di Marco Tibaldi

Con l’avvento dell’era informatica il nostro mondo sta rapidamente cambiando. Si sta generando un vero e proprio “ambiente”, un nuovo modo di pensare che interessa tutti i settori del vivere civile, inclusa la comunità ecclesiale che sta dedicando una crescente attenzione a questi temi.
Ormai tutte le attività umane, almeno nelle società occidentalizzate, hanno a che fare con computer, internet, telefonini, televisioni digitali e interattive. Dell’impatto profondo che queste tecnologie stanno provocando, anche in vista dell’imminente lancio dell’Ipad, si occupa un recente saggio di Francesco Antinucci, direttore di ricerca all’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche italiano L’algoritmo al potere. Vita quotidiana ai tempi di Google (Bari, Laterza, 2009, pagine 112, euro 14). Nei primi capitoli del libro, l’autore prende in esame alcuni tra i fenomeni informatici di maggior rilevanza, come la diffusione del motore di ricerca Google o la poderosa rete di distribuzione di film a noleggio Netflix, per finire con la più grande distribuzione di filmati autoprodotti:  il famigerato youtube. Queste realtà mettono in evidenza quanto la capacità algoritmica di trattare i dati sia capace di rivoluzionare in profondità il modo di produzione dei beni, l’erogazione dei servizi e la disponibilità di quantità di informazioni fino a poco tempo fa inimmaginabili. Chi riesce a innovare applicando al proprio settore i benefici offerti dai nuovi sistemi impone nuovi stili e atteggiamenti, sia che si tratti di scegliere un ristorante, di noleggiare un film o, in modo ben più incisivo, di aderire o fondare un movimento politico.

L’analisi di Antinucci consente poi di sfatare alcuni luoghi comuni sul processo che ha portato al successo società come quella che gestisce Google. Dietro alla loro affermazione c’è sicuramente l’aver intuito le potenzialità applicative delle nuove tecnologie, nel loro caso l’aver reso completamente automatica l’indicizzazione dei siti presenti sul web per facilitare e gerarchizzare la ricerca, ma questo non è avvenuto istantaneamente:  tutte le società che hanno imposto le loro innovazioni all’inizio hanno dovuto sopportare enormi investimenti e perdite prima di veder premiati i loro sforzi. Questa indicazione è preziosa per il mondo ecclesiale che si sta interrogando su come utilizzare le nuove tecnologie. È un’illusione ritenere che automaticamente esse possano produrre dei cambiamenti significativi. Occorre al contrario sapere che sarà necessario investire non poco prima che si manifestino i risultati attesi.
Un altro fenomeno interessante per le sue ricadute sulla mentalità comune è la diffusione del sapere mediante la rete. Grazie alle potenzialità offerte dal mezzo, oggi chiunque, con una “semplice” ricerca, può venire a contatto con una mole di informazioni. E può anche, se vuole, contribuire a elaborarlo, come ha messo in luce il progetto Wiki:  la costruzione aperta di un’enciclopedia condivisa in cui chiunque può modificare, implementare o creare nuove voci di questa grande raccolta  virtuale  del  sapere.
Accanto ad alcuni vantaggi che questo avvicinamento al sapere offre, Antinucci mette in luce alcuni aspetti problematici. Il primo è ancora una volta un’illusione, il ritenere che l’enorme disponibilità di informazioni generi automaticamente un sapere, poiché:  “Coloro che sanno, e soprattutto coloro che più sanno, beneficiano enormemente del web, mentre coloro che sanno di meno finiscono col saperne ancora di meno:  rispetto alle fonti “garantite” (anche se in maggiore o minore misura) di una volta, oggi è molto più facile assorbire errori/falsità o irrilevanze. Così, la rete, proprio per i suoi meccanismi egalitari di accesso diretto di tutti a tutto, finisce con l’aumentare, anziché diminuire la differenziazione cognitiva” (p. 82).
In questo modo, si ottengono due effetti non voluti:  l’aumento dell’ignoranza nella presunzione però di avere il sapere, che necessita di opportune mediazioni di apprendimento e verifica proprio in relazione alla sua verità. Questa, infatti, non può essere determinata, come avviene ad esempio ora per le voci di wikipedia su cui non  c’è accordo tra gli estensori, con una votazione:  “Conoscenza e sapere sono inseparabili dal concetto di validità/verità, per lo scienziato come per l’uomo comune, per il dato più elementare come per i contenuti più complessi. Ignorare questo, lungi dal far progredire la democrazia, contribuisce solo a incrementare e diffondere ignoranza e errore” (p. 85).
Se però l’ampio accesso al sapere viene vissuto nel rispetto della “verità delle cose”, la rete può diventare una formidabile attualizzazione di quel sensus ecclesiae che tanta parte ha avuto nella definizione e difesa della verità.

(©L’Osservatore Romano – 3 aprile 2010)