Intervista al docente di Diritto Brian Scarnecchia

di Andrea Kirk Assaf

ROMA, mercoledì, 21 aprile 2010 (ZENIT.org).- Giovanni Paolo II ha chiesto ai tecnici della fertilità di smettere di produrli. La Donum Vitae, pubblicata nel 1997 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ha parlato della “sorte assurda” alla quale erano stati condannati. Il programma Baby Snowflake, lanciato nello stesso anno, ne ha facilitato l’adozione o il “riscatto”.

Oggi esistono circa 400.000 piccoli embrioni umani creati attraverso la fecondazione in vitro, con le loro vite sospese in recipienti di nitrogeno liquido, che il defunto presidente della Pontificia Accademia per la Vita, il dottor Jerôme Lejeune, chiamava “latte di concentramento”.

Visto che la richiesta della Chiesa cattolica di non creare questo dilemma bioetico non è stata rispettata da molte compagnie biofarmaceutiche, il Vaticano si vede ora costretto ad emettere un giudizio morale su centinaia di migliaia di vite congelate.

Brian Scarnecchia, presidente dell’International Solidarity and Human Rights Institute e docente di Diritto presso la Ave Maria Law School, ha pronunciato di recente al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace una conferenza su questo argomento sempre più complesso.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, il docente spiega le complesse questioni morali implicate nel dibattito sul destino degli embrioni congelati.

Com’è giunto ad essere invitato a parlare degli embrioni congelati in Vaticano?

Scarnecchia: Sono stato qui al Forum di Roma, un congresso di organizzazioni non governative cattoliche patrocinato dalla Segreteria di Stato del Vaticano e da vari dicasteri. Avevano previsto un piano di studi che includeva conferenze su economia, sviluppo, diritti umani e bioetica. Dovevo presentare due conferenze sui diritti umani fondamentali.

La segretaria del Forum, la dottoressa Fermina Álvarez, mi ha chiesto di pronunciare una conferenza presso il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, a Palazzo San Calisto, e ha invitato anche varie persone che lavorano in Congregazioni e Pontifici Consigli del Vaticano in questo palazzo. Quando mi sono reso conto che avrei parlato soprattutto a persone che già lavorano nella Santa Sede, ho voluto indagare e ottenere informazioni su un tema che comporta l’analisi di varie questioni dottrinali.

E’ tutto ancora sottoposto a dibattito, visto che la questione non è ancora stata chiusa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede?

Scarnecchia: No, sicuramente no – da quando la Donum Vitae è stata presentata nel 1987 sono stati condannati il congelamento di embrioni umani, la fertilizzazione in vitro e la maternità surrogata, che è stata anche dichiarata illecita. Si poteva pensare che questo avrebbe risolto il problema, ma naturalmente non si affrontavano tutte le questioni.

Ad esempio, la Donum Vitae si rivolgeva principalmente all’arrivo di un essere umano attraverso un concepimento che non è stato frutto di un atto d’amore coniugale tra marito e moglie, ma è stato prodotto in vitro, cioè in una piastra di Petri di vetro. Questo procedimento è stato chiaramente condannato, come anche il congelamento degli embrioni “extra” o “soprannumerari”.

Ad ogni modo, sono state create migliaia di embrioni congelati, e la domanda che parte da molte persone ben intenzionate è se una donna diversa dalla madre possa portare un embrione congelato dentro di sé senza diventare una madre surrogata.

Alcuni esperti di Bioetica fedeli al Magistero, e che non sono assolutamente teologi dissidenti, hanno affermato, preoccupati per il destino di questi embrioni congelati, che il riscatto o l’adozione di un embrione congelato non è maternità surrogata. Una surrogazione, questa è l’argomentazione, sarebbe il caso in cui qualcuno, per amore o per denaro, accoglie un embrione nel suo ventre con l’intenzione di darlo a un’altra persona – “Lo sto facendo per mia sorella, lo sto facendo per mia figlia, lo faccio per 20.000 dollari”. Una donna non diventa una madre sostitutiva se non ha l’intenzione di dar via il bambino dopo la nascita, ma lo vuole adottare.

Ho parlato con una monaca che ha detto che, nel caso di approvazione del trasferimento eterologo di embrioni, sarebbe stata tentata di fondare un nuovo Ordine di religiose dedite al riscatto di questi embrioni congelati.

Questo approccio è stato criticato perché farebbe collassare i motivi nell’atto morale. Bioeticisti critici nei confronti dell’adozione di embrioni si sono opposti e hanno detto che più importante della motivazione personale è l’atto morale, che intendono come l’atto di restare incinta del bambino di un’altra persona.

Questi esperti di Bioetica hanno sostenuto che, se il trasferimento di un embrione congelato nel ventre di una donna è una surrogazione in sé, sarebbe intrinsecamente negativo e non potrebbe essere fatto per alcun buon motivo, neanche per salvare la vita dell’embrione congelato.

Nella Chiesa c’è stata qualche risoluzione su questo dibattito?

Scarnecchia: Questo dibattito è andato avanti per vent’anni, dal 1987 al 2008. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha poi pubblicato la Dignitas Personae, che nel paragrafo 19 offre una risoluzione del dibattito. Il mio intervento tornava dove la Dignitas Personae si era interrotta e su ciò che ancora non contemplava.

Il paragrafo 19 dice che le persone geneticamente estranee all’embrione, coloro che attraverso il trasferimento eterologo di embrioni rimangono incinta di un bambino che non è geneticamente loro, hanno partecipato ad atti simili alla fecondazione in vitro eterologa e/o all’affitto di uteri, e quindi non si tratta di un atto lecito. Per questo non è lecito adottare un embrione per aumentare la propria famiglia.

Negli Stati Uniti esiste il Programma Baby Snowflake, promosso dal National Right to Life come alternativa alla ricerca distruttiva su questi embrioni. Era sicuramente un movimento dalle buone intenzioni. In quel momento, tra la Donum Vitae e la Dignitas Personae, i cattolici potevano, in buona coscienza, dopo aver soppesato entrambi i lati del dibattito, adottare un embrione congelato. Dopo la pubblicazione della Dignitas Personae, questa non sembra essere più un’opzione che un cattolico può assumere in buona fede.

Alcuni esperti di Bioetica che si sono opposti al trasferimento eterologo di embrioni hanno detto che sarebbe equivalente a un adulterio tecnologico, e che il fatto che una donna resti incinta del figlio di un’altra coppia violerebbe il valore unitivo del matrimonio.

Quali questioni sono rimaste senza soluzione in questi due documenti?

Scarnecchia: Alcuni casi di “riscatto” altruista di embrioni congelati. Al paragrafo 19 si afferma che, nonostante la nobile intenzione di salvarne la vita, riscattare gli embrioni congelati non sarebbe molto diverso dalla fecondazione in vitro eterologa (che combina i gameti dei coniugi) e dalla surrogazione.

Il mio intervento ha riguardato la situazione di una madre che si pente del peccato della fertilizzazione in vitro e vuole recuperare o riscattare i propri embrioni congelati. Quando mi è stato chiesto di esprimermi sulla questione in un caso legale, Evans v. UK, pendente presso il Tribunale Europeo dei Diritti Umani dal 2006, la mia risposta è stata che la madre genetica poteva riscattare i propri embrioni congelati senza che ci fosse una surrogazione, e così i membri cattolici del Parlamento Europeo potevano sostenere questo risultato in buona fede. Non dimentichiamo che già negli anni Novanta il dottor Jerôme Lejeune testimoniò davanti al tribunale che la madre genetica ha il dovere di adottare misure ragionevoli per salvare i suoi “figli piccoli” congelati nelle “latte di concentramento”.

Credo che il principio che sottolinea l’obiezione della Donum Vitae alla fertilizzazione in vitro sia il carattere relazionale della persona umana e, in particolare, il dono di sé che gli sposi si fanno reciprocamente e che hanno il dovere di rispettare.

Questa donazione reciproca dei genitori ha tre fasi. In primo luogo, la dedizione reciproca è concessa e garantita nella fase genetica quando i coniugi, con gioia e libertà, si donano l’uno all’altro in un atto di intimità coniugale, che continua attraverso il concepimento naturale: ogni bambino ha il diritto di essere concepito accanto al cuore della madre, in virtù di un atto libero di donazione reciproca dei coniugi. La seconda fase della dedizione dei genitori si produce tra il concepimento e la nascita. Può essere chiamata fase di gestazione: ogni bambino ha il diritto di essere allevato nel grembo materno. La fase finale è quella della formazione: ogni bambino, dopo la nascita, ha il diritto di essere allevato dai propri genitori fino alla maturità.

Nel mio libro di prossima pubblicazione “Bioetica, Diritto e Pensiero Sociale Cattolico” (Scarecrow Press, 2010) si sostiene che quando la madre genetica riprende il suo embrione congelato nel proprio grembo, attraverso il trasferimento omologo dell’embrione, questo atto afferma il diritto del bambino alla paternità gestazionale accanto al cuore della madre. Dall’altro lato, se un estraneo genetico fa questo, il bambino soffre una seconda violazione dei suoi diritti attraverso il trasferimento eterologo di embrioni, che per la Dignitas Personae è chiaramente analoga alla fecondazione in vitro eterologa e alla surrogazione.

Altri esperti di bioetica sostengono, al contrario, che se ogni concepimento deve essere il risultato di un atto coniugale tra marito e moglie, come afferma la Donum Vitae, allora anche ogni gravidanza deve sorgere da un atto di unione coniugale tra gli sposi. Per questo, se la madre genetica resta incinta attraverso atti tecnici, sostengono che questo trasferimento dell’embrione omologo presupporrebbe una seconda violazione dei diritti dell’embrione, e che la madre, paradossalmente, diventerebbe una madre surrogata del proprio figlio.

Mi sembra che se, per analogia, una gravidanza ectopica tubarica si potesse risolvere con successo trasferendo l’embrione dal suo luogo di impianto nelle trombe di Falloppio della madre all’utero materno, pochi obietterebbero che il bambino ha subito una violazione dei suoi diritti, perché la sua vita si sarebbe salvata attraverso una gravidanza uterina iniziata da terzi attraverso un atto di trasferimento embrionale omologo.

Questo aspetto, la liceità del trasferimento omologo dell’embrione, rimane una questione aperta e rappresenta una lacuna importante che la Congregazione per la Dottrina della Fede deve affrontare e risolvere in un modo o nell’altro.