contraccettivi e hanno bisogno di essere istruite al riguardo.

Questi i termini del problema dell’aborto nel Lazio. Da soli si incaricano di fare tabula rasa di ogni luogo comune e non si prestano a nessuno dei facili giochetti che di solito vengono fumosamente agitati in proposito: più informazione, più prevenzione, più contraccezione, più personale e via di più in più, giacché queste tipologie di “più”, alla luce dei dati nella migliore delle ipotesi sono ininfluenti, nella peggiore controproducenti. Ecco allora quel che piacerebbe sapere: come intende affrontare il problema Emma Bonino, anche in considerazione del fatto che molti di questi dati della Regione della quale potrebbe, domani, diventare presidente, configgono non poco con le idee e le ricette dei Radicali a proposito di aborto e applicazione della legge. Piacerebbe saperlo pure dalla Polverini, della quale non ho memoria di interventi sul tema. E poiché in Lazio si abortisce perfino di più che nel resto d’Italia, è chiarissimo che il vero disastro culturale si riscontra tra le studentesse.