Detenuti dal 15 dicembre, il governo si è rifiutato di farli uscire nonostante le pressioni internazionali. Solo all’estero l’Arabia Saudita mostra un volto tollerante

di Leone Grotti da Tempi.it

Trentacinque cristiani di origine etiope sono detenuti in carcere in Arabia Saudita. Il loro crimine? Essersi riuniti in casa di un privato, nella città di Jeddah, per pregare. Il 15 dicembre la polizia saudita ha fatto irruzione nella casa dove i cristiani, soprattutto donne, si erano riuniti. Li hanno arrestati e portati in cella. Nonostante le pressioni internazionali, l’Arabia Saudita si è rifiutata di rilasciare i prigionieri.

La posizione ufficiale del governo è sempre la stessa: in Arabia Saudita i lavoratori non musulmani non possono celebrare il proprio culto in pubblico, ma in privato sì. La nozione di “privato” resta però poco chiara. Il governo saudita afferma che finché le riunioni si fanno in piccoli gruppi e in case private, nessun organo della sicurezza debba intervenire. Questa posizione ufficiale, come è chiaro anche dal caso dei 35 etiopi, viene però smentita di fatto e la polizia religiosa saudita continua a fare le sue “incursioni” in case private.

La decisione di non rilasciare i cristiani contraddice quanto l’Arabia Saudita afferma pubblicamente non solo riguardo alla legislazione, ma anche in incontri tenuti in tutto il mondo. Nel luglio del 2008, ad esempio, il paese ha promosso una conferenza interreligiosa in Spagna per promuovere la tolleranza e la reciproca comprensione tra i fedeli delle diverse religioni. Nell’ottobre dello scorso anno ha addirittura stabilito in Austria un Centro per il dialogo interreligioso e interculturale.

Ma nonostante gli sforzi per apparire tollerante in giro per il mondo, la realtà in patria, dove il 5 per cento della popolazione è cristiana e sono presenti due milioni di cattolici, soprattutto immigrati filippini per lavoro, è ben diversa. In particolare, è difficile parlare di tolleranza quando la massima autorità della legge islamica in Arabia Saudita, il Gran Muftì Sheikh Abdul Aziz bin Abdullah, dichiara pubblicamente (senza essere ripreso dai giornali occidentali) come ha fatto poco tempo fa: «Tutte le chiese all’interno della Penisola arabica devono essere distrutte, deve esserci una sola religione».