Il presbiteriano Nasir sfida il muro di omertà a fianco dei parenti della 12enne assassinata • La ragazza era stata uccisa nella casa di un influente ex giudice islamico che è imputato. Si vuole evitare che venga insabbiato tutto
di Stefano Vecchia
Tratto da Avvenire dell’11 febbraio 2010

Cresce la protesta dei cristia­ni pachistani verso il siste­ma giudiziario e i politici per il tentativo di insabbiare le accuse contro il presunto colpevole del­l’uccisione, seguita a torture e vio­lenza sessuale, della dodicenne Sha­zia Bhatti il 22 gennaio scorso.

Ancora una volta, la minoranza cat­tolica della popolosa provincia del Punjab teme che la giustizia per un atto di violenza le venga negata. Per questo Timoteo Nasir, vescovo del­la Chiesa Presbiteriana ed eminen­te giurista, ha deciso di guidare gli avvocati della famiglia nella loro a­zione contro Naeem Chaudhry, ar­restato per l’assassinio e a sua vol­ta influente avvocato islamico ed ex presidente dell’Alta Corte del Punjab. Il vescovo ha deciso di scen­dere in campo e guidare il pool di le­gali, dopo che nei giorni scorsi mol­ti avvocati avevano preferito “decli­nare” l’offerta di assistere la fami­glia come parte lesa in aula contro il potente ex giudice Chaudhry.

Come riferito dall’agenzia vaticana Fides, monsignor Nasir è assai no­to nella comunità cristiana, sia per la sua attività di pastore e di rettore del Seminario teologico di Guj­ranwala, sia per il suo impegno – co­me giurista e pubblicista – a difesa dei diritti delle minoranze religiose nel Paese in grande maggioranza musulmano.

Il decesso, che per le autorità e an­che per i medici che hanno testi­moniato a difesa di Chaudhry, sa­rebbe un incidente (le abrasioni e contusioni sarebbero conseguenze di malattia e la morte dovuta a una caduta accidentale) può invece a­prire, per gli avvocati della famiglia della giovane e per i suoi genitori, u­no spiraglio su una realtà dramma­tica. Sono in tante, infatti, le bam­bine come Shazia che il bisogno spinge a mettersi al servizio di fa­miglie ricche e potenti subendo spesso vessazioni e a volte violenze per un salario equivalente a 6-8 eu­ro al mese, ma altrettanto aberran­te e frequente è l’incapacità per i cri­stiani di avere giustizia. Chaudhry è una personalità influente, con ami­cizie tra i militari e nell’ammini­strazione pubblica, oltre che con­nessioni politiche con la Lega Mu­sulmana, per la fazione che fa capo all’ex primo ministro Nawaz Sharif. Nei giorni scorsi i suoi colleghi han­no cercato di discolparlo mentre gli avvocati che si sono offerti di assi­stere gratuitamente la famiglia so­no stati oggetto di intimidazioni e minacce.

Anche l’arresto dell’avvocato, ora in carcere in attesa del processo, dopo che le due settimane di indagini pre­viste dalla legge prima della conva­lida dell’arresto non hanno portato, per le autorità, a raccogliere prove sufficienti a suo carico, è avvenuto nel massimo segreto, reso noto so­lo dai gruppi che si sono impegna­ti per far chiarezza sulla vicenda che per giorni erano scesi in piazza da­vanti al palazzo di giustizia di Laho­re ottenendo l’accoglimento della denuncia dei familiari da parte del­la polizia. La piccola Shazia era sta­ta ricoverata all’Ospedale Jinnah di Lahore il 19 gennaio con una doz­zina di ferite di arma da taglio sul corpo. I risultati dell’autopsia non sono accessibili e dagli avvocati del­la famiglia è stato chiesto nuove pe­rizie.

Da lungo tempo alla ragazzina non veniva concesso di vedere i familia­ri perché si era lamentata con loro degli orari massacranti, della scar­sità di cibo, delle percosse e della mancata corresponsione del pur misero salario. Vicini di casa di Naeem Chaudhry hanno testimo­niato delle sevizie e anche del duro lavoro all’esterno dell’abitazione, nel gelo invernale.

Ai genitori, accorsi all’ospedale do­po la morte della figlia erano state offerte 15mila rupie, circa 130 euro, perché non sporgessero denuncia.

La storia di Shazia, piccola vittima in un grande mare di povertà

Dodici anni, costretta a vivere la sua infanzia in una povertà assoluta, condividendo un minuscolo locale degradato con la madre, il patrigno, terzogenita di cinque figli Shazia non conosceva la scuola e nemmeno la compagnia dei coetanei. La sua fede la poneva a rischio e la miseria della famiglia l’aveva inevitabilmente destinata a una vita doppiamente emarginata. In queste condizioni l’abitazione di Naeem Choudry, principe del foro di Lahore, cuore culturale del Paese ed ex splendida capitale imperiale sarà sembrata alla piccola Shazia una reggia, quando un conoscente della famiglia l’aveva accompagnata per la prima volta a conoscere i suoi datori di lavoro. Invece gli otto mesi che ne hanno preceduto il decesso il 22 gennaio sono stati un incubo. La sua morte ha rischiato ancora una volta di passare nel silenzio, tra leggi ignorate e giustizia negata; il suo sacrificio involontario ha riaperto il sipario sulla sorte di 100mila piccoli schiavi nel Paese asiatico. (S.V.)