L’appello del Papa su Termini Imerese riporta alla luce la realtà della disoccupazione in Italia. In contempranea leggiamo la drammatica notizia del suicidio di un operaio licenziato
Andrea Sartori (insegnante)

L’ ondata di distruzione di posti di lavoro sta provocando un montare di sofferenza tra gli italiani. E mentre Benedetto XVI lancia un appello a favore dei disoccupati della Fiat e di Alcoa, un operaio di 36 anni si dà fuoco per la disperazione causata dal suo licenziamento. Ma quale sarà il futuro del mondo del lavoro?

A parole sono tutti solidali con le parole del Pontefice, il quale ha speso, durante l’Angelus, parole importanti per quanto riguarda il dramma dei futuri disoccupati a Termini Imerese e di Alcoa. Il Papa ha detto chiaramente che “bisogna fare tutto il possibile per salvare, con grande senso di responsabilità, i posti di lavoro in pericolo e far crescere l’occupazione nelle aree di crisi, in particolare in realtà difficili come Termini Imerese e Portovesme”. L’autore della Caritas in Veritate si scontra contro il cinico mondo dei potentati. per i quali spesso i lavoratori non sono altro che numeri. E mentre in Piazza San Pietro risuonava l’appello di Benedetto XVI Sergio Marra, un operaio bergamasco di 36 anni, si è ucciso dandosi fuoco, sconvolto per aver perso il lavoro: un gesto altamente e tragicamente simbolico, che ricorda Ian Palach, o i bonzi buddhisti.
La crisi in Italia sta colpendo duro, nonostante le continue rassicurazioni sulla “crescita del Pil”. Secondo i dati del Cgia la disoccupazione e la cassintegrazione sono in crescita. Il Nord e il Centro hanno visto la crescita più forte del tasso di disoccupazione: dal 3,8 per cento del terzo trimestre del 2008 al 5,5 per cento del terzo trimestre del 2009, il Nord Est dal 2,9 per cento al 4,6 per cento. La maggior parte dei disoccupati arriva dalle zone più industrializzate. A Milano fu un aiuto notevole il fondo disoccupati istituito dal cardinal Dionigi Tettamanzi: un’opera meritoria che è arrivata là dove lo Stato non è arrivato. La relativa tenuto del Mezzogiorno è dovuta al lavoro sommerso. Anche se le statistiche sembrano dire il contrario la diminuzione degli occupati effettivi nel corso del 2009 è paragonabile a quella del resto d’Italia: la Banca d’ Italia ha già individuato nel Sud un aumento degli “scoraggiati”, ovvero persone in età lavorativa oramai rassegnate a non cercare più nemmeno un impiego: in Italia gli scoraggiati sono 14,8 milioni, pari al 37,6 per cento del totale. I più colpiti sono i giovani, i meridionali e le donne.

La crescita del Pil è una favola cui oramai credono in pochi. Perché nei vari quotidiani economici si parla con ottimismo della crescita del Pil, ma si parla anche della crescita della disoccupazione. In realtà esiste l’idolo della crescita del Pil, senza pensare al Pil pro capite. Prendiamo le prime nazioni per Pil: Stati Uniti, Cina, Giappone e India. Giappone a parte, le altre tre nazioni conoscono sacche spaventose di povertà. Ed è notevole come le nazioni che conoscono una crescita del Pil più sostenuta, vale a dire India e soprattutto Cina, siano quelle che conoscono le catastrofi umanitarie tra le peggiori del pianeta. Altre nazioni, come quelle scandinave, conoscono una crescita del Pil più contenuta rispetto ai colossi asiatici. Però notoriamente gli abitanti dei Paesi scandinavi non hanno problemi di povertà e di limitazione della libertà. Io credo che quel modello sia più giusto, umano e percorribile di quello cinese.
Ma i nostri imprenditori delocalizzano. Prendiamo il caso Fiat. Si chiudono i battenti di Termini Imerese. Ma una joint venture tra Lingotto e Gac consentirà di produrre automobili in Cina dal 2011. Ora, non vi è bisogno di spiegare in quali condizioni lavorano gli operai cinesi: non si tratta di lavoro, ma di schiavitù disumana, pagata con un pugno di riso. Questa è la grave colpa di molti grandi imprenditori: la delocalizzazione della produzione in zone dove il lavoro si confonde ancora con la schiavitù di stampo feudale. Sembra che il futuro del mondo del lavoro in Italia e nei Paesi civilizzati abbia due alternative: o restare a casa perché si hanno dei diritti, oppure rinunciare ai diritti e lavorare sotto sfruttamento. L’inumanità di tutto questo è evidente, ma alle nostre grandi imprese non interessa: il lavoratore è un numero, una macchina per produrre, e non un essere umano (e quanto il mondo dell’impresa abbia rinunciato all’umanità è evidente pure dalle gravissime parole di elogio che Cesare Romiti ha pronunziato in elogio alla politica cinese in Tibet. Per denaro si è pronti ad elogiare un genocidio). La crisi non ha insegnato nulla. L’economia e il lavoro non sono ancora fondati sull’etica. Si è solo cambiato il cliente principale, e così quando anche la Cina conoscerà una crisi economica (che accadrà), si avranno nuove conseguenze disatrose sul mercato globale.

Intanto in Italia l’occupazione è colpita ferocemente. E gli scoraggiati sono in crescita. Il precariato ha colpito le nuove generazioni molto duramente, condannandole a non avere futuro. I datori di lavoro pretendono lavoratori che abbiano esperienze lavorative in qualsiasi caso: gli studi e la cultura non contano più, perché non considerate “produttive”. Molti laureati finiscono sfruttati e sottopagati nei call center.
Ettore Gotti Tedeschi, presidente dell’Istituto per le Opere di Religione, ha proposto di levare qualsiasi ammortizzatore sociale qualora vengano rifiutati lavori umili. Gotti Tedeschi ha ragione: molti, troppi rifiutano lavori umili. Molti laureati non sanno piegarsi alle necessità. Però bisogna anche fare alcune precisazioni: innanzitutto non tutti i datori di lavoro sono disposti da accettare laureati per lavori umili. Il laureato non è sfruttabile come il diplomato di terza media o l’extracomunitario o semplicemente lo studente. In secondo luogo è anche un peccato vedere dei potenziali ricercatori costretti a fare lavori che non sono di loro competenza. Perché levare dei potenziali ricercatori alla ricerca? Terzo, c’è il problema dell’età. Dopo i 25 anni il mercato ti rifiuta. Teniamo conto che l’età utile per laurearsi è pericolosamente vicina all’età della più difficile collocazione sul mercato.

Detto questp è giusto che i giovani imparino a piegarsi a lavori più umili. Per concludere biosgna aggiungere un’altra cosa: oggi si parla di disoccupazione per via della crisi globale. Ma anche prima della crisi l’Italia era un Paese piuttosto immobile, che “occupava” tramite nepotismo o tessera di partito. La delocalizzazione delle imprese in luoghi dove i lavoratori sono schiavi non è iniziata con la crisi. Quindi il problema deve essere affrontato più alla radice.