Avevo chiesto ai miei conterranei una tenda per poter pregare e loro mi hanno risposto così”. Don Marco Manoni, sacerdote di Cansatessa, indica orgoglioso la nuova chiesetta in legno costruita a tempo di record dai vigili del fuoco della Valsugana, dalla Provincia e dalla diocesi di Trento. È la prima inaugurata all’Aquila dopo il sisma del 6 aprile. Il parroco, di origini trentine, ancora non può a credere ai suoi occhi; dopo anni il suo paesino a cinque chilometri dal capoluogo, che fino ad un mese fa ringraziava il Signore in un prefabbricato, ha una chiesetta di abete totalmente antisismica. Sarà la Chiesa della Resurrezione, di nome e di fatto. Cento metri quadrati con finiture e campanile in rame tirata su in tre giorni lavorando dall’alba al tramonto; ad adornarla su un fondo di pietre pomici trentine il crocifisso realizzato a Tesano, paesino celebre per le sculture sacre, e il mobilio in arte povera offerto dalle aziende dalla Valsugana.

Il taglio del nastro verde, verde come le montagne in cui Cansatessa è immersa, verde come il colore della struttura, commuove, emoziona. In fondo in questa terra sconquassata ogni minimo gesto di vita è una speranza. “Ripartire con una nuova chiesa, che certo non è una basilica – commenta l’arcivescovo dell’Aquila Giuseppe Molinari – è un segno importante e necessario per la nostra comunità. Per avere le case ci vorrà tempo, questa idea degli amici trentini è una buona soluzione intermedia che ci permette di ripartire dalla fede e per questo gli siamo grati”.

La chiesetta non riesce a contenere tutta la popolazione che, quasi a trovar conforto da un segno di rinascita, è presente alla celebrazione officiata dal vescovo di Trento, Luigi Bressan. “Voi avete assistito, come viene raccontato nell’Apocalisse, ad un drago dalle sette teste che ha scosso le vostre vite e distrutto la vostra casa – esordisce il prelato – ma il Vangelo ci insegna che il Signore è in mezzo a noi, anche se la Sua vita come la nostra non è esente da dure prove”. Il pastore di Trento non nasconde che questo è solo il primo passo verso la rinascita della città, provata da un mese di scosse continue. La natura impietosa, poi, ricorda proprio durante l’omelia con un movimento della terra breve ma intenso che qui lo sciame sismico è tutt’altro che finito. Il silenzio è surreale, poi tutti restano fermi e si guardano intorno; qualcuno sorride, non serve uscire fuori adesso, la struttura in legno non fa più paura. Parla a braccio il vescovo, le sue parole sembrano una mano tesa verso chi vuole rialzarsi dalla polvere, ma non ha più forze. “La rassegnazione cristiana – continua monsignor Bressan – non significa stare fermi e non far nulla, ma puntare sull’amore fraterno, sulla solidarietà, come Lui ci insegna. Questo è il luogo dove la popolazione deve ritrovare se stessa, pregare, incontrarsi e tornare ad avere fiducia negli insegnamenti delle Sacre Scritture”. Un luogo di ispirazione, dunque, un centro di conforto, ma anche un posto dove riavere le proprie certezze e sentirsi sicuri come a casa.

Una casa. Don Marco Manoni e i suoi credenti ora ne hanno una. “Il pastore sarà percosso e le sue pecore disperse – dice il prete – quello che è accaduto alla nostra comunità è questo. Dopo un’esperienza terribile oggi vediamo con questa nuova casa uno spiraglio di luce”. Intenerisce la storia di questa chiesetta. Tutto è nato di Sabato Santo e progettato nel giorno della Resurrezione, poi la catena di solidarietà della diocesi e dei comuni della provincia di Trento. Infine la gioia nel vedere che in questa piccola chiesa già sono previste domenica le prime comunioni e nei prossimi mesi, coincidenza dei numeri, tre matrimoni. “Abbiamo deciso di riniziare da un luogo di culto, quando la gente non ha ancora casa – precisa Lorenzo Dellai, il presidente della provincia di Trento – perché la chiesa, come dice Giorgio La Pira, è il simbolo di una città concepita come domicilio organico di una comunità. Qui serve ripartire da luoghi emblema per ricominciare”. Rintoccano le campane a mezzogiorno, tutti alzano lo sguardo alla punta della chiesetta, quasi a sentire un suono ormai dimenticato; poi parte l’Ave Maria intonata dagli alpini trentini. Ora sembra davvero un giorno di festa normale.


Alessia Guerrieri da Avvenire