Quando, nel nostro Paese, si parla di laicità, lo si fa sempre in rapporto alla Chiesa cattolica. Ma la forte identità religiosa dei musulmani pone un problema ben più forte: quello del rapporto fra islam e ciò che non è islam. E quandi i migranti hanno una forte identità religiosa, come i musulmani, temi come “integrazione, “laicità” e “cittadinanza” appaiono fortemente correlati
Vittorio Zedda (Dirigente Scolastico, in Pensione)

Quando si parla di laicità nel nostro paese, la questione viene sollevata quasi unicamente a proposito dei rapporti e delle interazioni fra istituzioni repubblicane e la Chiesa Cattolica. Non entro nel merito, poiché democrazia, stato laico e libertà d’opinione consentono a ciascuno di affrontare le questioni sul citato rapporto e sostenerle secondo il proprio orientamento politico e la “visione del mondo”di cui è portatore. E’ ovvio che il rapporto in Italia fra Stato e Chiesa Cattolica , sviluppatosi su un arco di tempo più che secolare, ha uno specifico sviluppo storico che non ha ancora invece il rapporto tra le istituzioni repubblicane e altre religioni,oggi presenti nel nostro Paese.

Pare peraltro strano che le questioni di laicità da noi sembrino riferite unicamente al rapporto con il cattolicesimo e si trascuri l’impatto fortemente problematico che è connesso ad altre confessioni.L’Islam prima fra tutte. Propongo quindi alcune considerazioni che  non vanno trascurate in una prospettiva di mutazioni sociali, riferite in particolare all’immigrazione. .L’immigrazione diventa problema in rapporto all’impatto con il contesto sociale e politico del paese ospitante ( l’altra faccia del problema), ed  alla sua adeguatezza /inadeguatezza ad accogliere e governare nell’interesse generale (di migranti ed autoctoni) il fenomeno. Se i migranti hanno una forte “identità religiosa”, temi apparentemente distinti come “laicità”,”integrazione”,                                                                                                                               ”cittadinanza”,risultano strettamente e problematicamente correlati. Storicamente si reitera e si appalesa,a livello planetario, la complessità del rapporto fra l’Islam e  ciò che Islam non è (e viceversa) con il sottostante grumo di interessi politico-militari-economici.L’Europa e l’Italia non sono fuori da questo quadro.  Con effetti diversi su piani diversi. Vediamo cumularsi questioni di “laicità” su un fronte interno ( nel nostro paese nei rapporti fra il cattolicesimo, variamente rappresentato, e istituzioni repubblicane) e su un fronte esterno (rapporti tra le realtà islamiche territorialmente diffuse nel mondo, e l’Occidente non-islamico).Un fronte “esterno” che diventa sempre più “interno”, poiché il rapido accrescersi delle presenze di mussulmani, nonché di “nuovi cittadini” islamici di seconda generazione, pone la nostra repubblica nelle condizione di dare ( “Costituzione” alla mano) le opportune risposte al moltiplicarsi di istanze emergenti. A vecchie istanze di “laicità”, se ne aggiungono ora di nuove, poste su piani “culturali” diversi. Ed è difficile prefigurare una risposta univoca per le une e le altre, in un contesto di “legge uguale per tutti”. Eppure è un impegno collettivo,politico, culturale e istituzionale che i tempi ci richiedono e la nostra repubblica democratica esige.

DOGMA  E LAICITA’.L’integrazione presuppone una conoscenza profonda di ciò che si vuol integrare. Un mussulmano ha un’identità religiosa forte, per cui un uomo è compiutamente tale in quanto mussulmano. l’Islam è nel contempo religione , politica e legge. Poiché non c’è altro Dio che Allah , nel mondo ogni bambino che nasce  è un mussulmano ,ovviamente inconsapevole. Le realtà ambientali e locali possono impedirgli di crescere come tale. Occorre portare dappertutto le condizioni per cui tutti possano vivere per quel che sono , cioè “sottomessi ad Allah”.Da qui la necessità di dominare il mondo,diffondendo l’Islam. Anche con la guerra, anche terrorizzando i nemici di Dio. Anche con l’astuzia o la dissimulazione se il sacro fine supremo lo esige. Con precisa obbedienza a regole comportamentali , poiché l’ortoprassia costituisce gran parte dei dettami coranici. Questo il punto,in stringatissima sintesi. Che ciascuno può approfondire,direttamente alla fonte. Credo che tutti dovremmo leggerci il Corano ( non è di facile lettura) ,e non solo per esigenza culturale . E’ una dottrina che,se integralmente assunta come tale, risulta scarsamente compatibile con i programmi educativi e con le leggi vigenti nei paesi occidentali ,nonchè con la Carta universale dei diritti dell’uomo ( tant’è che è stata redatta , per contrapposizione ,una carta dei diritti dell’uomo secondo il Corano).Il sacro testo non agevola il dialogo , perché non ammette la libertà d’opinione sulla fede. Perché discutere con chi non crede? Il principio è che “chi detiene la verità non deve perdere tempo a cercarla”. Quali e quanti problemi di “laicità” possano essere connessi alla specificità religiosa di cittadini mussulmani, nel nostro paese e nelle nostre scuole, è quanto meno intuibile. Ciò non di meno il nodo va affrontato. “Il primato della Costituzione” è una via irrinunciabile, ma il metodo è tutto da pensare. Un esempio : in una scuola milanese ad alto tasso di presenza di alunni stranieri , i genitori marocchini hanno contestato il mediatore culturale impiegato dall’istituto. Perché “era troppo laico”. Non c’è solo  una “laicità” contraddetta “dall’alto”, ma ora anche una “laicità” rifiutata  “dal basso”. I problemi non si risolvono facendo finta che non esistano o parandosi dietro vere o presunte posizioni xenofobe,islamofobe, o per converso cristianofobe,clericofobe ,ecc.  O stigmatizzando la”paura” della diversità. La paura non è in sé né buona né cattiva. E’ un sentimento umano che può anche suggerire una salvifica prudenza. Il problema e’ l’uso che della paura fanno gli “opinion leaders”.   I cittadini mussulmani sono cittadini come tutti gli altri : affrontiamo con serietà e onestà intellettuale il divario fra l’enunciato e i problemi. Anche se per la “laicità delle istituzioni” si apre in prospettiva un fronte ben più complesso di quello cui eravamo avvezzi. E’ una sfida civica , democratica e culturale che val la pena raccogliere.

INTEGRARSI:CHI VUOLE;CHI NO. Mi confronto quotidianamente da anni con persone di fede mussulmana,immigrate,anche laureate, più o meno praticanti e comunque tutte assolutamente orgogliose della loro appartenenza all’Islam , da cui traggono la certezza di una loro (dissimulata)   “ superiorità” .Superiorità di una fede indiscutibile e irrinunciabile, che li induce a un giudizio ( noi diremmo pregiudizio)generalmente meno benevolo per gli ebrei, che per i cristiani. L’atteggiamento verso gli ebrei è antico , dalle guerre combattute da Maometto ,in poi. Ed è confermato da millequattrocento anni di storia dell’espansionismo islamico , ampiamente precedente al conflitto israelo –palestinese, che non sta quindi all’origine del problema, ma solo lo rinnova.Per integrare bisogna conoscere sia le culture di appartenenza degli immigrati , sia la loro percezione della nostra realtà sociale e culturale, sia il genere di reazioni di adattamento o disadattamento che manifesta chi si trova a vivere in un paese diverso. Ma bisogna sapere anche se e in quali termini gli immigrati desiderino essere integrati in una realtà sociale, che possono giudicare gradevole o sgradevole o anche inconciliabile con i loro principi. L’inconciliabilità accennata porta alcuni a ripartire per i paesi d’origine, o, se rimangono per scelta o per necessità, a reagire talvolta in modo conflittuale verso la società che li ospita .Oppure a chiudersi nell’ambito di gruppi di connazionali, in cui ricreano forme di vita, di relazioni ,usi e regole dell’ambiente di provenienza, in chiara distinzione, se non in aperta contrapposizione, con le regole giuridiche e sociali del paese ospitante. Formando localmente qualcosa di simile a enclavi etniche , non solo estranee al contesto, ma spesso caratterizzate dall’accentuazione di comportamenti ,atti a rimarcare una specificità identitaria,tendenzialmente autoritaria e dominante. La convinzione della propria “superiorità” religiosa, comporta l’inferiorità dell’”infedele”. Anche l’immigrato può essere razzista,xenofobo,intollerante,pieno di pregiudizi,esattamente come certi cittadini di casa nostra. Ciò complica il problema dell’integrazione e anche della cittadinanza.Ma c’è qualcosa di nuovo e di positivo. Ci sono da noi donne mussulmane (qualcuna l’ho conosciuta),impegnate nella battaglia per i diritti delle loro connazionali , contro le discriminazioni di genere,le mutilazioni genitali,i matrimoni forzati di bambine impuberi, la poligamia, la “shari’a”, l’integralismo delle madrasse e delle moschee. Sono coraggiose e rischiano molto. Ci invitano a vigilare perché nel chiuso delle comunità di loro connazionali in Italia , possono talvolta reiterarsi ,segretamente, usi e abusi che da noi dovrebbero essere perseguiti. Queste persone dovrebbero essere sostenute ,protette e aiutate. Ma di loro non si parla.  La logica degli interessi economici e connesse relazioni internazionali ispira una politica ,non di rado acquiescente e vigliacca. Non bisogna irritare i potenti e i violenti. Mi sembra che l’Italia non s’impegni abbastanza per l’accoglienza, l’integrazione e la cittadinanza di chi combatte buone battaglie.Di chi sfida a rischio della propria vita la minacciosa e occhiuta vigilanza di certi custodi dell’ortodossia religiosa.Di chi combatte per una laicità ,che richiede doti eroiche. Non sono questi paladini di civiltà e di diritti che devono dimostrare a noi di meritarsi la cittadinanza italiana. .Siamo noi che dobbiamo meritarci di averli come concittadini.                                                           Vittorio Zedda