l crimine del Teramano è l’occasione per fare definitivamente pulizia. Una Curia che collabora con la magistratura per un caso così dolorosamente imbarazzante è il segnale di una strada di autentica purificazione.

Raffaele Iannuzzi

Proprio mentre viene arrestato un sacerdote quarantenne di origini indiane nel Teramano per violenza sessuale su una bambina di dieci anni, il Papa continua la sua opera di rigore assoluto sulla gigantesca problematica della pedofilia nella Chiesa autorizzando l’attuazione delle linee guida del Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis Tutela, del 2001.
Il crimine del Teramano vede la Curia largamente collaborativa nei confronti delle autorità giudiziarie e questa è l’occasione per fare definitivamente pulizia di un fenomeno che definire scandaloso è un eufemismo. Una Curia che collabora con la magistratura per un caso così dolorosamente imbarazzante è il segnale di una strada di autentica purificazione, nei comportamenti e nella mentalità ecclesiale.
Certo, Benedetto XVI è stato un anticipatore di questo stile di rigore. La pedofilia è una vera piaga e uno scandalo immenso nel Corpo Mistico della Chiesa, che ha la missione di rendere visibile ed attraente il messaggio di salvezza di Cristo. Il documento pubblicato allora acquisisce ancora più importanza ed è largamente inscrivibile in un lavoro di lungo periodo volto a fronteggiare e debellare quella “sporcizia nella Chiesa” già denunciata con parole non rituali dall’allora Card. Ratzinger nella Via Crucis del 2005. Sul piano tecnico, il diritto applicabile è il Motu Proprio e, congiuntamente, il Codice di Diritto Canonico del 1983. Già Giovanni Paolo II, dunque, aveva agito con forza su questo gravissimo fenomeno. Un documento come questo, uscito fuori nel 2001, non è certamente uguale a zero. Ma è poi tutto l’impianto del Codice di Diritto Canonico del 1983, un testo capace di rendere agile ed efficace ogni applicazione giuridica e normativa in seno alla Chiesa, a favorire la pratica reale di un’operazione che dovrà agire in un contesto così dissestato. Il fenomeno c’è in tutta la sua tragica e desolante imponenza, è gravissimo e noi siamo contro qualsivoglia diminutio della realtà.
Detto questo, come anche autorevoli esponenti della gerarchia hanno recentemente affermato, la Chiesa si sta muovendo in modo rigoroso ed equilibrato. Come nessuna altra realtà istituzionale. Sta giocando una partita a dir poco epocale. Il documento pubblicato è duro in una direzione che deve aiutare la Chiesa a trovare una linea di condotta. Non solo si apre alla completa trasparenza delle indagini giudiziarie sui presunti pedofili, ma la Curia ha l’obbligo di denunciare i sospetti pedofili e, una volta condannati, La Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare davanti al giudizio del Papa i preti condannati, con la richiesta che, “ex officio”, li riduca allo stato laicale. Senza processo canonico. Ridurre allo stato laicale un sacerdote è di per sé il provvedimento più duro ed umiliante per un chierico. Il Codice di Diritto Canonico non prevede provvedimenti di questa natura. Viene sempre celebrato un processo canonico, il sacerdote si difende e viene difeso, infine vengono valutati tutti gli elementi prima di giungere ad un provvedimento così grave ed ultimativo.
In questo caso, il Papa lancia un altro messaggio: l’abuso sessuale sui minori ha un rilievo eccezionale, è un peccato ben più grave degli altri e corrisponde alle parole di Gesù su coloro che abusano dell’innocenza dei piccoli: meglio che si mettano una macina al collo e si gettino nelle acque. Dio con loro sarà implacabile giustiziere. Perché Dio è anche giustizia suprema. Non ci sono sconti per criminali di questa fatta.

© Il Tempo – 13 aprile 2010