Il nuovo libro di Giampaolo Pansa
di Andrea Possieri
Tratto da L’Osservatore Romano del 3 luglio 2009

Barbapapà e Topolino, la Feroce e la Bugiarda, i parrucconi rossi e i dalemoni. Questi sono solo alcuni dei tanti protagonisti che popolano l’ultimo libro di Giampaolo Pansa, Il revisionista (Milano, Rizzoli, 2009, pagine 486, euro 22).

I personaggi e il titolo del libro potrebbero ingannare. Non si tratta, però, né di un’avventura a fumetti in salsa disneyana né di una nuova puntata sulla guerra civile. Anche se la storia e la politica la fanno da padroni come sempre. Il revisionista è, invece, un’autobiografia scritta col piglio del cronista politico, con quel linguaggio efficace e graffiante tipico di chi ha il merito di farsi capire da tutti – dal manager poliglotta all’ultimo studente con la sintassi più sgangherata – e che possiede nel titolo tutta la carica simbolica di un volume culturalmente schierato e senza compromessi di sorta.

La scelta di quell’appellativo, infatti, non è soltanto il vezzo intellettuale di chi possiede l’autorità e i galloni per autoassegnarsi una qualifica, quella di essere un revisionista, che suona ai più come qualcosa di sinistro e indecente. Quel titolo, in realtà, è una presa di posizione perentoria nei confronti di un ceto intellettuale che di quel termine, revisionista appunto, ha fatto, da sempre, il peccato morale per antonomasia, una causa di scomunica e di collocazione immediata nella Geenna del mondo politico. L’accusa di revisionismo, da Eduard Bernstein in poi, da quando sul finire dell’Ottocento l’intellettuale tedesco osò criticare e revisionare la dottrina marxista, incrinando non solo le teorie economiche ma anche la figura del padreterno laico del mondo rosso, è sempre stata una sorta di maglio lanciato come un fendente contro l’avversario politico di turno, quasi sempre un compagno di partito, che si tramutava immediatamente in un eretico da guardare con sospetto o in un nemico da combattere ed emarginare. La valenza negativa del termine si è poi spostata ciclicamente dall’ambito politico a quello culturale laddove molti studiosi hanno visto nel revisionismo, non tanto la normale quanto meccanica modalità di reinterpretare i dati e le fonti “fino a prova contraria”, ma una vera e propria ideologia politica i cui contorni, seppur incerti e malmostosi, miravano al sovvertimento dell’ordine costituito.

Non esente da ripetitive ed eccessive giaculatorie orgogliosamente revisioniste, il volume del giornalista monferrino, tuttavia, ci porta a contatto con una storia costellata da persone sconosciute, come nonna Caterina, il papà Ernesto o il primo amore con la “fascista rapata” Gianna, a cui si affiancano volti noti del giornalismo, del mondo accademico e della politica. Da Alessandro Galante Garrone, “un secondo padre”, a Guido Quazza “che si prese cura del ragazzo che l’università gli aveva affidato”, finanche a Giorgio Bocca riconosciuto come “uno dei maestri professionali”. In questo mosaico, naturalmente, non potevano mancare alcuni dei protagonisti del gruppo editoriale “L’Espresso” dove Pansa ha trascorso la maggior parte della sua vita professionale. Carlo Caracciolo, dipinto come “un bellissimo signore molto affabile con l’aria tra il regale e il democratico”, Ezio Mauro, raffigurato come colui che “insieme a De Benedetti e a Benedetto, faceva parte della Santissima Trinità che sovrastava tutte le redazioni” ed Eugenio Scalfari, infine, icasticamente immortalato, in un vecchio giudizio di Caracciolo: “Eugenio porta la testa come il Santissimo in processione”. Giudizi pungenti, al tempo stesso implacabili e ironici, che forniscono la cifra di una vita trascorsa nel cuore pulsante del Palazzo, specchio dei vizi e delle virtù del Paese.

Un volume come questo difficilmente potrà piacere agli storici di professione. Nessuna nota, nessun riferimento bibliografico, nessun archivio citato. Eppure, con quello stile orgogliosamente giornalistico, con l’utilizzo di quel titolo, volutamente assertivo, che trasforma il “peccato” in virtù, Pansa ha il merito, se non altro, di porre all’attenzione del grande pubblico una riflessione sul vissuto storico degli italiani e sull’elaborazione della nostra identità nazionale. Una riflessione che pone al centro dei propri interrogativi, non soltanto il rapporto tra i vincitori e i vinti della guerra civile ma anche il nesso tra chi elabora il racconto storico e i destinatari di questa narrazione e, in definitiva, quel rapporto, assai dibattuto, tra gli intellettuali e il popolo che così tante volte è stato evocato per spiegare i problemi di casa nostra. Intellettuali che, a differenza del clamoroso successo di pubblico degli ultimi volumi di Pansa, hanno spesso girato le spalle ai libri del giornalista di Monferrato riuscendo a scorgere in quelle pubblicazioni ora il dilettantismo e la malafede, ora il progetto politico nascosto e il prodotto editoriale di basso livello.

Uno degli ultimi capitoli del libro inizia con una esortazione che il direttore de “la Repubblica”, Ezio Mauro, rivolse a Pansa qualche anno fa: “Dovresti scrivere un libro per i tuoi lettori di prima”. Ma veramente esiste un prima e un dopo nei libri dello scrittore monferrino? Oppure dovremmo presupporre che esistono concretamente queste due Italie sempre visceralmente in contrapposizione, immediatamente pronte a scomunicarsi vicendevolmente ogni volta che le ragioni dell’una prevalgono su quelle dell’altra?

È presente, infine, un ultimo registro attraverso il quale si può leggere quest’autobiografia. Quello forse più nascosto e privato. Tra le pieghe del volume sembra celarsi una riflessione più intima, quasi esistenziale, che parrebbe far presagire, il condizionale è d’obbligo, a una serie di domande sul senso della vita ben più profonde dei quesiti sul mito fondativo della Repubblica e che le categorie politiche non riescono a esaurire. Interrogativi inevasi che lasciano aperto un percorso personale dell’autore, non solo culturale, di cui si conosce, per adesso, soltanto l’inizio ma di cui non si individua, ancora, il punto d’approdo finale.