Roma, 11 set. (Ign) – Sono trascorsi 326 anni da quando Marco D’Aviano, che su incarico di Papa Innocenzo XI aveva ricreato la Lega Santa, guidò le truppe europee nella battaglia decisiva che fermò l’espansione turca nel continente.  L’11 settembre 1683 il frate cappuccino, beatificato il 27 aprile del 2003 dopo un lungo processo di canonizzazione, riuscì a rompere l’assedio degli ottomani a Vienna e a fermarne definitivamente l’avanzata in Europa.

Padre Marco nacque ad Aviano (UD) il 17 novembre 1631. In età conveniente, i genitori lo affidarono al collegio dei Gesuiti di Gorizia. Un giorno, al rientro degli allievi da una passeggiata, mancò all’appello: era fuggito per andare a convertire i Turchi! Dopo due giorni di cammino batté sfinito alla porta dei Cappuccini di Capodistria, dove sentì la chiamata di Dio. Il 21 novembre 1648 vestì l’abito nel noviziato di Conegliano (TV). Ordinato sacerdote il 18 settembre 1655, fu successivamente nominato superiore del convento di Belluno, poi di quello di Oderzo (TV) e nel 1675 fu trasferito a Padova. Voleva dedicarsi esclusivamente alla preghiera e alla contemplazione, ma i suoi superiori lo richiamavano spesso per tenere le prediche in chiesa e per realizzare le missioni popolari. Iniziò anche ad operare dei miracoli.

L’apostolo dell’Impero

La sua fama di predicatore e di taumaturgo si diffuse non solo nel Veneto, ma per tutta Europa. Dovunque si recasse a predicare, la sua presenza era un avvenimento che attirava folle e sconvolgeva le popolazioni. Le sue prediche erano solitamente accompagnate da eclatanti conversioni e guarigioni miracolose. Sollecitato dai superiori, egli intraprese lunghi viaggi all’estero nel corso dei quali strinse rapporti privati e diplomatici con molti governanti.

Nel 1680 si recò nel Tirolo. Fu accolto trionfalmente a Innsbruck, dove il duca Carlo V di Lorena venne personalmente a incontrarlo. Giuntogli davanti, si gettò in ginocchio e non volle alzarsi prima di avergli baciato i piedi. Più tardi volle fare con lui la confessione generale e ricevere la comunione. Carlo V gli chiese anche una grazia personale: essendosi fratturato la gamba destra in una caduta da cavallo, non poteva camminare che con l’aiuto delle grucce. Appena ricevuta la benedizioni di padre Marco, i dolori scomparvero e non ebbe più bisogno di alcun sostegno. Il duca divenne suo figlio spirituale.

Da Innsbruck proseguì per la Baviera, dove ricevette un’accoglienza non meno trionfale da parte del duca reggente Massimiliano Filippo. In una sola giornata, padre Marco compì ben 117 guarigioni miracolose, diligentemente certificate da documenti che il duca stesso fece stendere e pubblicare. Da Monaco si recò a Salisburgo, dove il principe arcivescovo lo trattò quasi alla stregua di un messaggero celeste. La cattedrale era troppo piccola per contenere le folle.

Scendendo lungo il Danubio, padre Marco andò a Linz, dove lo ricevette con rispetto e venerazione l’imperatore Leopoldo I. L’imperatrice volle addirittura riceverlo in ginocchio. Vi si trattenne quindici giorni, durante i quali s’instaurò tra Marco e Leopoldo un rapporto destinato ad avere notevoli effetti sulla vita politica del tempo. L’imperatore trovò nel frate cappuccino il proprio confidente e consigliere.

L’8 ottobre padre Marco era a Neuburg. Allo sbarco venne a riceverlo il conte palatino Filippo Guglielmo con i sei figli e lo accompagnò personalmente alla sua residenza, dove la consorte e le cinque figlie lo ricevettero in ginocchio. Il giorno dopo, mentre predicava nella chiesa di S. Pietro, una statua della Madonna cominciò a muoversi rivolgendo il suo sguardo verso il pulpito. La notizia del miracolo si diffuse in tutta la Germania, rincuorando i cattolici e gettando i protestanti nello stupore.

L’apostolato di padre Marco aveva, infatti, un forte impronta anti‑protestante. Nelle sue prediche non mancava mai di rivolgere agli eretici ferventi appelli perché ritornassero all’ovile. Le conversioni furono così numerose che i capi protestanti dovettero proibire ai propri correligionari di assistere alle prediche del cappuccino italiano.

La crociata contro i turchi

Dopo trionfali viaggi per Paesi Bassi, Germania, Svizzera e Italia settentrionale, le vicende del tempo ricondussero padre Marco in Austria, dove fu accolto dall’Imperatore ormai diventato suo figlio spirituale. Nei loro numerosi e lunghi colloqui, un tema ricorreva costantemente: la minaccia turca. Dopo un periodo di decadenza, la potenza musulmana si era risvegliata sotto l’egida del gran visir Kara Mustafá e incombeva sull’Europa. Costui non nascondeva i suoi terribili progetti: espugnare Vienna e Praga, spezzare le forze cristiane sul Reno, e marciare su Roma per fare di San Pietro le scuderie del sultano Maometto IV.

Papa beato Innocenzo XI già da tempo tentava in tutti i modi di unire i principi cristiani in una Lega Santa contro la mezzaluna. Gli unici accorsi all’appello del Sommo Pontefice, però, erano la Polonia di Jan III Sobieski ed alcuni stati germanici come la Baviera, la Renania e la Sassonia. Il comando delle forze cristiane, che allora contavano 40.000 uomini, fu affidato a Carlo V di Lorena, cognato dell’Imperatore e discepolo di padre Marco.

Nell’aprile 1683 un’armata turca di 150.000 uomini e trecento cannoni si mise in marcia sotto il comando del sultano Maometto IV in persona e del suo gran visir Kara Mustafá. L’Imperatore scrisse allora a padre Marco: “Il nemico viene con una potenza e un sì numeroso esercito, che da cento anni in qua non se n’era visto uno di simile”. Il 12 luglio le avanguardie turche arrivarono ai dintorni di Vienna.

Cappellano dell’esercito imperiale

In tali circostanze drammatiche, padre Marco d’Aviano fu convocato dal Papa come cappellano dell’esercito imperiale. “Veramente è necessaria la presenza di vostra paternità — scriveva il conte palatino Filippo Guglielmo — perché prevedo che senza di essa non faremo niente”. Effettivamente rivalità, ambizioni e interessi personali minacciavano di rallentare, se non di impedire, qualsiasi azione militare da parte cristiana. Fu qui che provvidenzialmente si inserì l’azione personale di padre Marco. Nel consiglio di guerra del 5 settembre, egli riuscì ad appianare tutte le divergenze. Il comando supremo fu conferito a Jan III Sobieski.

L’8 settembre, festa della natività di Maria, prima di dar inizio alla marcia verso Vienna, padre Marco volle preparare spiritualmente l’esercito. Di fronte alle truppe schierate, a tutti i comandanti e al fior fiore della nobiltà tedesca e polacca, celebrò la Santa Messa servita dallo stesso Jan Sobieski. Il re di Polonia scrisse a sua moglie: “Padre Marco ci ha rivolto un’esortazione straordinaria. Ci ha domandato se avevamo fiducia in Dio; e alla nostra unanime risposta che l’avevamo piena e intera, ci ha fatto ripetere con lui più volte: Gesù! Maria! Gesù! Maria! Poi ci ha fatto recitare l’atto di dolore e ha impartito la solenne benedizione papale”.

Dopo la funzione padre Marco passò in rassegna tutto l’esercito con la croce in mano, rivolgendo ai singoli corpi parole di fede e d’incoraggiamento. La sera dell’11, alla vigilia della battaglia, egli celebrò la Messa, poi tenne un breve e infiammato discorso, e alla fine, da una posizione soprelevata, lesse a gran voce una preghiera da lui stesso composta per impetrare l’assistenza divina sulle armi cristiane; poi col suo crocifisso benedisse l’esercito.

All’alba del 12 i cristiani si lanciarono all’attacco con un tale impeto, da travolgere in poche ore le difese ottomane e costringere Kara Mustafá alla ritirata. Durante la battaglia padre Marco non smise di andare di schiera in schiera a rincuorare e a benedire i combattenti, spingendoli sempre avanti contro i seguaci di Maometto. Ogni volta che vedeva i turchi lanciarsi all’attacco, alzava verso di loro il crocifisso, dicendo: “Ecco la croce del Signore, fuggite schiere avversarie!” La vittoria dei cristiani fu totale.

Già all’indomani della vittoria, padre Marco cominciò a incitare i capi cristiani a continuare la crociata, riprendendo immediatamente i combattimenti. A partire da quel momento divenne, nelle parole di un prelato veneziano, “il braccio destro della Santa Lega”. Nel febbraio 1684 scrisse a Leopoldo I: “Sono dispostissimo a servire la vostra maestà cesarea nell’armata con il sangue e con la vita”. Come cappellano dell’esercito, padre Marco manteneva vivo fra i soldati l’ideale per il quale combattevano: la loro non era una guerra qualsiasi, era una crociata.

Egli riuscì a vedere la sconfitta definitiva dell’Islam in Europa partecipando, sempre in prima linea, alle battaglie di Budapest (1684‑1686), Neuhäu‑sel (1685), Mohacz (1687) e Belgrado (1688), fino alla pace di Karlowitz (1689). Il 25 luglio 1699 fu costretto a letto a Vienna, ed il 13 agosto morì assistito dall’Imperatore. Dopo solenni funerali, il suo corpo ebbe l’insigne favore di riposare nella cripta dei Cappuccini di Vienna, a fianco dei resti mortali dei membri della Famiglia Imperiale.

Il suo processo canonico fu avviato da S. Pio X nel 1912. Motivi prettamente ideologici (erano in molti a non voler esaltare un personaggio così combattivo!) ne ritardarono, però, la conclusione fino al 27 aprile 2003.

da paginecattoliche.it