Nella prolusione toccati tanti temi: la crisi economica, la politica e il governo del bene comune, la sobrietà e gli stili di vita, gli attacchi alla chiesa, el radici cristiane dell’Europa e i valori non negoziabili

GIACOMO GALEAZZI da Vatican Insider

“Lavoro, lavoro, lavoro”, è l’appello del presidentd ei vescovi italiani in apertura dell’assemblea annuale della Cei. “Dobbiamo riportarci al livello delle nostre reali possibilità – ha detto il cardinale in riferimento alla situazione economica del Paese – smettendola di far ricorso allo strumento debitorio. Per questo erano necessarie le riforme già impostate, ed è importante che queste siano ora completate con il massimo dell’equità e del consenso possibile”.

 “Le forze politiche si rinnovino, stupisce L’incertezza dei partiti di maggioranza”. È necessario garantire garanzie e uguaglianza di diritti ai giovani, in particolare a chi lavora nella precarietà. È importante che l’azione riformatrice in campo economico e sociale sia portata a termine e che i sacrifici fin qui compiuti dagli italiani non diventino vani.

Per questo i partiti politici non devono avere incertezze ad assumersi le loro responsabilità nel sostenere questa azione, ha detto oggi pomeriggio il cardinale Angelo Bagnasco, aprendo i lavori dell’assemblea generale dei vescovi che si tiene fino al 25 maggio in Vaticano. Il presidente della Cei difende il governo Monti, parla dell’antipolitica e della crisi economica.  Poi chiede che siano pagati i debiti della pubblica amministrazione e che le banche aiutino le aziende “Stupisce l’incertezza dei partiti che – ha detto il porporato – dopo una fase di intelligente comprensione delle difficoltà in cui versava il Paese, ma anche delle loro dirette responsabilità, paiono a momenti volersi come ritrarre”.

“Non ci sarebbe di peggio – ha aggiunto – che lasciare incompiuta un’azione costata realmente molti sacrifici agli italiani. Per questo non ci può essere ora alcun processo involutivo: bisogna operare alacremente affinchè i sacrifici affrontati possano ritornare il prima possibile a beneficio in particolare dei più deboli, dei disoccupati, degli inoccupati». «E si possa dispiegare quella strategia pubblica – ha rilevato il cardinale – di superamento della povertà, delle pesanti disuguaglianze e della vulnerabilità, che – accanto alla fittissima rete ecclesiale di solidarietà – possa rispondere a bisogni vecchi e nuovi». Inoltre, di fronte a fenomeni di indebitamento che stanno provocando fenomeni estremi come i suicidi, bisogna ricordare il carattere sacro della vita e approntare «sportelli amici» a cui possa rivolgersi chi è disperato.

«C’è un costume insano che sta prendendo piede, persino in certe campagne pubblicitarie – ha osservato l’arcivescovo di Genova – secondo il quale si è spinti a spendere per i propri consumi ciò che ancora non si è guadagnato. Indebitarsi per fare una vacanza, o per avere in casa un oggetto superfluo, è segno di un modo di concepire la vita distorto, triste e pericoloso”.

“Il dramma dei suicidi di persone che si sentono schiacciate dalle responsabilità aziendali o familiari spesso da debiti per i quali non hanno colpa – ha aggiunto – è un fenomeno che interroga e inquieta. Difficile sottrarsi anche alla percezione che vi possa essere un involontario, perverso effetto emulativo”.

“Nel rispetto assoluto di ogni situazione – ha detto ancora il porporato – noi abbiamo il dovere di ricordare che nulla vale il sacrificio della vita: essa è sacra, nessuno ne può disporre a piacere e neppure a dispiacere». Quindi «vanno appurate con diligenza le cause concrete di questi fenomeni, e vanno approntati “sportelli amici” a cui possa rivolgersi con fiducia chi è disperato”.

Contro la Chiesa sono stati utilizzati metodi di «una comunicazione selvaggia» priva di deontologia, si tratta di “atti criminosi”. “Episodi nuovi di comunicazione selvaggia – ha detto il cardinale – si sono ancora una volta manifestati nel sistema mediatico nazionale, con ripercussioni amare anche fuori dai nostri confini”.

 “Come se il Paese – ha aggiunto – non avesse abbastanza preoccupazioni, altre ce ne procuriamo di totalmente gratuite. Di più: si cerca di costruire colpi di scena con l’arma impropria di un’informazione rubata a sedi istituzionali altissime, che hanno status internazionale”. “Non possiamo con fermezza non ricordare – ha proseguito il porporato – che la deontologia giornalistica non è qualcosa che si può usare a proprio piacere secondo circostanze e interessi: essa ha regole, doveri e limiti precisi. Non esiste un dovere deontologico che vada contro i diritti fondamentali della persona e delle comunità, tra cui il diritto alla libertà e a quella riservatezza che rientra nello statuto proprio dell’uomo e nelle fondamenta della civiltà”.

“Ci addolora, e molto – ha quindi rilevato Bagnasco – che affiori qua e là una sorta di gusto a colpire la Chiesa, quasi che ne potesse venire un qualche vantaggio: vero è il contrario, sono atti criminosi che appesantiscono tutti e certo non procurano gloria nè onore ai protagonisti, noti o ignoti che siano”.

L’Unione europea che vive oggi una crisi profonda, ha bisogno di essere rimotivata a livello di ideali e di grandi aspirazioni, deve ripartire dalla parola comunità e dalle sue radici cristiane. “Proprio le inattese difficoltà di cui stiamo facendo esperienza – ha detto il porporato – ci parlano della necessità dell’Europa e dei rischi che corriamo se si tornasse indietro. D’altra parte, non ci può essere un’Europa senza passione, senza l’interiorità che sgorga dal patrimonio storico, culturale e religioso che i popoli europei hanno in comune”. “Un’Europa che non diventi anche avventura culturale e spirituale – ha osservato l’arcivescovo di Genova – non riuscirà a plasmare il sentimento di appartenenza, e non sarà mai una comunità di destino. Ci vuole il coraggio di un’autocritica condotta a partire dal momento in cui si abbandonò il termine comunità per quello più banale di unione, e si censurarono le radici cristiane obiettivamente storiche del Continente, ritenendola una reticenza di stile del tutto ininfluente”.

“È quel vuoto invece – ha detto ancora – che oggi non mobilita, perchè non si ha nulla per cui riconoscersi. Ha ragione chi osserva che non ci può essere comunità europea senza solidarietà e senza cooperazione, poichè la sola competizione non basta, esaspera le tensioni e logora i vincoli comunitari, lasciando i cittadini esausti e scettici”. “Anche la moneta unica – ha poi rilevato il cardinale – potrebbe paradossalmente diventare un volano di vera integrazione, se la si ricomprendesse come un bene comune che non misura solo la potenza degli Stati aderenti, ma alimenta le condizioni di vita degli europei”. “I quali – ha aggiunto – desiderano essere cittadini non solo il giorno delle elezioni, per poi tornare a fare i sudditi di una burocrazia tecnocratica, che cerca di forgiare una missione europea impopolare e scoraggiante. Per questa strada si rischia di tornare ad essere europei solo geograficamente”.