L’aborto sta per trasformarsi in un «diritto umano»? A dirla così, sembra una sparata. Ma l’allarme riguarda nientemeno che le Nazioni Unite, e arriva da fonti solitamente attendibili, ovvero alcune battagliere organizzazioni pro-life statunitensi, le prime a richiamare l’attenzione su una vicenda complessa quanto inquietante. La risoluzione recentemente varata dal Consiglio Onu per i diritti umani, con sede a Ginevra, sulla «Mortalità e morbilità materna prevenibile e i diritti umani» conterrebbe infatti la prima sostanziale apertura a questi livelli all’idea dell’aborto come «diritto» delle donne, con tutte le conseguenze che una simile teorizzazione potrebbe produrre sul piano giuridico, culturale e materiale.
Trasformare l’aborto in un diritto dell’uomo, equiparandone la negazione o la limitazione a un abuso inaccettabile al pari della tortura, della pena di morte o delle mutilazioni femminili, è un teorema che nessun documento discusso e approvato in sede internazionale ha mai azzardato. Ma ora questo concetto si troverebbe la porta spalancata grazie al fatto che il più alto consesso Onu per i diritti umani ha deciso di includere tra le «buone pratiche» che implicano «obblighi di diritti umani» anche «garantire i diritti alla salute sessuale e riproduttiva» e «affrontare l’aborto non sicuro».

È quanto si legge nella Technical guidance, le linee guida sulla prevenzione della mortalità materna varate in luglio dall’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, guidato dalla sudafricana Navi Pillay, e ora fatte proprie dalla risoluzione adottata a Ginevra, con l’invito per gli Stati membri a «diffonderle» e «applicarle» quando si «progettano, implementano e rivedono le politiche e si valutano i programmi per ridurre la mortalità e morbilità materna».

Nello stesso documento tecnico, ora ufficialmente acquisito dalle Nazioni Unite e trasmesso all’assemblea generale di New York, si dispone che in ogni «piano nazionale» sia «realmente assicurato l’accesso universale» a «interventi essenziali per migliorare la salute materna» come «servizi di pianificazione familiare», «gestione delle gravidanze inattese, includendo l’accesso a servizi di aborto sicuro, dov’è legale, e cura post-aborto». L’«approccio» alla salute materna «basato sui diritti umani» – prosegue il documento Onu – pone precise «responsabilità allo Stato per assicurare servizi disponibili, accessibili, accettabili e di qualità». Per questo, si fa notare che «se le leggi sull’aborto sono eccessivamente restrittive, le risposte da parte di fornitori di servizi, polizia e altri attori possono scoraggiare chi cerca aiuto».

Nei 90 paragrafi complessivi le linee guida delle Nazioni Unite ovviamente non chiedono solo di facilitare l’accesso all’aborto (si tratta pur sempre di un testo che, in prima istanza, mira a ridurre i parti effettuati in condizioni rischiose per le madri) ma insistono in più punti sui servizi di salute riproduttiva, che nel linguaggio dei documenti internazionali si traducono essenzialmente in due priorità: contraccezione e interruzioni volontarie di gravidanza accessibili e garantite. Non solo: nel testo della risoluzione si chiede di incrementare fondi e informazioni per «la salute sessuale e riproduttiva di donne e ragazze».

Un messaggio inequivocabile.
Si può dunque parlare di un nuovo passo nella lunga marcia per trasformare la depenalizzazione dell’aborto ormai vigente in molti Paesi occidentali in un «diritto internazionale»? A sostenerlo sono i 20 Paesi che a Ginevra hanno firmato una dichiarazione di esplicito rigetto (il testo non è stato sottoposto a un voto ma aperto all’adozione per consenso). Il fronte contrario – capeggiato dall’Arabia Saudita e con le firme tra le altre di Egitto, Giordania, Iran, Libano, Pakistan e Uganda – rileva che le linee guida dell’Onu «promuovono nuovi diritti non definiti in dichiarazioni e strumenti dei diritti umani internazionali, soprattutto il riferimento a “diritti alla salute sessuale e riproduttiva”», sui quali «non c’è consenso internazionale».

Ma la fronda a guida araba e islamica non è isolata. Oltre al preoccupato dissenso della Santa Sede, che a Ginevra siede come osservatore permanente (se ne dà conto a parte in questa stessa pagina), alla presidenza del Consiglio per i diritti umani sono arrivate altre riserve: dal Cile («nel nostro Paese si protegge la vita del nascituro», e dunque «la nostra accettazione della presente risoluzione non implica in nessun modo l’accettazione dell’aborto») al Guatemala («l’uso di qualsiasi termine nel documento non implica per noi la creazione di nuovi diritti»).

Ma Navi Pillay non sembra curarsene, tanto che presentando le linee guida è arrivata a chiedere «l’allocazione delle maggiori risorse possibili per la “salute sessuale e riproduttiva”» sostenendo che il varo del documento «cambierà per sempre i “diritti riproduttivi e sessuali”».

In questa vicenda c’è anche un capitolo che ci riguarda più da vicino. Tra i 47 membri del Consiglio per i diritti umani figura infatti l’Italia, eletta nel 2011 per un triennio. E in effetti la nostra delegazione si è spesa l’anno scorso per dar forma a un documento nato per accrescere la sopravvivenza delle donne e dei loro figli alla gravidanza e al parto nelle aree dove la protezione sanitaria è particolarmente precaria. «Il testo si occupa di questo – si fa notare dalla rappresentanza italiana a Ginevra, che per questo settore dipende dal Ministero degli Esteri guidato da Giulio Terzi –, gli altri aspetti sono del tutto marginali.

Inoltre, in nessun punto si dice che l’aborto sarebbe diventato un diritto. Neppure Paesi tradizionalmente sensibili su questi temi come Irlanda e Polonia hanno sollevato riserve», come invece ha fatto Malta, del tutto isolata tra i Paesi Ue. Va detto infatti che il negoziato è stato condotto dalla Slovenia a nome degli altri 26 membri, Italia inclusa. Col risultato che ora un testo con passaggi indubbiamente ambigui e discutibili, dove l’allusione pesa ormai come un’aperta formalizzazione, porta anche la nostra firma.

Francesco Ognibene da Avvenire .it