di Francesco Ognibene
Tratto da Avvenire del 18 ottobre 2009

L’ abbiamo detto sin da quan­do – nell’indiffe­renza pressoché generale dei media italiani – iniziammo a dar conto quattro anni fa di una lunga scia di lutti e di gravi problemi etici, scientifici e clinici generati dal suo uso: chi introdurrà in Italia la pillola abortiva dovrà accettare di assumersi l’intero onere di un atto oggettivamente grave per gli effetti (diretti e collaterali) generati da un farmaco che uccide e non cura. Non abbiamo certo cambiato idea. Anche perché nel frattempo la ‘fedina penale’ della Ru486 s’è allungata fino a duplicare le morti di donne, accertati e ammessi dalla stessa casa farmaceutica produttrice. Il dibattito suscitato nel Paese grazie all’impegno di chi non s’è rassegnato allo sbarco dell’aborto «dolce» anche in casa nostra ha aperto gli occhi a molti (a tante donne, soprattutto) sull’insensatezza del recludere l’aborto nella solitudine: una pasticca ingoiata in ospedale, e subito a casa, a veder uscire il feto nel bagno, tra dolori ed emorragie, da sole, in silenzio. Un bel successo, anche per certo femminismo che tifa stolidamente per quello che è un passo indietro assai inquietante nella tutela della donna, della sua salute, della sua dignità già ferita da una scelta così tragica. Ora che il Consiglio d’amministrazione dell’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) è atteso nella seduta di domani da scelte dirimenti, va ribadito con energia che ogni decisione riguardante l’aborto chimico porterà inciso lo stigma di una precisa responsabilità, una firma con nome e cognome. Al presidente Sergio Pecorelli e al direttore generale Guido Rasi è affidato, in primis, il compito di redigere l’indispensabile delibera applicativa (cui seguirà una conseguente ‘determina’ tecnica) per dare seguito alla decisione assunta a fine luglio di introdurre ufficialmente la Ru486 negli ospedali italiani. Una decisione non ancora operativa proprio perché manca la delibera, dalla quale ci si attendono regole precise, stringenti, garantiste.

In gioco c’è anche il rispetto della legge. Quella legge 194 che nel 1978 depenalizzò l’aborto, e alla quale il legislatore affidò il compito di porre la donna che decide di interrompere la gravidanza sotto la protezione dello Stato. Si dispose così che la procedura abortiva dovesse almeno compiersi interamente dentro un ospedale. Oggi – dopo anni di retorica all’insegna del ‘la 194 non si tocca’ ogni qual volta è stato posto il problema di rafforzare la prevenzione dell’aborto – tra gli stessi fautori di quella legge si manovra (senza dirlo, ovviamente) per svellerne le garanzie, ricacciando l’aborto in una clandestinità di fatto.

Diciamolo chiaramente: se domani il Cda dell’Aifa non dovesse scrivere chiaro e tondo nella sua delibera che l’aborto chimico è soggetto al regime del ricovero ordinario (e non di un generico ricovero senza alcuna specifica, escamotage per dare il via libera a una domiciliazione incontrollata), allora l’Italia senza nemmeno accorgersene aprirebbe la porta all’aborto casalingo. Quello che vogliono i radicali, una grande parte della sinistra e certi manipoli di destra, i media ‘illuminati’ e quelli ‘di battaglia’, i soloni del ‘progresso’ e i cinici di ogni schieramento che alla vita umana guardano come a un bene strumentale. I signori dell’Aifa vogliono rendersi complici di un simile scempio? Intendono dare il via libera di fatto alla banalizzazione dell’aborto e creare le premesse per un’esplosione, senza alcuna possibilità di controllo, di questo dramma nel nostro Paese? Pensano davvero di potersi assumere, nella sede di un organismo tecnico come quello che guidano, la responsabilità ultima di trasformare definitivamente l’aborto, grazie a una semplice pillola, in estremo metodo anticoncezionale? Ritengono di ergersi a titolari di un potere tecnocratico indifferente a ogni considerazione etica? Davvero poco importa che «in tutta Europa», come si usa dire, già si adotti la Ru486. In Italia vige una legge, per quanto discutibile essa sia. E questa legge parla chiaro, come ha ribadito a più riprese il Consiglio superiore di sanità chiamato a una consulenza autorevole sull’adozione del farmaco: l’aborto deve realizzarsi per intero in ospedale, senza dimissioni per quanto ‘volontarie’ (in realtà indotte dai ginecologi) tra la pillola abortiva vera e propria e la prostaglandina che causa l’espulsione del feto morto.

L’Aifa, i suoi vertici, non possono e non devono mettere la loro  firma sotto la liberalizzazione della morte a domicilio.