Chiesa e Imu • Don Zanini: costretti a vendere le case di Don Bosco
di Giacomo Galeazzi
Tratto da Vatican Insider

«L’ Imu ci obbliga alla chiusura». A lanciare l’allarme è don Alberto Zanini, segretario nazionale Salesiani Scuola, una galassia in Italia di 140 istituti per un totale di 25. 487 allievi e 2279 docenti, 52 centri di formazione, con 1749 corsi, 24. 779 allievi e 2221 formatori. «Già adesso stiamo vendendo le case di Don Bosco per pagare la messa in sicurezza degli edifici, se il governo ci tartassa pure con questa imposta iniqua dovremo chiudere le nostre scuole, licenziare gli insegnanti».

Dovrete pagare l’Imu. Come reagisce?
«Le scuole cattoliche fanno risparmiare allo Stato 5 miliardi di euro all’anno. Se devono pagare l’Imu sarebbero in gran parte costrette a chiudere. Quindi per il governo non sarebbe un nuovo provento ma la fine di un risparmio. Sembra che pochi conoscano la legge 62 del 2000 che riconosce il servizio pubblico delle scuole paritarie, continuano a chiamarle private come se fosse un’attività commerciale per ricavare un profitto. Le scuole cattoliche non hanno scopo di lucro. Le scuole cattoliche non hanno rette da 7 mila. Quasi nessuna si posiziona sull’ élite. Nella scuola dove lavoro, a Torino, si paga 3300 euro per un liceo, per un istituto tecnico: meno della metà di quanto spende lo Stato per un alunno che frequenta le statali. E’ una doppia discriminazione».

Perché doppia?
«Le scuole cattoliche sono già vittima di una discriminazione. Mentre l’Europa riconosce il servizio pubblico delle scuole cattoliche paritarie e paga docenti e strutture, anche negli ex Paesi comunisti, l’Italia discute se tassare preti e suore che tengono aperte le scuole. Così le famiglie sono costrette a pagare una retta per esercitare il diritto di scelta. Arriviamo al paradosso che le scuole cattoliche non costano nulla allo Stato e devono pagare la tassa Imu che non pagano le strutture statali. Ma quale parità allora tra scuole statali e cattoliche paritarie? Qualcuno conosce il principio di sussidiarietà? Per molti ragazzi le nostre scuole e i nostri centri sono l’unico volto della Chiesa che incontrano nel loro cammino di crescita».

L’esenzione è un privilegio?
«Non confondiamo la Chiesa con le scuole cattoliche, che sono in gran parte legate a congregazioni religiose e si sentono parte della Chiesa ma hanno una loro autonomia. Tra l’altro non hanno nessuno beneficio dall’8 per mille che va ai vescovi. Sono poche le scuole legate alle diocesi. Sull’impegno nel sociale si tratta di capirsi. I salesiani, lavorano molto nel sociale e raggiungono categorie disagiate con la formazione professionale che è gratuita ma non possono posizionarsi sulla stessa fascia quando sono costretti a chiedere una retta per pagare docenti e strutture. Ci sono ancora famiglie che decidono di spendere sull’educazione dei figli e tagliano su altri fronti. La scuola cattolica non va a braccetto con i Suv. La cosa più saggia è gridare prima del danno: gridare dopo non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale».

Cosa andava fatto?
«Il governo tecnico doveva tenere nella debita considerazione la natura non profit di una attività tecnicamente “commerciale” ma che porta in sé una grande potenzialità per il futuro del nostro Paese: l’educazione dei giovani. Le altre attività commerciali gestite da istituzioni ecclesiali non hanno oggettivamente la stessa valenza e comunque godono già di alcuni sussidi economici da parte dello Stato, come il regime di convenzione con le Regioni per l’assistenza sanitaria, oppure non sono così decisive per la trasmissione della fede (per esempio l’ospitalità). Molte scuole cattoliche di ogni ordine e grado hanno già dovuto chiudere non per mancanza di iscritti ma per insostenibilità economica. Ad oggi sono detraibili le spese veterinarie ma non la retta scolastica. E’ il ribaltamento del detto evangelico “non si prende il pane dei figli per darlo ai cagnolini”».